Sono un convinto aziendalista e ritengo che il sindacato debba essere esclusivamente quello che nasce e si sviluppa dentro la fabbrica, quello esterno molte volte ha manifestato interessi differenti.
È così che iniziamo il confronto con Giuseppe Ilacqua ex lavoratore Sonatrach, per lungo tempo delegato sindacale in fabbrica e con cariche nell’organizzazione sindacale.
Parliamo della crisi sindacale
I sindacati si sono chiusi anziché allargarsi verso le classi più povere disagiate e emarginate rispetto agli anni ‘70. A quell’epoca il sistema di gestione era abbastanza vicino a una distinta democrazia. Oggi, questo vincolo è terminato, non c’è più. Tanti lavoratori non si sentono per nulla rappresentati dai sindacati, so che al nord il tasso di sindacalizzazione è sceso al 20%, al sud è più alto. Vedo il sindacato come istituzione, non più un’organizzazione che lotta per salari e diritti. Molti la identificano più come un ufficio di disbrigo pratiche.
Come possiamo verificare gli effettivi iscritti al sindacato e poter dare la percentuale sul territorio?
Certamente non dal tesseramento, non sono numeri verificati, una struttura provinciale potrà comprare dal nazionale molte tessere in più rispetto ai veri iscritti e il resto tenerseli nel cassetto. Lo si è fatto sempre anche nei partiti, non è una novità. In fondo al sindacato il numero di tesserati interessa fino a un certo punto riguardo l’aspetto economico. Nessuno ha mai verificato realmente le tessere di ogni sindacato. È stato solo accettato ciò che il sindacato annunciava, certamente la CGIL è la più grande, ma di quanto veramente? Ad esempio prendiamo la situazione nella zona industriale: lì non si poteva bleffare perché fra gli occupati i tesserati erano quelli dichiarati dalle industrie, ma se andavamo nel settore dell’agricoltura era possibile dare numeri molto al di fuori rispetto a quelli reali.
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Con questa grande contrazione d’iscritti come riescono a sopravvivere i sindacati?
Oggi abbiamo soprattutto una periferia provinciale che soffre, non quella nazionale. Qui c’è l’unione di più province da parte della CISL e della UIL per far fronte alle limitate entrate, mentre la CGIL riesce perché ha ancora più iscritti a mantenere la struttura provinciale. Sappiamo che da anni il grosso dei tesserati proviene dalle categorie dei pensionati e pubblico impiego. Ma le nuove generazioni di pensionati non vogliono iscriversi, identica cosa per il pubblico impiego, il risultato è che queste categorie andranno a diminuire rapidamente e nel giro di pochi anni. Così grosse somme mancheranno.
Oltre al tesseramento vi sono altre entrate?
Ci sono quelle che provengono da Caf e Patronati. Ma anche queste fonti d’entrata per vari motivi stanno diminuendo. Ad esempio sui Patronati c’è più controllo da parte INPS. Poi, vi sono entrate dalle partecipazioni a commissioni, ma di queste somme il sindacalista lascia solo una parte alla struttura come contributo. Abbiamo osservato fenomeni come quello esemplare di Bonanni, segretario nazionale della Cisl, che aumentandosi lo stipendio ha di fatto accresciuto il montante Inps per giungere a una pensione favolosa, un vero schiaffo a tutta la classe lavoratrice. Penso che molti di quei giovani che lavorano a tempo pieno all’interno del sindacato mirano ad altri obiettivi, anche a un salto in politica, non è più come una volta quando si era pieni d’ideali, disposti anche a parecchi sacrifici come hanno fatto le generazioni precedenti. Un altro esempio di cambiamento negativo è dato dalla scarsa formazione sindacale ai vari livelli. Nel sindacato più formazione significava maggiore democrazia, spazi aperti alle discussioni, preparazione a tutti i temi della società. Il sindacalista doveva essere capace, nei centri di formazione avanzati, di analizzare e muoversi su tutto. Oggi, se andiamo nelle fabbriche, la situazione è peggiorata. Fare sindacato vuol dire blocco della carriera in qualifiche, aumenti, una tantum, anche se esegui lavori importanti o dopo un po’ lasci quell’incarico sindacale. L’impresa ha avuto sempre questo atteggiamento verso i lavoratori, ma oggi può permettersi di più perché molte tutele dello statuto dei lavoratori sono scomparse e si è maggiormente sottoposti al potere della direzione aziendale. Non riuscire a prendere qualifiche e premi per tutta una vita lavorativa mentre osservi i tuoi colleghi che hanno anche minori responsabilità con qualifiche e premi è dura. Questo è successo a me e lo vedi alla fine concretizzato nel trattamento pensionistico al quanto differente fra me e loro. Ma non mi pento di quelle scelte fatte, perché ci credevo.
Questa crisi a cosa porterà?
Il sindacato italiano sta diventando un gruppo di pressione identico a quello americano.
Abbiamo una situazione davvero nera come ha evidenziato l’Istat sul lavoro povero. Non esiste il salario minimo presente in Europa, anche in Albania. Alcuni partiti lo vogliono, ma i sindacati rimangono fermi su posizioni negative, eppure in Italia vi sono i salari più bassi dell’Ue.
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Il sindacato è contrario al salario minimo perché gli cambierebbe tutto. Mi spiego: oggi vi sono due livelli di contrattazione, quello aziendale e quello nazionale. Immettendo per legge il salario minimo anche se diverso per categorie, cambiandolo ogni anno in base a fattori economici come l’inflazione e altro, il contratto nazionale non avrebbe più senso d’esistere, salterebbe questo livello di contrattazione. Rimarrebbe solo quello aziendale, quello vero in cui il sindacato con la sua forza contrattuale e noi in fabbrica, conoscendo le reali situazioni dell’azienda riuscivamo a trattare con magnifici risultati. Così si fa oggi in tutti i Paesi europei e da anni, dove è applicato il salario minimo e il secondo livello rimane la vera contrattazione, categoria per categoria differente. Difatti, anni fa, quando incontravo altri sindacalisti di Paesi come Francia, Germania trovavo come nella contrattazione aziendale partivano da livelli molto superiori dai nostri. La struttura del sindacato, come succede negli altri Paesi europei, rimarrebbe come organizzazione che dà formazione, supporto strategico e logistico. Tutti fattori importanti. Certamente non avrebbe più il potere accentrato di oggi, ma avanzerebbe nel fare gli interessi della classe lavoratrice e forse ci sarebbe un’influenza positiva da parte dei lavoratori che vivrebbero un’altra situazione con l’organizzazione più vicina. Si arriverebbe ad avere un nuovo alto tasso di sindacalizzazione. Inoltre, per questa fase, cadrebbero le gabbie salariali esistenti fra le nazioni dell’Ue. Fra i diversi Stati corrispondenti identiche categorie hanno una notevole differenza, ma le imprese non agiscono come multinazionali in nazioni differenti? Assistiamo a cose assurde nell’organizzazione come quelle di sindacalisti immessi anche in strutture nazionali che non hanno mai fatto un giorno di lavoro. Oppure trovare segretario di una categoria una persona che non conosce le problematiche di quei lavoratori e le deve capire non avendoci lavorato.
Non avrebbe senso d’esistere neppure il livello regionale?
Ma anche quello provinciale. Rimarrebbe solo quell’aziendale. Questo non è una novità in Francia, Germania, ecc. il sindacato è strutturato in questo modo e funziona bene con una centrale che ha i suoi compiti specifici.
È questo il motivo principale per cui le centrali sindacali non accettano il salario minimo?
Questa è la mia interpretazione e vi sono partiti della sinistra che conoscono l’importanza del problema, vorrebbero portare avanti questo discorso davvero drammatico per la classe lavoratrice, ma non lo fanno perché si trovano contro la CGIL, gli altri sindacati sono minoritari, non hanno il coraggio d’andare contro le decisioni di questo potere sindacale. Ma il tempo va a sfavore di ciò. Ormai non si riesce più a fare uno sciopero, i sindacalisti non riescono a parlare con le persone, i lavoratori, i pensionati.

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