Non sono una novità le problematiche anche di carattere ambientale nell’area industriale di Priolo Melilli Augusta su cui c’è stata scarsa chiarezza. Come non ricordare il sisma del 1990 di Santa Lucia soprannominato “il terremoto dei silenzi”? E non c’è quindi da stupirsi se per il depuratore consortile IAS sia dovuta nuovamente intervenire la Magistratura; non i partiti, non le amministrazioni comunali e neppure i sindacati, per non dire della popolazione che piuttosto che organizzarsi come accade altrove preferisce lamentarsi inutilmente.
La verità è che le multinazionali in tutti questi 70 anni hanno per lo più fatto ciò che volevano. Per un certo periodo (dal 1976) è intervenuta la legge Merli che comminava pene rilevanti nel caso di danni all’ambiente sulla base di due fattori fondamentali: la mancanza di autorizzazione allo scarico dei reflui e il superamento dei limiti tabellari. La Direttiva Acque mirava ad ottenere la graduale riduzione delle emissioni di sostanze pericolose nelle acque per raggiungere l’obiettivo finale di eliminare le sostanze pericolose prioritarie. Fu così che in passato abbiamo visto alcuni dirigenti industriali con volti scuri andare al carcere di Cavadonna, eravamo all’avanguardia nella normativa ambientale in Europa.
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Poi, come avviene spesso in Italia quando qualcosa funziona, la legge è stata annacquata e domani con la riforma Cartabia non rimarrà nulla sui crimini ambientali. Politici, amministratori, sindacati sono rimasti per lo più fermi di fronte al ricatto occupazionale addolciti da donazioni per feste padronali e gradite assunzioni.
Si è acconsentito a testa bassa a ciò che veniva chiesto e quindi non è stata una sorpresa trovare cenere di pirite a Priolo, così come la deturpazione di altri bei posti, divenuti luoghi di spazzatura industriale. Ora è scattata la giustizia per “disastro ambientale aggravato”: la prima volta nella nostra zona industriale, già dichiarato a Taranto con gravi ripercussioni sui livelli produttivi dell’Ilva e i Riva, ex proprietari e amministratori dell’acciaieria condannati a vari anni di prigione. Ma può sempre la magistratura sopperire al vuoto di amministratori e politici? Forse che non si sapeva quale fosse il reale (non) funzionamento del grande depuratore consortile?
Che l’impianto non fosse in grado di trattare alcuni inquinanti lo si era discusso in un cda dello IAS convocato a febbraio scorso proprio per affrontare le “criticità aziendali con riferimento al finanziamento per investimenti”, quelli necessari per adeguarsi alle prescrizioni della Procura a seguito dell’inchiesta “No Fly”, che nel 2019 (!) aveva portato a un primo sequestro del depuratore, e difficili da reperire anche per il mancato versamento per lunghi periodi del suo canone annuo di 450mila euro per un totale di 6 mln euro.
Dobbiamo anche constatare che Enti preposti ai controlli, l’Arpa in primis, vuoi per il covid vuoi per l’assenza di personale e le risorse regionali ridotte al lumicino, sono evidentemente venuti meno alle proprie funzioni, quanto meno rallentando (o eventualmente non eseguendo) le verifiche sul territorio, mentre le industrie marciavano tranquillamente. Invece, una svolta determinante che auspichiamo da tempo è quella di programmare da subito investimenti per moderne bonifiche, le tecnologie esistono per disinquinare come per processi virtuosi quali il prendere acqua dalle falde della zona industriale trattarla ed immetterla nel circuito industriale con risparmio generale e possibilmente un riciclo, non da sorgenti lontane che portarono all’abbassamento della falda con l’entrata di acqua marina. Cosa è stato fatto finora?
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Una prima iniziativa anche se non completa in termini di piena bonifica della falda è rappresentata dal Taf (trattamento acque di falda) dell’Eni Rewind partita nel 2011 che è in grado di trattare fino ad un massimo di 600 m3/h di acque di falda e di restituire fino ad un massimo di 400 m3/h di acque con un’eccellente qualità per la reimmissione in falda o per utilizzi industriali. L’impianto Taf è stato interconnesso con un’apposita linea agli impianti delle società del sito. Quest’acqua che viene riimmessa ed utilizzata determina un primo effetto di economia circolare che produce la salvaguardia delle risorse idriche disponibili aumentando la sostenibilità dell’intero comparto industriale sul territorio, riducendo l’impronta idrica relativa alla produzione di acqua, anche se funge da una specie di lavatrice nelle acque emunte e non porta a una piena bonifica è un primo passo. I costi dell’impianto, 194 milioni di euro, provenivano dall’accordo di programma del 2009, ma il resto dei 774 milioni di euro sono stati ripresi da Regione e Governo. Quest’ultimo episodio di non curanza per un’area di 5.815 metri quadrati e 200.000 d’abitanti fa osservare come il rozzo fare dei padroni sia rimasto identico a quello di 70 anni fa che era identico a quello dei primi del ‘900, nulla è cambiato. Oggi esistono soluzioni tecnicamente moderne e non costose che applicate porterebbero vantaggi occupazionali e salute, c’è un approccio più sensibile all’ambiente da parte di moderne industrie, qui queste industrie usano quegli stessi vecchi criteri, perché possono farlo? Se consideriamo la zona industriale di porto Marghera, verifichiamo l’esistenza di un’altra Italia. In quella zona sono stati già spesi oltre un miliardo in bonifiche e ancora ne vengono richiesti allo Stato, lì i politici e la popolazione autorganizzata si muovono. Qui siamo fermi a 194 milioni di euro. Ultimamente al minimo accenno di una legge, quella sul piano di qualità dell’aria richiesto dall’Ue, c’è stata subito un’alzata di scudi, si sono alzate le barricate da parte di industriali, politici e amministratori che hanno gridato alla possibile chiusura delle multinazionali, cosa che possibilmente potrebbe avvenire ora con questo intervento della magistratura. È triste osservare che non esiste un piano B, da parte della politica, per andare incontro agli enormi disagi che potrebbero ricadere su migliaia di famiglie. Possiamo definire questo modo di fare una subalternità coloniale? Qualcuno dice che alla fine si troverà una soluzione tampone per la gioia di tutti senza pensare al prossimo vicino futuro, perché saranno sempre queste multinazionali a decidere per tutti.

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