Si potrebbe riassumere in poche parole il convegno della Confindustria tenutosi venerdì 18 novembre quando è stato presentato il rapporto di sostenibilità del polo industriale 2019/20: “In questo biennio abbiamo perso circa 500milioni di euro e ora chiediamo alle autorità presenti, ai rappresentanti delle forze politiche e al Presidente della Regione Musumeci (anche lui presente), la compensazione di queste perdite. In fondo rappresentiamo il 32% della raffinazione italiana, con un fatturato di 7 miliardi, e 2,5 miliardi li diamo in tasse alla Regione e allo Stato. Non abbiamo creato disagi sociali perché abbiamo mantenuto i livelli occupazionali in questo periodo di pandemia”.
Ma non dichiarano o dimenticano di farlo notare, le raffinerie Lukoil e Sonatrach, che migliaia dei loro dipendenti (le due multinazionali sono in perdita) vengono mantenuti in cassa integrazione, cioè a spese della collettività, e che la manutenzione è stata ridotta al minimo per cui sono diminuiti gli occupati nell’indotto.
Continuando nel loro univoco discorso, lontano da veri e moderni obiettivi, nel volere catturare l’attenzione della sala presentano altri numeri significativi quali i 75 milioni investiti nel biennio, comunque dovuti da un grande polo industriale per la manutenzione, pena rischi sulla sicurezza, nell’affidabilità impianti o atti ad aumentare l’efficienza della produttività, ecc.
“Sappiamo che c’è il Pnrr e noi intendiamo accedere a quei fondi con progetti per la decarbonizzazione”.
Eppure i vari progetti presentati a Roma sono stati bocciati perché non conformi alle direttive dell’Ue sulla strada degli obiettivi ambientali 2030 e 2050. È scritto nero su bianco nella relazione presentata in quella sala che la Confindustria siracusana persegue gli obiettivi di sviluppo sostenibili che ha enunciato il programma delle nazioni unite (Sdgs) fra cui il garantire condizioni di salute, la salvaguardia del mare, l’accesso all’energia pulita, la promozione di infrastrutture resistenti e l’industrializzazione sostenibile per favorire l’innovazione, ecc. Un buon auspicio se seguiranno azioni conseguenti.
“C’è stata la riduzione di CO2, NOx SO2, polveri sottili (PM10 e PM2,5)” si è detto, sebbene lo stesso relatore abbia ammesso che ciò è stato più un effetto direttamente connesso alla pandemia e al conseguente abbassamento di marcia degli impianti specialmente nella raffinazione. Certamente non si può negare che, per propri interessi e quelli sociali, si è speso in efficientamento energetico con vari progetti portati avanti o in corso di realizzazione (recupero idrocarburi liberati durante carico navi, progetto per la sostituzione bruciatori forni con altri di ultima generazione per ridurre emissioni da combustione, ecc.). Ma si chiede maggiore sostegno economico e più tempo perché non è proponibile l’obiettivo europeo 2030 quale scadenza posta dall’Ue.
È a loro difesa che interviene il presidente Musumeci quando nel suo discorso afferma: “È vero siamo parecchio indietro e non possiamo costringere questi colossi industriali a un tale adeguamento in tempi brevi. L’Ue deve capire che quei limiti sono troppo stringenti”.
E quasi per giustificare tutto questo, apre il discorso sull’inesistente cultura ambientale avutasi per 70 anni (sic):
“C’è stata solo la corsa al profitto che ha portato la gente a costruire le case a due passi dal mare o sull’alveo dei fiumi col risultato che si è visto in queste settimane”.
Ma quale sarebbe il collegamento con la presenza del petrolchimico?
Musumeci si dice convinto che la transizione costa, che l’attuale modello di sviluppo, sbagliato per le caratteristiche dell’isola a vocazioni turistiche, è stato scelto 70 anni fa e oramai la situazione è questa per questo è compito della politica gestirla.
“Per questo dobbiamo condividere l’idea degli industriali di un processo graduale per allontanarsi dai fossili perché altre proposte non sono proponibili”.
È chiaro: i veri discorsi si fanno nelle sedi opportune dietro le quinte. Questo è e rimane un palcoscenico d’esposizione “democratica”.

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