Presso la sede de Il Cerchio di via Arsenale, il 6 maggio scorso, si è tenuto un incontro, molto partecipato, sul tema della Fraternità coniugata alla Politica. Argomento complesso che ha avuto quali relatori Marco Fatuzzo e Giancarlo Bellina.
Preside, prima di iniziare la conversazione, ha spiegato che occorre preliminarmente usare lo stesso linguaggio per comprendersi davvero; condividere senza fraintendimenti il significato delle parole, come invitava a fare Confucio. È così partito dal termine “Incontro”.
Ho spiegato che tutto nasce dalle prime esperienze umane. All’inizio della storia si viveva in piccoli gruppi nomadi di 30-40 persone e fu un fatto importante l’incontro con un altro gruppo di nomadi. Fu fondamentale perché i gruppi scoprirono che non erano soli nel mondo: c’erano altri uomini, altri gruppi. E ogni volta, allora come oggi, che l’uomo, i gruppi di uomini, si sono incontrati hanno avuto davanti a sé tre possibilità: la prima quella di farsi guerra, aggredire; la seconda il rimanere sospettosi, quella dell’indifferenza, dell’isolamento; la terza di costruire una collaborazione, dialogare insieme per qualcosa. L’umanità in qualsiasi momento della storia si è trovata continuamente queste tre opzioni davanti. Possiamo affermare che la prima: il conflitto, la guerra, è la sconfitta dell’uomo sull’uomo, specialmente oggi con le armi che possediamo. La seconda scelta quella dell’indifferenza esiste anche oggi e si ripropone facilmente: come quando una nuova famiglia arriva in un condominio e viene vista in un primo momento, con sospetto e diffidenza; o nel creare i muri. È caduto il muro di Berlino, ma sono presenti quelli in Palestina, Messico, ecc. e altri si vanno a costruire. C’è la terza scelta quella della collaborazione. L’uomo si è incontrato con altri per commerciare, stringere patti, alleanze. Dicono alcuni filosofi: “la benevolenza è l’unico atteggiamento nei confronti degli altri uomini capace di far vibrare le corde dell’umanità”. L’incontro tra l’uomo e l’altro uomo è un evento indispensabile dell’esperienza umana perché decide tanto della sua esistenza storica.
Ha parlato di complessità, e di identità
L’incontro con l’altro pone il rapporto fra identità diverse, qui possiamo riprendere l’attuale discorso dell’Ucraina. Difatti, siamo passati da un mondo in cui gli attriti erano fondamentalmente ideologici, la guerra fredda per esempio, a quelli odierni, identitari. L’identità può avvelenare il dibattito culturale, comportare la diffusione di maggiore violenza, odio e distruzione. Essa è spesso mutevole: tanti politici non hanno problemi a passare da un fronte all’altro, ma c’è anche la dicotomia insanabile che divide la realtà fra il tuo pensiero e il mio pensiero, l’atteggiamento assolutistico polarizza gli aspetti e porta a considerare le persone o bianche o nere quindi inconciliabili. Questa situazione può diventare patologica e genera conflittualità; nasce dal non voler accogliere il pensiero dell’altro, la sua verità, perché solo io la detengo. In Ucraina c’è questo, per cui si è alzata una foschia che rende difficile vedere l’umanità; piuttosto una distorsione della realtà e quindi arriviamo al conflitto che è il figlio della complessità, cioè del pluralismo. Ma il pluralismo dato dai diversi modi è anche una ricchezza.
Quindi l’emersione della complessità e la divergenza del pensiero è positiva?
Certo, dal conflitto nasce la vita tranne quando si degenera. Parliamo di politica: è l’arte di governare, di reggere la cosa pubblica. Non di guardare all’interesse personale bensì ai cittadini. Cioè tutti dobbiamo interpretarla e agire avendo lo scopo del bene comune per l’interesse generale che va rappresentato ma anche continuamente ascoltato. Non basta mettere in un’urna ogni cinque anni una scheda. Occorre una partecipazione attiva alla vita pubblica, non limitarsi al solo lamento.
Possiamo affermare che la fraternità è partecipazione?
Bisogna dichiarare che la fraternità non è buonismo, non è un vogliamoci bene, neppure religioso, ma un concetto assolutamente laico. La fraternità afferma che c’è una relazione fondamentale tra le persone, essa si costituisce prima ancora di qualsiasi appartenenza. Siamo fratelli, lo scontro le divisioni sono legittime perché il pluralismo è una ricchezza. L’importante è che non degeneri in conflitto sia di persone come di popoli che porta a odio, guerra e violenza tra fratelli.
Ma chi è capace di gestire questa fraternità?
Dobbiamo capire che la fraternità è quel principio di organizzazione sociale che consente agli uguali di essere e mantenersi diversi con le proprie identità e appartenenze. Se la fraternità ha avuto tante sconfitte non possiamo dire non funziona, ma queste confermano ancora di più il valore di questo principio esistente nella vita umana. Il “Movimento politico per l’unità” di cui faccio parte ha come finalità la concretizzazione della fraternità in ambito pubblico. Quindi nei parlamenti, nei consigli comunali, nelle istituzioni, e abbiamo anche una seconda finalità, quella della formazione. Questo movimento è nato nel 1996 e ora anche nel Parlamento italiano si tengono periodicamente incontri tra i politici di qualsiasi schieramento per confrontarsi schiettamente, e con disponibilità reciproca, sugli argomenti più cogenti, sebbene normalmente non partecipino che una settantina, di tutti i partiti.
L’altra caratteristica è quella delle scuole di formazione. In alcuni Comuni è stato inserito nel preambolo del regolamento il principio di fraternità come regolatore dei rapporti politici all’interno del Consiglio Comunale. In tal modo tantissime sono state le città che hanno aderito e si è formata una rete. Partendo dagli anni 90 a oggi, più di 140 Comuni sono in questa associazione di città per la fraternità, non come valore, ma un principio da guardare e attuare all’interno dell’amministrazione.
Riporto un’esperienza vissuta nel 2010, nella veste di responsabile internazionale del Movimento. Ero in Corea del Sud all’interno del parlamento coreano. Lì, quasi come prassi, le discussioni su una legge divenivano delle vere e proprie risse. Per impedire l’approvazione di una legge c’erano parlamentari che si menavano con calci e pugni mancavano solo i coltelli e ciò avveniva in aula con le telecamere che riprendevano. Nel 2005/6 nacque un gruppo interpartitico promosso dal Movimento sulla fraternità. Un gruppo pluralista, con rappresentanti anche delle diverse religioni. Gli vennero dati dei fondi con cui si diede vita a una scuola anche all’esterno del Parlamento e a ricerche. Una di queste venne affidata a degli studenti universitari di Seul: consisteva nell’esaminare gli atti parlamentari per mettere in rilievo tutte le negazioni della fraternità, cioè trovare tutti quei momenti in cui i deputati si insultavano reciprocamente tra di loro, anziché parlare di argomenti costruttivi. Ebbene questi universitari pubblicarono gli atti di questa ricerca facendo una graduatoria dei politici. La chiamarono “purificazione del linguaggio”. A essere in assoluto la meno aggressiva fu una donna, eletta poi nelle elezioni successive del 2012. Un grande risultato perché era la prima volta che veniva nominata una donna. Questo è per dire che la fraternità è un fatto concreto non solo teoria, è un sogno realizzabile concretamente, non un’utopia.

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