Dopo la pandemia….la guerra! Come supportare i bambini

In questi giorni ho provato più volte a scrivere qualche riflessione in merito alle conseguenze della guerra nella vita dei bambini. Ogni volta ho sentito le mie parole inadeguate e insufficienti a descrivere un vissuto di così intensa sofferenza che la guerra procura loro. Quali parole possono descrivere la sofferenza innocente? Dopo il lungo periodo pandemico che ha tolto a tanti bambini opportunità e li ha privati di relazioni, adesso anche la guerra! Naturalmente il pensiero è rivolto primariamente ai milioni di bambini che nel giro di pochi giorni hanno dovuto lasciare le proprie case, i propri affetti e le loro abitudini, ma anche ai bambini “bombardati” da immagini alle quali è difficile dare un senso.

Ho sentito, mentre provavo a scrivere, che le parole delle neuroscienze suonavano vuote, anche perchè la guerra procura una sofferenza fin troppo comprensibile per qualsiasi persona di buon senso e sensibilità e poco avrei poturo aggiungere. Comprensibile la sofferenza , ma ugualmente incomprensibile il comportamento dell’uomo contro l’altro uomo, neanche conosciuto.  Lascio agli storici le valutazioni politiche ed economiche che hanno portato alla guerra.

Certo c’è da chiedersi perchè solo le sofferenze di questa guerra sta mobilitando molti di noi e tanti Stati e diplomazie. Le guerre, anche con drammaticità maggiore, sono state presenti nel nostro villaggio globale anche in anni recenti; ed è poco convincente o comunque poco giustificabile che la lontananza geografica investe le nostre emozioni meno che le guerre fatte vicino casa. Forse i bambini di un posto lontano valgono meno di quelli di un altro vicino? Lascio ad altri più esperti le considerazioni sul fatto che, secondo alcuni, questa guerra è così sentita da noi europei perchè mette a rischio la nostra democrazia.

Una criminologa italiana, I. Merzagora, ha scritto pochi anni fa un libro dal titolo “La normalità del male”, titolo suggestivo scelto per parafrasare quello ben più famoso di H. Arendt “ La banalità del male”. In questo suo libro la Merzagora si chiede, tra l’altro, cosa potrà garantire che situazioni di crudeltà come quelle accadute con l’olocausto, non debbano più a ripetersi. In effetti la storia ha dimostrato che le crudeltà, magari in proporzioni quantitative minori e meno sistematizzate, si sono ripetute tante altre volte e non credo che l’intensità della crudeltà vada misurata dalla quantità di persone che coinvolge, poichè ogni persona rappresenta, in qualche modo, tutta l’umanità.

Questa guerra ci impegna perchè è alle porte di casa e perchè rischiamo di essere coinvolti anche a livello economico o nella quotidianità!

Come sempre ad essere particolarmente colpiti sono i bambini, che vivono la drammaticità della guerra sulla propria pelle o perchè direttamente coinvolti o per le notizie e immagini che devono subire. Molti di loro hanno dovuto cambiare, nel giro di pochi giorni, il loro stile di vita, lasciando case, affetti, scuola, genitori, amici, abitudini…….. Altri hanno dovuto scoprire la crudezza di immagini e conoscere una realtà che avevano  studiato o che ignoravano; o visto solo nei cartoni animati e nei video giochi, comunque tutt’altro che educativi.

Una sofferenza- ovviamente ben più profonda per i bambini che la devono vivere direttamente- che si iscrive nella loro mente, a volte in modo  irreversibile e che modifica i modelli operativi e la costruzione della realtà; cambia le relazioni e l’affettività; innesca paure e nevrosi.

Tutto ciò in continuità con il  periodo pandemico, estremamente complicato per la vita dei bambini.

A mitigare questo dolore c’è il fatto che i bambini dell’Ucraina che hanno dovuto lasciare in pochi giorni le loro abitudini  sono in compagnia  di almeno un genitore ( anche se i minori non accompagnati sono migliaia).  La consapevolezza per i bambini di non essere stati abbandonati dai genitori- e che essi stessi subiscono la stessa sorte e soffrono con e per loro, con l’unico desiderio di proteggerli-, è una importante risorsa psicologica.

È altresì significativo per i bambini la solidità degli adulti, non da rappresentare come fossero eroi che non soffrono, ma capaci di resilienza e speranza.

Infine un particolare importante è la solidarietà che ricevono nei luoghi di accoglienza.  Questo può veramente fare la differenza! Crea nello schema mentale del bambino la possibilità che ci sono persone capaci di bene e di accoglienza , nonostante altri uomini stiano procurando loro sofferenza. Per i bambini più grandi lascia la speranza che l’odio non è ineluttabile; per i più piccoli sviluppa la speranza che è possibile incontrare persone che non vogliono fare loro del male. Fortunatamente la solidarietà ha finora mobilitato tante persone, in tanti modi.

Di particolare interesse mi sembra invece una domanda che spesso viene fatta in questi giorni riguardante le modalità con cui parlare ai nostri bambini della guerra, preceduta da un’altra: è opportuno parlare con i bambini della guerra?

Penso sia opportuno dire, innanzitutto, che per bambini piccoli non è opportuno che vedano tutte le immagini che la televisione ci porta dentro casa. La capacità dei bambini di elaborazione di immagini troppo crude non è infatti possibile e pertanto sono nocive. Parlarne, invece, è utile, anche se modalità e linguaggio devono essere adeguati all’età e alla maturità del bambino.

Si può parlare della guerra parlando innanzitutto della pace, su come si costruisce la pace. Questo argomento è comprensibile a tutti i bambini, è educativo perchè parte dal presupposto che chiunque può fare qualcosa per costruirla e che quindi dipende anche dal comportamento quotidiano di ciascuno.

In alcune scuole dell’infanzia e della primaria di città italiane si sta diffondendo l’abitudine ad utilizzare “il dado della pace”. Ogni mattina un bambino tira un dado sulle cui facce c’è una frase che, se messa in pratica,serve a costruire la pace e tutti i bambini si impegnano a farlo  insieme ai compagni durante la giornata per costruire la pace in classe.

La pace per essere costruita ha la necessità di essere preceduta dal riconoscimento della diversità di ognuno e dal fatto che ogni diversità ha bisogno di essere accolta perchè è ricchezza per ciascuno.

Insegnare a costruire la pace è dunque un progetto educativo che serve a sviluppare il pensiero critico del bambino. Partendo da queste premesse è utile parlare anche della guerra, che diventa qualcosa che non è ineluttabile e che pochi adulti decidono e tanti subiscono ed in particolare i bambini.

Un altro passaggio indispensabile è chiedersi con i bambini: cosa ognuno di noi può fare, oggi, subito per contribuire ad aiutare i bambini che hanno avuto la propria vita sconvolta dalla guerra? Poter osservare i genitori e gli adulti impegnati in una rete di solidarietà è la risorsa più importante per i bambini.

Tutto ciò non impedisce che si creino ferite nella mente dei bambini, le cui cicatrici possono rimanere per sempre e che si manifestano con i più diversi sintomi psicopatologici o comunque in diffidenze sul piano delle relazioni interpersonali.

Le neuroscienze ci spiegano, inoltre, che questi vissuti di sofferenza troppo spesso si tramandano per generazioni!Creare un clima di resilienza, aiutarli nell’elaborare un pensiero critico e dare loro la possibilità di parlare del loro malessere, sapendoli aiutare con un  ascolto profondo e mai dando risposte evasive; creare un clima di sicurezza e sintonia, senza mai nascondere la verità: è questa una possibile  strada da seguire.

Questo compito appartiene a tutte le risorse educative: famiglia e scuola!

Francesco Sciuto, neuropsichiatra infantile

 

 

 

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