Perché dire no all’energia nucleare

È di questi ultimi mesi la dichiarazione da parte del ministro della transizione ecologica Cingolani della possibilità di una nuova apertura all’energia nucleare per raggiungere gli obiettivi fissati dall’U.E. per l’abbattimento di CO2 entro il 2050. E ovviamente si è riacceso un dibattito ormai sopito fra i favorevoli e i contrari.

Oggi, dopo decine di anni, non si ricorda più quali furono i motivi che portarono all’abbandono del nucleare in Italia attraverso il referendum abrogativo dell’8/9 novembre del 1987 (all’epoca nel nostro Paese si contavano quattro centrali elettronucleari: quella di Latina e Garigliano di Sessa Aurunca attive dal 1964; la centrale Enrico Fermi di Trino (VC) attiva dal 1965 e la centrale di Caorso attiva dal 1981). L’opzione del nucleare derivava dal repentino aumento dei prezzi di importazione dei prodotti petroliferi dovuti alla questione arabo-israeliana e così il PEN – Piano Energetico Nazionale – datato 1975, aveva previsto la realizzazione di ulteriori otto unità nucleari su quattro nuovi siti ma in realtà nessuno dei 5 quesiti referendari aveva direttamente come oggetto l’abbandono del nucleare.

Il terzo quesito, che riguardava l’abrogazione della facoltà del CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) di deliberare sulla localizzazione delle centrali qualora gli enti locali interessati non avessero raggiunto un accordo a riguardo, vide la vittoria del sì all’80,57%. Il quesito n. 4 chiedeva l’abrogazione dei contributi agli enti locali che ospitassero sul proprio territorio centrali nucleari o a carbone, e il sì vinse con il 79,71%. Il quinto quesito riguardava l’esclusione dell’Enel, all’epoca ancora ente pubblico, dalla partecipazione alla costruzione di centrali nucleari all’estero. Anche in questo caso il sì vinse, con il 71,86%.

Il quorum fu raggiunto con un’affluenza alle urne del 65,1%.

A segnare l’inizio del declino del nucleare in Italia furono due gravissimi eventi. Il 28 marzo 1979 avvenne l’incidente di Three Miles Island: la fusione parziale del nocciolo dell’omonima centrale nucleare, in Pennsylvania. Nonostante non ci fossero vittime, piccole quantità di gas radioattivo si dispersero nell’ambiente. A quell’epoca, in Italia, la popolazione locale già stava protestando contro la costruzione della centrale di Montalto, che sarebbe iniziata nel 1982. Appena due mesi dopo l’incidente, le proteste sfociarono in una manifestazione a Roma, cui presero parte circa 20 mila persone. Nonostante questo, il nucleare trovò ampio spazio anche nel PEN del 1985. Il piano prevedeva la realizzazione di nuove centrali entro il 2000. Era prioritaria la necessità di ampliare il mix energetico nazionale e ridurre la dipendenza dal petrolio importato. Però il 26 aprile 1986 si verificò il disastro di Chernobyl. Questa volta l’effetto negativo sull’opinione fu esponenziale. Difatti il mese dopo 200 mila persone si radunarono a Roma per manifestare. Il Partito Radicale promosse i referendum raccogliendo un milione di firme in meno di quattro mesi e ci furono anche prese di posizioni della comunità scientifica. Il sentimento popolare antinucleare s’alimentò per la paura della nube radioattiva che si disperse in mezza Europa, anche se le fonti ufficiali non ne fecero menzione, ma la rivista La Nuova Ecologia e la Lega per l’Ambiente documentarono la presenza preoccupante di radionuclidi su molte aree d’Italia. Così nei giorni successivi le autorità vietarono il consumo degli alimenti più a rischio, come latte e insalata. I grandi partiti (DC e PCI), prima favorevoli, cambiarono posizione. Fu così che tra il 1987 e il 1990 le centrali rimaste attive furono fermate definitivamente. Infine nel 1999 venne creata la società pubblica Sogin (Società Gestione Impianti Nucleari) col compito di occuparsi del decommissioning.

Attualmente un’inchiesta della giornalista Gabanelli ci ha informato che la Sogin finora è costata ai contribuenti, tramite prelievi dalle bollette elettriche, 4 miliardi, di cui oltre il 50% per stipendi (in Sogin vi sono 30 dirigenti lautamente pagati) ma ha fatto ben poco dopo decine di anni. La sua ultima tabella di marcia ha allungato ancora di più i tempi di conclusione lavori portandoli al 2036 con una spesa rincarata di 7,9 miliardi di euro, inizialmente erano 4,5. Secondo la Gabanelli, a Solluggia sono sotterrati, sotto la falda idrica, bidoni di sostanze liquide radioattive chiusi con saldature vecchie 50 anni. Si chiede la giornalista: perché l’autorità garante non ha applicato le penalità del caso?

Prendiamo ora in considerazione la Francia, la nazione che scelse il nucleare per essere autonoma e indipendente e che viene presa come esempio da chi propone il nucleare. Ad aprile 2019 aveva attive 19 centrali elettronucleari, ma adesso, in questo momento di criticità, sta chiudendo per sicurezza e manutenzione ben 2 di cui una (la Civaux) è la più giovane, costruita nel 1997, perché sono state trovati decadimenti dei materiali (saldature che non tengono) e sono troppo alti i costi sostenuti dallo Stato. Inoltre la maggioranza di queste centrali è vicine ai 40 anni d’attività cioè alla fine del loro ciclo di vita. Occorrerebbe quindi un investimento molto ingente per continuare nel piano nucleare. Difatti, nell’ultima settimana di novembre, si è verificato un ulteriore incidente nella centrale nucleare del Tricastin, un impianto che ha 40 di vita. In questo caso si è trattato di uno sversamento di 900 lt contenente trizio (isotopo dell’H2) che si è infiltrato nel terreno. Questa centrale fra le più vecchie è già stata interessata da incidenti. Uno studio dell’Edf (l’Enel francese) afferma che, per mantenere intatta la quota di elettricità prodotta dal nucleare, servirebbero, nei prossimi 50 anni, un minimo di 300 miliardi di euro d’investimenti al di là dei costi per lo smaltimento delle scorie. Attualmente il settore nucleare francese rappresenta circa il 70% dell’attuale mix di elettricità. Eppure, nel 2020, la priorità si è spostata dal nucleare al rispetto dell’obiettivo dell’accordo di Parigi nell’avere zero emissioni di carbonio entro il 2050. Nel suo piano energetico pluriennale, la Francia si è posta l’obiettivo di ridurre la quota di energia nucleare nel mix energetico al 50% entro il 2035. Così il governo ha annunciato l’imminente chiusura di 14 centrali nucleari per raggiungere questo obiettivo (Le Parisien). Al momento analisti parlano di un graduale arretramento da parte di Edf sul know-how nucleare (gli sforamenti di budget sono sempre più grandi). Il ministro dell’ecologia francese, che rappresenta il partito dei verdi, ha affermato che si potrebbe investire in energie rinnovabili per compensare le perdite e ha accolto con entusiasmo il rapporto: “L’opzione delle rinnovabili al 100% non è mai stata esplorata così a fondo: la massima autorità per l’energia ammette sia tecnicamente possibile”, ha dichiarato a Le Monde”.

Vogliamo ricordare che anche la Sicilia è coinvolta nel nucleare perché sono state individuate quattro aree potenzialmente idonee per la costruzione del deposito nazionale nucleare. Sono i Comuni di Trapani, Calatafimi-Segesta, Castellana Sicula, Petralia Sottana, Butera che potrebbero ospitare le scorie nucleari derivanti dalle centrali dismesse. “L’idea di mettere scorie nucleari nella nostra Regione, in aree dove da anni si lavora sul potenziamento delle caratteristiche ambientali, è paradossale e bisogna attivarsi subito perché non succeda” ha osservato Coldiretti Sicilia.

E perché gli industriali che dichiarano conveniente tale energia non decidono di entrare a far parte di un progetto che è sempre tutto a carico dello Stato? Questo porta a una domanda fondamentale: quanto costa l’energia nucleare? Nel 2004, il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti ha stimato che 1 kWh di energia elettrica prodotta da una centrale nucleare costa 6,13 centesimi di dollaro. Lo stesso kWh prodotto con il gas costerebbe 4,96 centesimi, con il carbone 5,34, con l’energia eolica 5,05 centesimi (Fonte EIA/DOE International Energy Outlook 2004, Washington 2004).

https://energiaoltre.it/la-francia-abbandonera-il-nucleare/; https://www.ecoage.it/energia-nucleare-vantaggi-e-svantaggi.htm; https://tg24.sky.it/ambiente/2021/09/16/referendum-antinucleare-italia-; http://www.astrid-online.it/static/upload/protected/Lega/Legambiente_dossier_i-Costi-del-nucleare_agosto08.pdf

Secondo D. T. Spreng, (3) (Net-Energy Analysis, 1988) la Richiesta di energia per la vita operativa di un reattore ad acqua pressurizzata (PWR) da 1.000 MWe che produce 200.000.000 MWh è di 5 Milioni di tep di energia fossile, dei quali 4 Mtep sono consacrati alle fasi di estrazione del minerale, macinatura, conversione, arricchimento e produzione del combustibile. Ciò significa che ogni 1.000 kWh prodotti occorre spendere 200 kWh di idrocarburi con le relative emissioni inquinanti e climalteranti.

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