La Pandemia ci ha colto di sorpresa! È ovvio affermare che non eravamo pronti: vivere con essa già da due anni, senza certezze per il futuro, sta mettendo alla prova le nostre capacità di resilienza. Come era facile prevedere è passata anche la fase “retorica”: nessuno più inneggia ai medici e alle figure sanitarie, nessuno scrive che andrà tutto bene – anche perchè non è andato tutto bene -; pochi mettono in evidenza la grande solidarietà che il Paese ha dimostrato … ed anche i morti quotidiani non hanno più la risonanza dei primi tempi. La pandemia ha evidenziato alcune verità forse dimenticate, per esempio che affermare di essere interdipendenti non è un modo di dire, ma una realtà esistenziale.
La crisi pandemica ha messo in evidenza i limiti del “mondo pre covid” ed ha dimostrato che la lente con cui lo leggevamo non è più adatta alla lettura del “mondo post covid”. Le categorie mentali, le certezze sociali, gli equilibri economici su cui avevamo costruito la nostra quotidianità non sono più adeguati alla nuova realtà sociale ed esistenziale. Una nuova sfida ci attende e le armi in nostro possesso non sono sufficienti ad affrontarla. Il rischio maggiore, a mio avviso, è non avere consapevolezza di tutto ciò.
Abbiamo vissuto (ed ancora viviamo) con la paura, abbiamo sperimentato l’incertezza sociale ed economica; la morte, scotomizzata in mille modi vivendo come fossimo onnipotenti, si è fatta più prossima ad ognuno di noi.
Viviamo l’incertezza della Scienza e abbiamo dovuto prendere posizioni, spaccando il sistema sociale e poco conta dove propenda la maggioranza. Di fatto – anche se per un bene superiore – abbiamo dovuto accettare limiti, abdicando a ciò che da sempre abbiamo considerato diritti acquisiti della persona e sottoporci a sistemi di controllo.
C’è una evidente ferita nel corpo sociale che si ripercuote nel nostro vissuto quotidiano che a sua volta alimenta la ferita sociale. Anche perchè è del tutto evidente che nonostante malattia e morte siano democratiche e possono colpire chiunque, le conseguenze sociali ed economiche della pandemia non sono invece per tutti uguali.
Si parla, purtroppo, molto poco degli aspetti psicologici!
Conosciamo le conseguenze dello stress sul cervello umano e tutte le ricerche fatte in questi anni di pandemia dimostrano in modo chiaro come i bambini, che hanno minore capacità di resilienza, presentino disagi psicologici importanti con percentuali significative (65% nella fascia sotto i 6 anni; 72% nella fascia 7/18 anni). Questo vale sia per l’infanzia che per gli adolescenti, ma certo gli adulti non sono esenti da queste situazioni di stress.
L’aspetto più preoccupante non è solo la crescita di una sintomatologia acuta, (dall’ansia vissuta dopo ogni tampone fatto per un possibile contatto con un positivo o davanti sintomi influenzali o la facile irritabilità fino ai disturbi dell’umore, ai disturbi del sonno o dell’alimentazione … e la lista dei sintomi è molto lunga!) ma le modifiche strutturali che uno stress così prolungato può creare nel nostro cervello e come queste rischiano di ripercuotersi nelle generazioni future.
Non a caso l’OMS ha parlato di Pandemic fatigue considerandolo un quadro clinico del tutto nuovo e non descritto nelle classificazioni utilizzate sulla salute mentale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità arriva ad affermare che “ la tutela della salute mentale è la priorità assoluta” riconoscendo le gravi conseguenze che la pandemia da Covid 19 ha su di essa.
Lo stress da pandemia è considerata una condizione del tutto nuova rispetto a quanto a noi noto nella pratica clinica, a causa di uno stato di stress perdurante e non convenzionale, che non colpisce solo il presente ma rende incerto il futuro.
Tutto ciò è comprensibile se facciamo riferimento alle leggi di sviluppo psicologico e alle neuro scienze, che ci insegnano che il disagio psicopatologico ha modalità di trasmissione tra una generazione e l’altra che vanno al di là dei geni e, soprattutto che la “costruzione della mente” è esperienza dipendente.
Gli psichiatri stanno studiando i sintomi psicopatologici, le fasi e i tempi con cui si sviluppano. Bene hanno fatto alcuni ordini nazionali, da quello degli psicologi, a quello di epidemiologia psichiatrica a chiedere investimenti per dare risposte adeguate a questa emergenza che rischia di ripercuotersi sul nostro benessere mentale e su quello delle generazioni future, nonchè a dettare alcune linee guida comportamentali per aumentare la nostra capacità di resilienza.
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Il mondo politico, sia a livello nazionale che locale, non si pone il problema, ma ancora più colpevole è il silenzio delle istituzioni socio sanitarie locali, che non vanno al di là di alcune risposte formali e di “facciata”.
In un momento in cui ci vorrebbe la massima coesione assistiamo ad una grande frammentazione di interventi, il più delle volte formali e poco qualificate e non valutate.
Ancora più impreparato appare tutto il mondo dell’educazione, che non riesce a prendere consapevolezza che la pandemia ha fatto esplodere tensioni pre-esistenti e che il grande dolore che sta procurando può essere trasformato in una nuova opportunità per un mondo più giusto: una nuova sfida ci attende.
La pandemia rischia di far diminuire ulteriormente il quoziente di empatia, già basso in epoca pre covid, presente nelle nostra società.
Pur apprezzando le linee guida che vengono consigliate da tanti organismi per dare risposte al malessere di oggi, dobbiamo con chiarezza affermare che solo facendo crescere il quoziente di empatia della nostra società, partendo dalla persona singola e allargando alla famiglia, alle comunità educative, ai gruppi informali, alle comunità di prossimità e alla comunità locale è possibile cogliere – pur in un momento di così grande malessere e dolore – l’opportunità di cambiamento che la pandemia ci offre.
L’empatia – di cui oggi si conoscono i circuiti neurofisiologici – è la nostra capacità di identificare ciò che qualcun altro sta pensando o provando e di rispondere a quei pensieri e sentimenti con una emozione e/o attività corrispondente e congruente.
Ognuno di noi si trova all’interno di uno spettro di empatia, la cui collocazione dipende dal quoziente di empatia. Noi oggi stiamo lasciando alla crisi che viviamo la possibilità di erodere il livello personale e globale di empatia, senza renderci conto che è solo nella crescita di questa a livello comunitario che possiamo trovare la risposta per uscire da questa emergenza e creare un ponte per il cambiamento.
La plasticità adattiva del cervello sicuramente è una grande risorsa per ognuno di noi e ci aiuterà a superare questa difficile situazione che stiamo vivendo; è sempre stato così nella storia dell’uomo, ma è bene porre l’attenzione sui costi psicologici e sociali che potremmo pagare. Dare risposte alla ferita sociale delle nostre comunità non è procrastinabile e questo deve avere risposte politiche, sociali, sanitarie, educative ed economiche adeguate alla sfida e deve iniziare dal prenderci cura delle situazioni di maggiore vulnerabilità. Scegliere di percorrere strade che fanno crescere il livello di empatia può aiutare ognuno di noi a far crescere i livelli di adattamento e la nostra resilienza evitando che lo stress acuto si cronicizzi. Il corpo sociale potrà sperare di risanare le profonde ferite procurate dalla pandemia.

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