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Tra le magnifiche scenografie e gli abiti di D&G il cui tema è stato l’esaltazione della sicilianità, con i nostri usi e costumi riadattati all’epoca moderna addirittura in un connubio di sacro e profano, abbiamo potuto notare alcune rappresentazioni di “prefiche” moderne… Conoscete il ruolo che anticamente svolgevano queste donne vestite completamente di nero?
Un tempo, nella Sicilia contadina, alcune donne del popolo molto povere, riuscivano a vivere e a portare avanti la famiglia facendosi assoldare per piangere e disperarsi ai funerali, e decantare le virtù del caro estinto.
Queste donne, vestite a lutto, con abiti e velo nero, venivano chiamate REPUTATRICI, in italiano, o PREFICHE, dal latino PRAEFICA, cioè DONNA PREPOSTA.
Esse davano il via ad una sorta di psicodramma collettivo, iniziando col simulare uno sguardo stupito a causa del triste evento inaspettato, proseguendo con un crescendo di lamenti che divenivano pianti disperati, poi canti o nenie, fino ad arrivare ad emettere urla selvagge nell’atto di sciogliersi i capelli come forsennate, esattamente come accadeva nelle antiche tragedie greche.
Ma andiamo a vedere il contenuto di quelle nenie… Ad esempio, se si trattava di piangere la morte di un fanciullo, il canto disperato delle prefiche recitava:
“FIGGHIU MIU, E COMU MURISTI?!/FIGGHIU MIU, E COMU M’ABBANNUNASTI? FIGGHIU MIU, E COMU ‘UN MI SENTI? FIGGHIU MIU, COMU ‘UN TI VIRU CUMPARIRI CHIÙ? FIGGHIU MIU, CH’ERI BEDDU QUANNU ARRIREVI! NUN TI CALAVI ‘NA PASSULA SENZA TÒ MATRI! FIGGHIU DI L’ARMA MIA!”

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