Mariano Sabatini, giornalista e scrittore tradotto anche all’estero e pluripremiato, è senza dubbio il più grande “rispologo” o “rispolologo” che dir si voglia, ovvero la persona più qualificata a poter parlare di Luciano Rispoli, scomparso nel 2016 e nato il 12 luglio del 1932, esattamente novant’anni fa. Sabatini non perde occasione, sia in tv che sui social, per ricordare il conduttore, autore, dirigente, innovatore – e molto altro – della televisione italiana: oltre agli articoli, ai post, agli interventi sul tubo catodico ricordiamo la battaglia per l’intitolazione a Luciano Rispoli di un teatro della Rai (magari la Sala A di Via Asiago), oggetto di un appello di Fiorello a Viva RaiPlay.
E adesso arriva il volume “Ma che belle parole! Luciano Rispoli – Il fascino discreto della radio e della TV”, uscito per i prestigiosi tipi di Vallecchi Editore (Firenze) proprio in occasione dell’anniversario rispoliano.
La dedica a Umberto Piancatelli è l’ennesima dimostrazione che scrivere è ricordare chi ha attraversato il nostro cammino: Sabatini commemora così, insieme al suo mentore e “padre elettivo”, il collega recentemente scomparso oltre a tantissimi nomi più o meno noti del mondo dello spettacolo e della cultura.
Senza pretendere che il “librino” – che in realtà risulta una storia assai documentata, ricca di nomi, episodi, aneddoti, date e dati – sia esaustivo, leggerlo vuol dire fare una cavalcata nei decenni decisivi sia per la radio che per la nascita e lo sviluppo della televisione, seguire l’evoluzione dei vecchi e nuovi media, ripercorrere anche un pezzo della nostra storia nazionale (interessanti ad esempio le pagine in cui Sabatini, giornali d’epoca alla mano, passa in rassegna la gavetta di Rispoli, la cui vita risulta parallela alle trasformazioni delle trasmissioni radiotelevisive che ha contribuito a ideare: la nostra Siracusa ospitò alla Marina, al Foro Italico quindi, le Telesquadre della Rai, che battevano il territorio nazionale per incoraggiare gli abbonamenti).
A corredo del libro, una carrellata di foto ufficiali e private del personaggio-uomo Rispoli: una galleria di immagini in cui vediamo anche il Luciano marito e padre, amico e collega oltre che l’uomo di successo, il conduttore acclamato, l’autore e il dirigente affermato.
Argento e oro, La più bella sei tu e soprattutto il Tappeto volante sono solo alcune delle trasmissioni televisive ideate e condotte da Luciano Rispoli.
Non dovrei indulgere a considerazioni personali, ma tant’è: sono molto legata a quella meravigliosa trasmissione che in me ragazzina rafforzò l’amore per la lingua italiana, per i dialetti, per le etimologie, per i giochi di parole, per la letteratura italiana, ovvero Parola mia, poi ripresa da TMC con il titolo Campionato della lingua italiana, che mi vide tra le concorrenti della seconda edizione (tanta Sicilia è passata da Rispoli, come Carmen Maxia che intervistai per La Civetta di Minerva qui: http://www.lacivettapress.it/2016/11/18/quando-a-luciano-rispoli-portai-i-cannoli-palermitani/, mentre per Letteratu in occasione della scomparsa di Rispoli chiesi un commento al professor Geppi Patota, che selezionava i concorrenti: https://www.letteratu.it/2016/11/07/luciano-rispoli-scuola-televisione-la-riflessione-giuseppe-patota/) – ci fu anche una ripresa del programma su Rai3. Per Parola mia nacque quella frase iconica – “Ma che belle parole!” – ripresa felicemente da Sabatini per fare da titolo al libro su Rispoli: indirizzata al professor Gian Luigi Beccaria, giudice della gara linguistica, che da accademico divenne catodico incantatore di parole, rappresenta efficacemente l’uomo e il presentatore Rispoli, maestro di garbo televisivo, affabulatore mai volgare ma sempre raffinato anche nelle scelte linguistiche – il taglio di Parola mia, che comunque serpeggerà neanche troppo velatamente in tutto il lavoro di Rispoli, è prettamente educativo; non dimentichiamo che ha anche diretto il Dipartimento Scuola Educazione della Rai.
E il libro “Ma che belle parole!” può essere letto anche come il Bildungsroman di Mariano Sabatini, alla scoperta della propria vocazione di giornalista, autore televisivo e scrittore grazie al suo mentore Luciano Rispoli.
“La Civetta di Minerva” ha incontrato Sabatini per voi.
Il tuo libro ripercorre un pezzo della storia italiana oltre che della radiotelevisione ed è anche una sorta di tua autobiografia parallela, data la “paternità” rispoliana della tua carriera.
Qual è il lascito più importante di Rispoli come giornalista e scrittore ma soprattutto come persona?
L’impegno che ha messo, nonostante le difficoltà e le spinte che avrebbero condotto verso altri approdi, nel divulgare la lingua italiana, nel proporre una televisione di cui non doversi vergognare, che non rubasse il tempo al pubblico ma lo arricchisse di qualche contenuto, suggestione, consiglio. Una televisione colta, anche se non sempre culturale, che aveva in sé una eticità spiccata. Rispoli è stato un grande italiano, capace di lottare contro i mulini a vento che rischiavano di sospingerlo indietro ogni volta. Da alto dirigente della Rai, avrebbe potuto fare più o meno quello che avrebbe voluto, acquisendo una visibilità e una popolarità più ampie di quanto avesse, invece ha preferito parlare di libri, letteratura, bambini, scienza, occuparsi di anziani, geografia, tradizioni popolari, economia. Un intrattenimento alto, più difficile se vuoi, mai disgiunto da intenti divulgativi, con rigore e mestiere. La determinazione con cui ha portato avanti la sua idea di Tv è un esempio per me e per moltissimi che lo rimpiangono.
Immagino che sarai impegnato in un giro promozionale del libro che non si esaurirà negli eventi in sé ma perseguirà anche lo scopo di rinverdire la memoria di Rispoli: che iniziative pensi di portare avanti per ricordarlo?
Spero che questo libro, che mi è costato molto in termini di fatica e reperimento dei dati perché non teniamo in debito conto l’ambito storico della televisione, serva come dici a tenere viva la memoria di Rispoli, soprattutto presso il cosiddetto Palazzo, i potenti, i signori dei palinsesti. Trovo scandaloso che ancora la Rai, nonostante gli appelli di Fiorello, ancora non gli abbia intitolato un teatro. Lo hanno fatto per Bibi Ballandi e non per Rispoli. Potenza del denaro, contro le intuizioni e la cultura di un dirigente, di un autore, di un anchorman che può considerarsi un padre fondatore del servizio pubblico. Sono grato tuttavia ai colleghi del Tg2 che mi hanno invitato, nel giorno del compleanno, a presentare il libro in anteprima, perché hanno fatto un geniale lavoro di scavo nelle teche Rai. E gratissimo alla struttura Rai Teche che, l’ho saputo da Luca Rea, hanno voluto rendere fruibile Pranzo in Tv, una delle grandi intuizioni di Rispoli, su Raiplay. Spero vorranno inserire anche altre puntate di Parola mia.
![]()
Che cosa penserebbe “zio” Luciano della tv odierna, dei new media, degli influencer e dei social?
Ricordo che mi chiedeva di Facebook, era incuriosito, lusingato che gli estimatori avessero aperto un profilo su di lui. Sono convinto che, se fosse stato nel pieno della sua potenza creativa e delle forze fisiche, sui new media si sarebbe inventato un format, con il coinvolgimento diretto dei social network. Era un grande talent scout, scrutatore curioso della realtà, dell’attualità, del nuovo che avanza… Sui social è ancora molto vivo il suo ricordo, le sue espressioni idiomatiche – Ma che belle parole! e Un buon libro è sempre un buon libro! – sono continuamente citate. Cosa che non capiscono i dirigenti Rai. Questo mio libro intende rendere omaggio a Rispoli ma anche ai moltissimi che lo ricordano con affetto.
Ritieni il modello rispoliano di tv ancora proponibile e valido oggi?
A giudicare da quello che va in onda direi di no, distanti anni luce. Solo Piero Angela, di quella classe e di quella cultura, ancora mantiene certe posizioni. Fabio Fazio, che era amico di Rispoli, ha un po’ i suoi modi nelle interviste. Certo molti format di Rispoli si potrebbero riproporre, con i ritmi e lo stile di oggi, Parola mia su tutti. Molti format vengono copiati senza citare la fonte, come si dice, penso a Maria Latella che ritiene di aver inventato il dinner talk su Sky. Ma lo faceva identico Rispoli nel 1983.
Tra le donne di Rispoli, individualità forti, mai vallette, Anna Carlucci, Roberta Capua, Melba Ruffo e in particolare Rita Forte e Laura Lattuada (che insieme a Sabatini e a Stefano Buccafusca, ai tempi responsabile dell’ufficio stampa di TMC e adesso in forza a La7, hanno presentato la prima di Ma che belle parole! a Roma).
Ecco le parole di Laura Lattuada – nota attrice milanese di teatro e televisione, conduttrice, ideatrice del premio Ratto delle Sabine –, che ha prestato la sua voce ad alcune pagine del libro durante la conversazione alla Terrazza Alcazar del Gianicolo (cui erano presenti anche Teresa, la moglie di Luciano Rispoli, i figli Alessandro, Andrea e Valentina, oltre al nipote Antonio con il padre):
Luciano Rispoli era un uomo ironico e curioso. Che mi ha coinvolta nella conduzione su una sua intuizione: durante un’ospitata come attrice a una sua trasmissione abbiam chiacchierato tantissimo a ruota libera. E questo gli piacque tanto da chiedermi di affiancarlo…. era davvero speciale in quanto colto ed elegante. Cose oggi quasi introvabili. E gli piaceva sempre prendermi in giro in quanto milanese molto asburgica! Nel 1992 facemmo come ospiti d’onore la traversata da Santo Domingo della Costa crociere: un divertimento unico! Manca…
Qual è il suo rapporto con la Sicilia? Mi viene in mente un premio importante che lei ha ricevuto a Giardini Naxos (l’Oscar TV come miglior attrice)…
Le dico solo che sui social ho chiesto più volte di avere la cittadinanza siciliana. Conosco benissimo il territorio avendo fatto tante tournée, forse neanche lei conosce Sambuca di Sicilia… amo tutto della Sicilia e ogni anno extra lavoro ci passo tanti giorni in vacanza. Da Siracusa, nel cuore, a Monte Cofano, a Portopalo, a Taormina…. e tanti altri luoghi. Sono stata anche madrina di un festino di Santa Rosalia tanti anni fa!
Ed ecco la testimonianza di Rita Forte, indimenticabile pianista e voce del Tappeto volante – e non solo! – che durante la presentazione ha intonato Unforgettable e Le donne sono un’altra cosa, sigle della trasmissione.
Qual era l’atmosfera durante la presentazione del libro?
Di ricordi e nostalgia. Devo molto a Luciano, che mi ha insegnato tanto e – dopo mia madre – ha creduto in me, ha pensato che fossi qualificata per fare non solo la cantante e la pianista ma anche l’intrattenitrice: mi ha regalato la chance di fare ciò che desideravo. Ho preso questa meravigliosa esperienza di petto e ci ho tenuto a fare una bella figura per me stessa, per il pubblico e per non deludere chi mi aveva scelta.
Rispoli non ha mai considerato lei e le altre donne di spettacolo che lo hanno affiancato come delle semplici vallette, ma come delle padrone di casa: lei avvertiva questa considerazione da parte sua?
“Zio” Luciano è stato un vero e grande talent scout, sia nei confronti delle colleghe che verso di me: mi ha sempre lasciata essere me stessa, ero libera di porre le domande agli ospiti, potevo dare la mia opinione, quindi intrattenere e non solo cantare (ricorderete forse anche le televendite) anche se mi guardavo bene dall’intervenire fuori luogo. Rispoli mi ha sempre concesso un ampio spazio e addirittura mi incoraggiava ad essere un’artista a tutto tondo: “Tu devi fare teatro, sei un’artista a 360 gradi!”. Io non ne ero convinta, figurarsi, eppure lui aveva ragione. Ho lavorato al Teatro Manzoni di Roma grazie a Carlo Alighiero, che venne a trovarci in trasmissione: io all’epoca ero in Rai con Frizzi; quando Alighiero mi propose di recitare – ma io non sono un’attrice, non mi permetterei di definirmi tale perché rispetto troppo chi questo mestiere lo fa perché ha studiato – io mi sono messa nelle sue mani e come avevo fatto con Rispoli sono entrata in questo mondo in punta di piedi: “Mi plasmi lei”. E così ho recitato per dieci anni commedie leggere. Alle prime veniva sempre Luciano Rispoli con la moglie Teresa, mi salutava in camerino e mi diceva: “Vedi che avevo ragione?”.
Luciano è stato quindi non solo il suo pigmalione ma anche una figura quasi paterna.
Ad altri colleghi di lavoro (con cui comunque c’è stato un bel rapporto, che però fisiologicamente spesso si interrompeva una volta finito il programma) non sono rimasta legata come con lui.
Sicuramente è stata una persona di famiglia. Questo accade ancora oggi con la moglie Teresa e i figli. Il nostro rapporto era fondato su un grande rispetto, anche se comunque scherzavamo molto: mi diceva che io ero del basso Lazio al cospetto di lui calabrese… io non riuscivo a dargli del tu e allora non so quando nacque l’appellativo “zio”, tipico nel sud per dare del tu ad una persona per cui si prova nello stesso tempo un grande affetto e una sorta di soggezione (per l’età, l’autorevolezza…).
Mi è stato molto vicino quando mia madre stava male e poi è mancata: mi chiamava tutti i giorni, era preoccupato per me e mi esortava a trovare un compagno… cosa che poi è accaduta e credo lui mi abbia portato fortuna.
C’erano dei momenti difficili nel vostro rapporto umano e professionale?
Luciano aveva un carattere severo e per stargli accanto bisognava essere dotati di molta umiltà, senza alcuna presunzione: ma Rispoli sapeva essere anche gioioso oltre che farti filare dritto.
Crede che il mondo dello spettacolo italiano soffra di memoria corta nei confronti di Luciano Rispoli?
Certo, uno studio radiofonico, proprio a lui che ha dato tanto alla radio, sarebbe bello intitolarlo; “Techetechetè” magari potrebbe dedicargli una puntata, però io, Teresa e i figli insieme a Mariano – che non perde occasione per parlare di Luciano – siamo stati invitati da Serena Bertone, quindi una certa apertura in questo senso c’è. Penso a lui come ad altri grandissimi che meriterebbero di essere più ricordati come Mike Bongiorno, Sandra e Raimondo, Modugno…
C’è qualcosa di non detto tra voi, qualcosa che avrebbe voluto dirgli e non ha potuto?
Lo ringrazio sempre per aver realizzato il mio sogno. Lui lo sa che gli volevo bene e questa cosa gliel’ho sempre esternata, specie negli ultimi tempi, quando stava male. “Quanto t’ho fatto soffrire, ti ho trattato male”, mi confessò. Ma c’era tra di noi un filo diretto che non si è spezzato e credo di essere stata l’unica delle sue partner televisive ad avere un legame così forte sia con lui che con la sua famiglia.
Qual è il suo rapporto con la Sicilia?
Sono stata a Noto, a San Vito Lo Capo, a Marzamemi, Siracusa… in Sicilia ho fatto tante serate e per me è legata anche alle prime “vacanze” dopo la morte di mia madre nel 2011 – sono figlia unica ed ho perso mio padre a otto anni, quindi per me è stato molto difficile – insieme a una parente di Firenze.
Sono stata anche a Catania insieme al mio compagno – c’è stata anche una disavventura a lieto fine, ma amo tanto la Sicilia e conto di tornarci, non solo per lavorare ma anche per visitarla come si deve.

Commenti recenti