Conoscenza del territorio e competenza tecnica nell’affrontare le criticità dei luoghi: questo, semplificando, il punto di partenza per pensare alla rigenerazione urbana, per risolvere problemi da sempre irrisolti nelle aree già urbanizzate e in quelle che si intende riqualificare, come quella dell’ingresso sud di Siracusa di cui di recente si è tornati a parlare. E non c’è dubbio che una delle più evidenti e gravi fragilità del capoluogo siano le condizioni idrogeologiche, quelle con cui si deve fare i conti ad ogni pioggia appena più intensa.
Ne abbiamo conversato con l’ingegnere Nino Di Guardo, certamente tra i maggiori esperti del settore anche per l’ampia, e appassionata, conoscenza “storico-archeologica” della città
Ing. Di Guardo, la nostra città nel suo insieme presenta fenomeni di allagamento che talora sono temporanei, in dipendenza da forti piogge, e in altri casi sono permanenti, come nell’area compresa fra Piazza Adda e i Pantanelli. Quali le cause?
Consideriamo anzitutto l’aspetto generale, che è comune a tutte le città. Partiamo da quello che in termine tecnico si definisce “invarianza idraulica” e che altro non è che il ciclo naturale dell’acqua. Normalmente, nelle aree libere da costruzioni, strade, parcheggi, cioè non rese impermeabili dal cemento, l’acqua proveniente dalle precipitazioni atmosferiche viene in parte assorbita dal terreno, tanto più se ricco di vegetazione, e in parte ritorna nell’atmosfera per effetto dell’evaporazione. Questo ciclo evita, se non in situazioni particolari o per eventi eccezionali, i fenomeni di allagamento. In un abitato urbano, invece, il terreno divenuto impermeabile per effetto del cemento non consente più l’infiltrazione; tutte le acque meteoriche rimangono sulla superficie, e anche l’evaporazione si riduce. Ecco quindi i ristagni, gli allagamenti e dilavamenti impetuosi che talora devastano strade e piazze, tanto più in uno scenario di cambiamenti climatici che rendono sempre più frequenti, nelle nostre zone, le piogge torrenziali.
Quindi dovremmo modificare il modello attuale dei nostri abitati urbani?
Dovremmo abituarci a progettare ogni nuovo insediamento e/o ogni intervento di riqualificazione urbana su larga scala in modo corretto, partendo dalla conoscenza della situazione idrogeologica del terreno. Questa ci consente di progettare, a valle di ogni intervento costruttivo, il sistema di smaltimento del volume di acque meteoriche gravante sul nostro terreno. E la progettazione deve fondarsi su criteri di ecosostenibilità, che si attengano quanto più possibile al processo naturale di cui ho parlato prima (la cd. “invarianza idraulica”). Il criterio prioritario dev’essere quello del riuso dell’acqua, risorsa sempre più preziosa in tempi di crescente siccità, e, in ogni caso, occorre assicurare una quota di infiltrazione nel terreno naturale. Per i volumi d’acqua che ancora dovessero eccedere va previsto, come opzione prioritaria, lo scarico in un cosiddetto “corpo idrico naturale”, cioè un corso d’acqua naturale, e solo in seconda battuta o per una quota minima (e non per la totalità come oggi!), lo scarico nella rete fognaria.
![]()
Ma com’è possibile riportare una città già interamente costruita a questi criteri?
Sembra impossibile, ma in realtà ci sono notevoli margini di miglioramento che possono cambiare radicalmente situazioni oggi difficili. Bisogna partire dalle aree verdi urbane; non solo vanno incrementate come quantità (anche in considerazione del miglioramento della qualità dell’aria che respiriamo e della mitigazione del calore), ma vanno ristrutturate, ove possibile, quelle esistenti, anche in porzioni piccole come possono essere le aiole spartitraffico o le rotonde di circolazione. Come? Creando, nelle aree cementate circostanti, sistemi di drenaggio che convoglino le acque meteoriche nella porzione di terreno non impermeabilizzata, provvedendo all’irrigazione del verde soprastante, ed eventualmente, laddove possibile, al riempimento di vasche di stoccaggio sotterranee, da dove poi l’acqua può essere riutilizzata. D’altronde, un primo, limitato ma pur sempre significativo intervento di questo genere è già stato realizzato a Siracusa; in piazza Adda, la piccola area verde che funge da spartitraffico è stata riprogettata in funzione del drenaggio della superficie cementata circostante, con una vasca sotterranea di raccolta del volume in eccedenza per l’irrigazione estiva del vicino giardino pubblico. È una piccola cosa; ma pensiamo alla quantità di superfici cementate che potrebbero ospitare vasche sotterranee di stoccaggio, con in più una quota di adeguate essenze arboree soprastanti: piazze al di fuori del centro storico, parcheggi pubblici o dei supermercati… In alcune città questa è già realtà. Perché non a Siracusa? E perché non progettarlo adesso, quando il PNRR offre un’opportunità impensabile fino a due anni fa?
Ha ragione, sembra lapalissiano, ma torniamo all’area specifica che ci interessa. Piazza Adda e Ginnasio Romano sono quasi sempre sott’acqua, non solo quando piove…
Qui la situazione idrogeologica è particolare. Che la terrazza su cui sorge Siracusa sia ricca di acque è cosa nota; questo perché è parte di un altipiano calcareo con un basamento impermeabile costituito da vulcaniti. Lo strato calcareo, per porosità propria e per fenomeni carsici e di fratturazione, è fortemente permeabile e permette la formazione di falde acquifere molto produttive. È da queste falde che si alimentano le numerose sorgenti lungo i versanti nord (Acqua Colombe, ad esempio) e sud (Tremilia) della terrazza; ed è da esse che traevano acqua gli acquedotti greci (Ninfeo, Paradiso e Tremilia) il cui apporto integrava quello dell’acquedotto Galermi, proveniente invece dall’entroterra. I dati archeologici dimostrano che da questo complesso di acquedotti si diramava una rete di canali che distribuiva l’acqua in tutta la città antica. Ma la zona in oggetto, ai piedi del colle del teatro greco, dove oggi si trovano Piazza Adda, la stazione e il cosiddetto Ginnasio Romano, è una vera e propria spugna intrisa d’acqua perché insiste – come dimostrato da un’ormai cospicua serie di dati geoarcheologici, ricavati da fonti storiche, perforazioni e scavi archeologici – sull’antica palude Lisimelia, alimentata dalle acque che scendevano dall’altopiano nella zona di Tremilia e da quelle dell’attigua, verso est, palude del Syrako. Con il tempo, l’area dell’antica palude venne inglobata nell’abitato antico; e non è un caso che proprio nell’area della stazione di Viale Ermocrate siano stati rinvenuti resti di antiche canalizzazioni di drenaggio per lo smaltimento delle acque in eccesso; segno che già in antico si era dovuto affrontare il problema di prosciugare il suolo non solo dalle acque provenienti dal colle ma anche dall’intrinseca natura paludosa di quel tratto di pianura acconcata. Successivamente, e soprattutto con la rapida espansione edilizia a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, l’antica rete dei canali, sia quelli di distribuzione che quelli di drenaggio, è stata interrotta e obliterata, con l’ovvio risultato che le acque di scorrimento meteorico non hanno più sbocco e ad esse si aggiungono, dal sottosuolo, quelle delle risalite sorgive.
![]()
Il che immagino si traduca non solo in uno stato di allagamento superficiale quasi permanente ma soprattutto in una poco rassicurante instabilità del terreno… Quindi cosa bisogna fare per ovviare a questo problema?
Occorre ristabilire la condizione di cui parlavamo prima, l’invarianza idraulica, cioè una situazione di equilibrio nelle relazioni fra il terreno e i vari apporti idrici, ricreando un sistema di drenaggio e di sbocco delle acque.
In buona sostanza, è possibile conciliare la criticità di questa situazione geomorfologica con il progetto di un’integrale riqualificazione urbana di quell’area, waterfront compreso?
È un intervento certamente complesso, ma possibile. Anzi, proprio l’idea di una riqualificazione integrale dell’area in funzione della valorizzazione dell’ingresso sud e della creazione del waterfront è lo scenario ideale per una rivisitazione di ampio respiro del nostro tema, che punti a risolvere il problema idrogeologico di questa porzione urbana in modo definitivo e definitivamente sostenibile, ponendolo alla base di ogni successiva progettazione urbanistica. Non dobbiamo dimenticare che le città sono ambienti complessi, risultati di continue interazioni tra ambiente, società e realtà politico-economiche. La conoscenza e la valutazione della complessità dell’ambiente urbano sono materie multidisciplinari, che necessitano anzitutto di solide informazioni scientifiche su cui basare sia l’analisi dello stato di fatto che le previsioni di scenari futuri; e poi di una forte consapevolezza politica e sociale. Il tutto, ancorato ad una visione condivisa di città da perseguire; nel nostro caso – io mi auguro e spero – una città sostenibile, intelligente, inclusiva e verde.

Commenti recenti