Il 30 giugno, presso il Caffè che prende il nome dal Parco Archeologico della Neapolis, si è svolto il secondo dei due incontri con Massimo Cacciari, invitato dal Collegio siciliano di filosofia.
Come ha ribadito Roberto Fai nell’efficace introduzione all’incontro, i temi della due giorni sono scaturiti da questioni emerse proprio pensando a Siracusa, alla Sicilia, ad argomenti cogenti come appunto il mito (di Ifigenia si è parlato giorno 29) e il tramonto dell’Occidente, la sua – apparente? – parabola discendente a partire dal secolo breve.
Come non pensare ad Ernst Junger, al primo Novecento come stagione di totale mobilitazione, al crepuscolo della Kultur e al concomitante meriggio della civilizzazione faustiana con la sua terrena laicissima spesso esiziale triade capitalismo tecnica denaro? Come non rileggere i maestri del sospetto Marx Freud e Nietzsche, specie quest’ultimo, filosofo-evento, martello contro l’impianto teleologico della storia in favore di uno studio di casi, contro ogni ordine gerarchico in favore di una tyche? Come non tornare alle pagine di Dostoevskij o a quelle incompiute de “L’uomo senza qualità” di Musil, il cui protagonista – aporetico, sospeso tra ironia e misticismo, soggetto della possibilità, uomo spossessato, senza “proprietà”, parola ambigua come poche, più che senza qualità – si muove tra anima ed esattezza? (Fu tra l’altro Musil con il suo saggio “L’Europa inerme” del 1921 a preconizzare la “bancarotta metafisica” dello spirito europeo). Come non riandare alla lezione di Max Weber – più scienziato rispetto allo Spengler de “Il tramonto dell’Occidente” – e al suo sguardo sociologico su “La politica come professione” e “La scienza come professione”? Certo risultano profeticamente attuali le considerazioni sulla scienza come inventio, scoperta, slancio – “essere” quindi – in correlazione a un “dover essere” della politica, che presuppone dei fini; la scienza del Novecento non è più intesa (soltanto) come episteme ma nella sua dimensione post cinque-seicentesca, cioè operativa, diremmo ancora faustiana.
È in questa temperie storica, economica, sociale, politica, culturale che è maturata la riflessione di Oswald Spengler sulla “morfologia” della crisi.
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Tramontate le metafisiche della storia è possibile tracciare delle statistiche di casi dati e parlare di occaso.
Europa, terra occidentale per eccellenza, occidente dell’oriente, luogo del tramonto, vive nietzscheanamente il suo tramonto, un tramonto al quadrato, specie nella nostra epoca di unificazione globale in cui l’europeismo – con il suo codazzo di nazionalismi colonialismi ed altri esiziali –ismi – sembra aver fatto il suo corso.
Ma davvero tramonto è decadenza? Miseria impotenza squallore? Può essere una stagione felicemente matura?
L’Europa dell’età bismarckiana è già al tramonto politico, pronta com’è nella lotta fra stati al suicidio; si prepara anche quello demografico ed economico, ma dicevamo che il tramonto del vecchio continente può essere visto come la compiutezza – ricca, potente – di un ciclo espansivo.
Il mondo è visto come totalità di casi e la storia, ridotta a una casistica ordinabile, studiabile secondo una prospettiva panoptica; non dimentichiamo che la riflessione di Spengler matura mentre si affermano la nuova fisica e matematica probabilistiche, statistiche, auto deterministiche, trascendenze e Provvidenza sono escluse dalla storia e le varie civiltà sono appunto casi, organismi non organicistici, però con forma e struttura proprie, nelle quali si possono rinvenire delle regolarità (analogie, ricorrenze cicliche, il ritorno dell’uguale ma a spirale), delle leggi evolutive in cui non sono previste gerarchie – non c’è eurocentrismo in Spengler – e per cui il principio causa-effetto non è esaustivo: paradossalmente il principio di ragione è sufficiente e insufficiente insieme, non c’è fine ma fini (al contrario, l’illusione strutturale di una civiltà funziona, agisce, è effettuale: pensiamo a Zwecke vs Ende).
L’Europa è un unicum nella storia delle civiltà: dal mito alla razionalità e quindi alla polis, alla forma-stato tipica dell’Occidente, con il suo modello burocratico centralizzato, ha generato l’homo oeconomicus schiavo del denaro, “maledetta mota, comune bagascia del genere umano” (qui è Marx che cita lo Shakespeare del “Timone d’Atene”) e del ciclo lavoro-produzione-consumo: dunque lo spirito faustiano di rivolta contro i padri e il passato, contro gerarchie e valori religiosi, spirito d’avventura, d’impresa, della trasformazione permanente, volontà di potenza prometeica sulla natura, generatore della tecnica, si è trasformato in volontà di assicurazione per l’autoconservazione, quindi l’età faustiana segna anche il proprio stesso tramonto insieme a quello dell’Europa.
Per il principio dell’eterogenesi dei fini, dunque, lo spirito faustiano si rovescia: una società di individui proprietari diventa massa del lavoro comandato, nuovo soggetto che per assicurarsi la continuità del possesso e l’autoconservazione vuole dei capi, dei cesari, gregge di potenziali disobbedienti che vuole dei pastori per risolvere i propri conflitti.
Questi, in sintesi, i temi dell’opera di Spengler, dibattuta a lungo quando uscì e ancora oggi gravida di interrogativi e spunti di riflessione, specie in questo periodo attraversato da crisi politiche economiche sanitarie climatiche: siamo a Siracusa, terra di fede e fedi, dello spirito greco, del mito, che ormai sembrano banditi o forse hanno esaurito la propria carica propulsiva – le stesse rappresentazioni classiche non sono più riti, liturgie, ma spettacoli.
Chiedevamo a Cacciari quale fosse il destino dell’Europa (le guerre civili?) e soprattutto se fosse proprio la mancanza di un nuovo “mito” dell’Europa, o modernamente di una “narrazione” – l’Europa non sa più raccontare o raccontarsi? – la causa o una delle cause del suo tramonto.
Un’eloquente alzata di spalle.

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