Siracusa, una città “ferma” da quarant’anni. Ma è da un’analisi oggettiva che occorre (ri)partire

Era il maggio del 1984, e nell’appena inaugurato plesso scolastico Salvatore Quasimodo di via Italia, Quartiere della Mazzarrona, veniva messa in scena dagli alunni di uno dei plessi scolastici di scuola elementare più disagiati di Siracusa l’opera teatrale “Un sasso in bocca”, scritta dal compianto Oreste Reale e liberamente ispirata all’omicidio di Pippo Fava, avvenuto in quello stesso anno.

Era un quartiere, quello della Mazzarrona, già cresciuto in modo disordinato e già da allora abbandonato e ghettizzato, con un tasso di disoccupazione e un indice di dispersione scolastica tra i più elevati della Sicilia. Privo di quelle infrastrutture e quei servizi che avrebbero dovuto garantire un livello di sviluppo consono a una città degna di un Paese che, allora come ora, era tra le prime 7 potenze economiche mondiali.

A distanza di quasi 40 anni da quella rappresentazione teatrale che coinvolse un’intera scuola e una moltitudine di alunni, e che per qualche giorno trasmise a quei fanciulli nati e cresciuti ai margini della Città, germogli di una sana e concreta educazione alla cittadinanza, distraendoli per qualche settimana dal degrado e dall’incuria materiale e immateriale nelle quali erano immersi, mi chiedo cosa sia cambiato e che grado di sviluppo questa Città sia stata in grado di raggiungere da quel lontano 1984. Me lo chiedo soprattutto per immaginarmi un bilancio vero e oggettivo della Città, che possa caratterizzare con dati concreti i veri cambiamenti, infrastrutturali e architettonici, sociali ed economici che hanno dato volto alla Siracusa che conosciamo oggi.

Come è cambiata la Città negli ultimi 40 anni?

Ovviamente non è una domanda rivolta alla politica, ma indirizzata a ciascuno di noi, a chi ha avuto la fortuna (o la sfortuna) di abitare in questa Città e che ha vissuto in questo capoluogo negli ultimi 40 anni. È una domanda che dovrebbe partire dalla percezione personale di ciò che la Città ha rappresentato e che continua a rappresentare per noi e per le nostre vite.

Cosa ci ha offerto in termini di opportunità? Che qualità di vita abbiamo percepito, al di là della sfera dei rapporti familiari e interpersonali? Come e in che contesto la città è cambiata? Che cosa ha trasmesso ai nostri figli in termini di sviluppo cognitivo, di creatività, di spazi per il gioco e la cultura? Che cosa ha rappresentato in termini di sviluppo economico e sociale?

Altre domande dovrebbero essere poste per un’analisi accurata dei dati e per fornirci alcune risposte, basandoci sempre su un confronto lungo 40 anni. La nostra memoria storica ci indurrebbe a prendere come riferimento alcuni parametri che certamente caratterizzano il volto di una città. Certamente tra questi infrastrutture, servizi di mobilità, asset viari, servizi legati alla gestione dei beni comuni (acqua, aria, terra). Ma ve ne sono anche altri, meno visibili concretamente, ma certamente non altrettanto importanti: socialità, cultura, spazi di aggregazione, servizi alla persona.

In che modo è cambiata la Città in 40 anni, se prendiamo in esame questi parametri? 

Ovviamente il dibattito che scaturirebbe da quest’analisi sarebbe certamente drogato in prima battuta da interpretazioni politiche di parte, scevre da ogni oggettività, legato allo scontro ultradecennale tra destra e sinistra, lotta ideologica peraltro terminata già nel 1989 con la caduta del muro di Berlino. Ognuna delle parti si attribuirebbe presunti successi, addebitando alla parte avversa gli insuccessi e le mancate occasioni di crescita. Ma oggettivizzare e parametrizzare i dati servirebbe a capire che grado di sviluppo la Città si è dato e se questo ha portato a una reale miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini da 40 anni a questa parte.

Siracusa, come tante  Città del Sud, ha avuto uno sviluppo disordinato, disomogeneo e uno scarso collante sociale. Un tessuto economico debole, con alti tassi di disoccupazione e scolarizzazione e con un basso tasso di crescita di realtà economiche autonome e a vocazione territoriale. Dagli anni 50 in poi, un territorio che si è sviluppato sull’industria petrolchimica, settore che ha garantito per pochi un livello sufficiente di benessere, ma che non è riuscito a trasformarsi in distretto di competenze e di vero e proprio know how. Poco reddito disponibile e scarsa propensione alla spesa, hanno portato alla periferizzazione della Città, con sacche crescenti di precarietà e povertà che purtroppo caratterizzano la vita di numerosi nuclei familiari.

Tra gli ambiti che certamente si sono caratterizzati per una crescita diffusa, seppur lenta e capillare, c’è da annoverare il turismo, da sempre occasione sprecata dalla Sicilia per rilanciarsi al livello mondiale e che certamente si è accompagnata a un’offerta culturale di medio alto livello e ad una rigenerazione complessiva del nostro centro storico di Ortigia.

Che turismo offriamo ai tanti che si affacciano per la prima volta nel nostro territorio e che idea ne traggono una volta lasciata la Città? Da un punto di vista infrastrutturale, che cosa è cambiato dal quel lontano 1984? Quali infrastrutture hanno effettivamente cambiato il volto della Città e ne hanno definito i contorni e caratterizzato il volto? E quali invece gli impatti sulla mobilità e che cosa è effettivamente cambiato nella percezione dei cittadini in merito a questi servizi?

Che cosa è cambiato dal 1984 nella gestione dei beni comuni, quali miglioramenti rispetto ad allora sono stati effettivamente apportati?

Volendo restare oggettivi, e parametrizzare questi aspetti con indici di riferimento che possano essere confrontati con quelli di altre Città, certamente la percezione da parte della cittadinanza di un grande e radicale cambiamento della Città, da quel lontano 1984, appare lontana dall’essersi concretizzata. Rimane la triste e reale consapevolezza che poco o nulla sia cambiato da allora e che molto resti da fare per poter riportare la Città a standard qualitativi di vita accettabili e degni di una normale Città Europea.

Il confronto con il passato è necessario per progettare il futuro con oggettività e pragmatismo. Da quel lontano 1984 il mondo è cambiato e con esso le ideologie e la cultura di massa si è plasmata su nuovi modelli. La transizione energetica ormai alle porte e la lotta al riscaldamento globale, che chiude definitivamente l’era del massiccio utilizzo dei combustibili fossili, pone urgenti e seri interrogativi sull’idea di sviluppo della Città. Idea che non deve essere relegata a sterile dibattito politico di parte e tra pochi, ma che anteponga un progetto di largo respiro e che costruisca le basi per una seria ed ampia condivisione di progetti e di iniziative che raccolga le migliori energie della Città.

Non vi è alcun dubbio che la percezione comune che i cittadini hanno della Città e del suo sviluppo degli ultimi 40 anni debba condurre a una riflessione oggettiva sull’idea di crescita e sviluppo della Città. È evidente che troppo poco è stato realizzato negli ultimi 40 anni e che i risultati complessivi, spesso indicizzati da indagini statistiche serie e articolate, evidenziano un totale scollamento tra gli standard di sviluppo di Siracusa e quelli di altre Città italiane.

E in questo quadro,  di cui non andare certamente fieri, c’è tutta l’incapacità e la scarsa visione d’insieme di un’intera classe politica, di destra, di sinistra e di centro, che da 40 anni ad oggi poco o nulla ha saputo costruire e lasciare in eredità.

 

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