Com’è profondo il mare – La Cultura che accoglie in una Città di Luce e Acqua

Il sentirsi ciclicamente immersi a guardare attraverso un oblò da posizioni alterne ha il duplice effetto da un lato di farci sentire ovattati, di mantenere limpidi i nostri pensieri, di essere parte del tutto mantenendo la giusta distanza e, dall’altra, di percepirci come banchi di pesci che nuotano insieme per diverse ragioni adattando le loro cromature al gruppo come se fossero dipinte da una mano terza. Da una parte, in silenzio, si apprezza la solitudine dall’altra si fluttua in balia dell’acqua, in silenzio, ma si apprezza la compagnia. In entrambe le posizioni senza neanche accorgersene ci si è ritrovati ad indossare maschere antigas al posto di mascherine colorate e a prendere le armi al posto di un disinfettante, mentre una voce fuori campo sussurrava: te lo avevo detto che l’epidemia era come una guerra, dovevi essere pronto.

È questo concetto dell’essere sempre pronti che altera ogni possibile percezione, che ci porta inevitabilmente a muoverci da soli o in massa escludendo ogni preziosa riflessione che non sia posizionata dentro quello spazio costruito che noi stessi consideriamo il nostro unico vissuto. Siamo in gabbia e ci siamo entrati coi nostri piedi. Tutto questo ci appartiene, non esistono creatori malvagi esiste l’uomo, almeno ad oggi salvo improvvidi imprevisti. Ma l’uomo nonostante “sia rimasto senza benzina, la casa crollata, il terremoto, una tremenda inondazione e le cavallette”, (come direbbe Jake Blues) continua in parallelo la sua esistenza e non per cinismo ma per compensazione. Ed è in quel preciso momento che il sentirsi immersi sott’acqua svanisce: tutto si ricompone verso una ricerca di quotidianità che alimenta ossigeno e tenta di aggiungere cumuli di speranza sopra cumuli di rovine.

Ogni comunità inizia a lottare contro una condizione di coma, tenta una personale rianimazione – con il dovuto incipit s’intende … nonostante la Covid, nonostante la crisi, nonostante le guerre – e crea futuro: dona e accoglie profughi con un impeto mai visto in precedenza (che sia finalmente la volta buona e il giusto esempio per vestire i panni di Scrooge nella visione dei fantasmi del natale presente e futuro) e prosegue i suoi percorsi.

La nostra Comunità l’ha fatto, ha reagito: ha donato e accolto i profughi e ha atteso il responso di Capitale della Cultura che però non le ha regalato il podio. In entrambi i casi ha comunque vinto creando un vortice di emozioni e un laboratorio di opportunità: in entrambi i casi la nostra città ha fatto centro. Ognuno con la sua parte, i cittadini si sono prodigati, le scuole, culle di cultura, hanno accolto ed integrato giovani studenti con i loro zaini appesantiti dalla guerra (“guerra” parola che a stento riesco a scrivere tanto mi sembra incredibile e lontana dal mio vocabolario) ma all’esterno con l’adesivo della Pace: la Cultura che accoglie in una città di luce e acqua. Grazie per averlo fatto, per aver ricomposto con dignità delle giovani vite in frantumi.

E poi c’è stata la competizione, il desiderio di esserci come comunità prima ancora di aspirare ad una medaglia d’oro che dà certo gloria e remunerazione ma è poca cosa rispetto al fatto di aver messo in moto dei meccanismi virtuosi che difficilmente potranno retrocedere. Il problema è semmai spingerli in avanti perché il rischio di trovarsi a fluttuare negli abissi è consistente. Leggere considerazioni post verdetto per puro sterile esercizio di stile, di singole personalità o persone dentro associazioni che hanno partecipato alla stesura del dossier Siracusa Capitale Cultura in veste di Comitato Cittadino, con l’ipocrisia del si vince insieme e si perde soli, è una pagina da strappare. Da strappare come ogni convergenza involutiva che predomina perfino quando Pace e guerra sono allineate nello stesso arco temporale per cercare di compensare, per cercare di eliminare la ricerca costante di un nemico da abbattere.

Iniziare dalle piccole cose, dal senso di Comunità, da ogni piccolo microcosmo ci aiuterà forse ad affrontare “La guerra invernale del Tibet” che leggendo Dürrenmatt ci auguriamo non arrivi mai. Forse adesso i tempi non sono maturi e nella speranza futura che si possa tornare a fluttuare insieme per ridare una forma a quell’acqua che ci ha fatto nascere, è sufficiente solo scegliere da che parte dell’oblò posizionarsi, senza spostarsi perché … è chiaro che il pensiero dà fastidio anche se chi pensa è muto come un pesce anzi un pesce e come pesce è difficile da bloccare, perché lo protegge il mare. (https://youtu.be/nZFQHLPurF4)

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