Davide Livermore ci ha ormai abituati al suo stile Gesamtkunstwerk: il suo lavoro di regista non solo per il teatro di prosa ma anche per l’opera contribuisce sicuramente a generare la sua visione del testo rappresentato, che diviene appunto opera d’arte totale, in cui parole canto musica distortori del suono luci coreografia scenografia insieme alle videoinstallazioni impattano lo spettatore come un unicum.
L’Agamennone di Eschilo, che ha aperto il cinquantasettesimo ciclo di rappresentazioni classiche al teatro greco di Siracusa, ne è la riprova.
Un convalescenziario? Un sanatorio? Un ospedale psichiatrico forse, dove gli anziani (Tonino Bellomo, Edoardo Lombardo, Massimo Marchese) sono veterani afasici, menomati nel fisico e bisognosi di interpreti-infermieri-medici, non sempre voci fedeli dei loro pensieri (Gaia Aprea è la straniata corifea insieme a Maria Laila Fernandez, Alice Giroldini, Marcello Gravina, Turi Moricca e Valentina Virando), e in cui Oreste e Ifigenia sono condotti in esilio e a morte come malati o pazzi, al suono stridulo di un’ambulanza? Un cabaret tedesco, un fumoir dove bicchieri bottiglie grammofoni pistole sembrano i relitti di un Titanic anni Trenta-Quaranta?
Questa la scena (a cura dello stesso Livermore e di Lorenzo Russo Rainaldi), raddoppiata e replicata da un muro di specchi – che alludono alla doppiezza di Clitennestra (una superba Laura Marinoni, regina magnifica, femme fatale e Bond girl insieme, autocrate imperiosa e seduttiva, vestita da Gianluca Falaschi in nero e in rosso, i colori del lutto, del sangue, della passione, del tradimento) e rendono gli spettatori parte del dramma, riflettendoli e facendone parte in causa: de te fabula narratur.
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Il gioco apparenza-verità è complicato dagli enormi oblò con le ipnotiche immagini multimediali che fanno della scena la plancia di comando di una (astro)nave – una Stazione Spaziale Internazionale che visualizza fenomeni atmosferici o fuochi della follia bellica umana, voli di uccelli che attendono àuguri a interpretarne i presagi di sventura, la farfalla-ψυχή, psiche-anima di Ifigenia, il video-propaganda di Agamennone e Clitennestra coppia reale con tanto di microfoni d’antan a farne risuonare i discorsi conditi dalle acclamazioni della massa asservita, che riportano alla memoria le dittature del XX secolo, fabbriche di un consenso distorto.
Doppi i movimenti, da personaggi e automi insieme, come se un Fato-puparo manovrasse senza posa le dramatis personae. Doppia, ancora, la stessa Ifigenia, un’Alice horror, una vergine-bambola assassina: come le gemelle di Shining, le due Ifigenia (Maria Chiara Signorello e Carlotta Messina) sono Erinni da placare con un duplice sacrificio, che non interromperà la catena di mali della stirpe di Atreo.
Doppio il finale: parte “Glory Box” dei Portishead con i suoi giochi di arco e frecce “Bow and arrow”, la sua “temptress”, la sua ricerca di “a reason to love you” (e molte altre sono le parole che giocano ai rimandi con la rappresentazione, sineddoche anch’esse come tutte le parti di questo spettacolo-tutto: “picture”, “frame”, “a thousand flowers” come quelli sparsi in scena a segnare il cammino falsamente glorioso di Agamennone tornato in patria e a casa, scarlatti come Giocasta in rosso, come il sangue in scena, oscaenum per definizione ma ossessivamente presente.
Sax Nicosia (re-dittatore-comandante elegante, misurato, spaventosamente attuale dati gli strani giorni di guerra che stiamo vivendo) e Laura Marinoni si confermano perfetti partner (in crime nel caso della spettacolare Elena, qui sposi “doppi”), toccante la Cassandra di Linda Gennari, straziata e straziante profetessa – anche lei doppia: principessa prigioniera, “verace” e non creduta, vittima innocente –, mentre Stefano Santospago centra il carattere di burattino vendicatore-vendicato, manovrato e complice insieme. En travesti i ruoli della sentinella e del messaggero – Maria Grazia Solano e Olivia Manescalchi, che richiamano il senso di “mascherata” tragica di tutta la vicenda, nel suo contrasto fra trionfo e caduta, morte e vittoria, potere onore sacrificio dovere e sentimenti passioni odi, gloria del ritorno e destino incombente –, Oreste ed Elettra bambini sono i giovanissimi Margherita Vatti e Giuseppe Fuscello.
Splendida la traduzione di Walter Lapini, antica e contemporanea insieme, efficaci i disegni di luce di Antonio Castro come D-Wok e il suo video design, stranianti le musiche originali di Mario Conte, che duettano con rock e barocco restituendo con i suoni percussivi e metallici dei pianoforti le dissonanze emotive dei personaggi – bravissimi Diego Mingolla e Stefania Visalli, musici che evocano le orchestre di transatlantici alla deriva; il progetto audio è di Vincenzo Quadarella –, e ricordiamo Giancarlo Judica Cordiglia, regista assistente, Anna Missaglia, costumista assistente, Aurora Trovatello assistente alla regia, Alberto Giolitti direttore di scena, oltre che tutte le maestranze dell’Inda.
Photo credits: Franca Centaro

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