Loggia Ungheria, Procura di Perugia: Infondato l’esposto dell’ex pm Maurizio Musco contro Paola Severino. Chiesta l’archiviazione per l’ex ministro

All’indomani della pubblicazione su Il Fatto Quotidiano di alcuni stralci dei verbali degli interrogatori resi dall’avvocato Piero Amara ai pubblici ministeri della Procura di Milano, Laura Pedio e Paolo Storari, sono seguite immediatamente le comunicazioni di denunce o querele da parte di chi è stato indicato dall’ex legale dell’Eni come associato alla fantomatica Loggia Ungheria o comunque in qualche modo coinvolto nel “sistema”.

Probabilmente l’avvocato, al momento il più “famoso” d’Italia, dovrà render conto della sua chiamata in “correità” da imprenditori, magistrati, politici, financo prelati, che o negano di aver mai fatto parte della Loggia, o di aver mai conosciuto oppure di aver avuto particolari cointeressi con Amara, o di essere responsabili di quanto a loro addebitato.

Intanto però diverse Procure indagano su quanto dichiarato dall’avvocato. E alcune sembrano dargli credito, non considerare frutto unicamente di un’esplosiva “creatività” le indicazioni attinte da una memoria, quella di Amara, che appare inossidabile (il riferimento a nomi letti una volta sull’elenco dei “40 nomi”, sebbene siano poi una settantina le persone che in qualche modo coinvolge, date luoghi e circostanze degli “incontri” per decidere nomine, fare raccomandazioni, e tanto altro). Per le Procure che lo ascoltano quindi, l’avvocato Amara non sarebbe affetto da un esiziale cupio dissolvi, quasi smanioso di aggiungere nuove querele per diffamazione o calunnia  ai reati per cui sarebbe già indagato a vario titolo.

E c’è anche l’ex magistrato Maurizio Musco a sembrar credere ciecamente alle “confessioni” di Amara. Informazioni, circostanze, fatti di cui forse non si era ancora potuto servire perché prima a lui sconosciuti o perché, non essendo ancora pubblici, dovevano restare riservati? E se la “verità” raccontata da Amara fosse proprio una verità di comodo perché l’ex magistrato possa giocarsi un’ultima carta per avere, in qualche modo, la possibilità di riabilitare la propria immagine dopo il provvedimento del CSM nel 2019 di radiazione dalla magistratura, confermato in Cassazione nel 2020? Domande che non avranno alcuna risposta.

Ma qual è questa “verità” su cui Musco ha fondato il suo esposto (86 pagine corredate da 89 allegati) contro Paola Severino, Ministro della Giustizia dal 16 novembre 2011 al 28 aprile 2013, che già a fine 2011 ne aveva chiesto e ottenuto «con urgenza» il trasferimento cautelare a Palermo?

   

Riportiamo le dichiarazioni dell’avvocato Amara a Milano, tratte da Il Fatto Quotidiano, in una scheda in calce all’articolo. “Ci tenevo moltissimo che il provvedimento cautelare adottato in sede disciplinare nei confronti di Musco fosse revocato – mette agli atti Amara, che poi però sarà costretto a scegliere: “l’interesse dell’associazione prevalse sul mio rapporto personale con Musco”. E ancora: “La vicenda Musco è la dimostrazione plastica del potere di Ungheria sul Csm”. Sarebbe quindi questa la spiegazione – per noi, ai tempi, assolutamente impensabile – di quell’atteggiamento ondivago del Csm, che ritenevamo ingiustificabile, nel decidere sul caso Musco?

In sostanza – secondo quanto scrive sempre Il Fatto Quotidiano -, per Musco, come risulterebbe nell’esposto presentato alla Procura di Perugia, l’azione disciplinare promossa dalla Severino nei suoi confronti non sarebbe stato che la “conseguenza” delle sue indagini sulla costruzione della discarica legata alla società Oikoten del gruppo Marcegaglia. Riferisce Il Fatto Quotidiano, “L’ispezione – si legge negli atti che riportano la tesi di Musco – malgrado non avesse accertato fatti di particolare gravità, aveva comunque comportato, grazie alla relazione stilata dalla dottoressa Fargnoli, un’incolpazione fortemente sponsorizzata dal ministro Severino, in quanto quest’ultima era portatrice di un interesse personale. Era (ed è) in stretti rapporti professionali e istituzionali con Emma Marcegaglia, esponente di primo piano di Confindustria e quindi al vertice dell’Università Luiss dove la Severino ha insegnato e poi è divenuta rettrice, ma anche al vertice del gruppo imprenditoriale a cui faceva capo una delle società che controllano la Oikhoten”. La Severino che era “interessata ad allontanare Musco dall’indagine Oikhoten” ne aveva richiesto il trasferimento cautelare ottenendolo grazie alla ‘complicità’ dell’onorevole Vietti, all’epoca vicepresidente del Csm, e a lei legato da rapporti politici e professionali”.

Secondo Musco, come ha scritto Francesco Nania su La Sicilia del 29 u.s., “Il gruppo ispettivo (intervenuto a Siracusa a seguito di un esposto presentato dall’ex sottosegretario Luigi Foti) ha depositato la relazione il 4 giugno 2012 escludendo qualsivoglia mio favoritismo nei confronti di Amara. Cionondimeno, gli ispettori – per la prima volta nella letteratura disciplinare dei magistrati – sostennero l’obbligo di astensione in capo al magistrato fondato sul rapporto di amicizia con il difensore delle parti private, asserendo che io avessi violato l’obbligo di astensione nei procedimenti le cui parti private erano assistite da Amara. Nella denuncia, Musco chiarisce che gli ispettori non avessero proposto la richiesta di trasferimento. Il ministro – afferma Musco – avanzava al Csm una richiesta di trasferimento fondata, in parte, su fatti contrari al vero per poi concludere che “il ministro aveva contestato la più grave delle violazioni nell’ambito di un procedimento correlato alla vicenda Oikothen”.

Ma di diverso avviso pare sia la Procura di Perugia che, dopo accertamenti investigativi durati due mesi su cui nulla era trapelato, non avrebbe trovato alcun riscontro alle dichiarazioni di Musco e avrebbe quindi già chiesto al Tribunale dei Ministri di archiviare il procedimento penale a carico dell’ex ministro della Giustizia, Paola Severino, e insieme dell’ex vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Michele Vietti, e del magistrato di Roma, Emilia Fargnoli, inizialmente posti sotto indagine per il reato di abuso d’ufficio.

Secondo il procuratore capo di Perugia Raffaele Cantone, infatti, non vi sarebbero indizi sull’appartenenza della Severino e di Vietti alla Loggia Ungheria, come invece indicato da Amara, né alcuna loro colpa sarebbe ravvisabile nel procedimento disciplinare a carico di Musco. “Una responsabilità della professoressa Severino (e dei suoi presunti con-correnti) per quanto è avvenuto anche dopo che ha dismesso la carica di ministro (aprile 2013) è allo stato assolutamente inipotizzabile in quanto nessun elemento (…) viene offerto dal Musco anche in prospettiva di un possibile approfondimento istruttorio – scrivono Antonio Massari e Valeria Pacelli de Il Fatto Quotidiano -. Delle incolpazioni disciplinari – scrive Cantone – sono stati officiati, nel corso di quasi otto anni in cui è durata la complessa procedura, le sezioni disciplinari di ben tre diversi Csm, con relatori diversi che non risultano avere alcun rapporto con Severino. Vietti non ha più alcuna carica dal 2014. Tre volte sono intervenute le Sezioni Unite civili della Cassazione, dal 2016 al 2020, in composizioni diverse e partecipate da giudici diversi”. E quindi: “Come avrebbe potuto Severino – o i suoi asseriti sodali – riuscire a influenzare le decisioni di tanti giudici, non solo togati, ma anche laici presenti nella sezione disciplinare del Csm e nella corte di legittimità?”….

L’attività ispettiva disposta da Severino – che oltre a Musco riguardava anche altri magistrati, proprio perché in contatto con Amara – era secondo i magistrati “pienamente legittima” e “doverosa.

Inoltre, chiarisce Il Fatto Quotidiano, “Amara, secondo Cantone, nutre nei confronti di Musco un “grande interesse personale” e per sua ammissione sarebbe intervenuto per ottenerne “l’assoluzione” nel 2015 “da parte della sezione disciplinare” e avrebbe “tentato di influenzare” il giudice relatore della sentenza della Cassazione che si sarebbe ritratto. Non a caso Amara ora è indagato (anche, ndr) per istigazione alla corruzione”.

Da Il Fatto Quotidiano

Verbale del 14 dicembre 2019

Amara: “Tornando ad una narrazione cronologica del mio rapporto con l’associazione Ungheria indico il 2014 come un anno cruciale. Intanto io mi ero da poco trasferito a Roma dove ho avuto modo di scoprire che le relazioni dell’associazione Ungheria avevano dimensioni ben più ampie di quelle che fino a quel momento avevo conosciuto. In quell’anno ci furono tre fatti per me rilevanti. Era in corso (tra gennaio e giugno) la vicenda relativa al procedimento disciplinare nei confronti di Maurizio Musco. Ho già riferito che ci tenevo moltissimo che il provvedimento cautelare adottato in sede disciplinare nei confronti di Musco fosse revocato. A tal fine mi spesi moltissimo con Vietti (Michele, ex vicepresidente del Csm, ndr) il quale mi garantì il buon esito del procedimento, dicendomi che in Commissione disciplinare se ne sarebbe occupato Annibale Marini, associato in Ungheria, e da me personalmente conosciuto in questa occasione. In quello stesso periodo mi adoperavo per la nomina ad amministratore delegato di Eni di Descalzi (Claudio, ndr) che venne effettivamente nominato insieme a Emma Marcegaglia come presidente. Come ho già riferito, la Marcegaglia era molto vicina a Paola Severino e la Severino voleva che Musco (che aveva indagato su una società della Marcegaglia) fosse trasferito. Mi trovai nella condizione di dover abbandonare Musco su richiesta di Vietti il quale mi disse che la Severino aderiva anche lei all’associazione Ungheria. Fu questo uno dei casi in cui l’interesse dell’associazione prevalse sul mio rapporto personale con Musco. A seguito delle tensioni con la Severino e della nomina della Marcegaglia come presidente dell’Eni ebbi il timore di poter essere estromesso dagli incarichi che avevo ricevuto da Eni. Fu in quel periodo che chiesi a Granata (Claudio, dirigente Eni, ndr) garanzie e lui mi disse di non preoccuparmi, che avremmo trovato una soluzione. La soluzione fu quella che vi ho descritto e cioè la spartizione degli incarichi più importanti in Eni tra me e la Severino. Nello stesso anno a ottobre ho saputo da Vietti che Denis Verdini era un associato di Ungheria e mi sono manifestato a lui. Fino a quel momento i nostri rapporti erano stati mediati da Saverio Romano, politico siciliano”.

Verbale del 15 dicembre 2019

Amara: “Successivamente si creò un problema con Fanfani (membro del Csm, ndr), il quale voleva quantomeno applicare la censura a Musco, ritenendo che fosse più coerente con la misura cautelare che il Csm aveva imposto nei suoi confronti. La notizia ci fu data da Palamara, il quale la comunicò a Ferri, che la veicolò a me attraverso Verdini. Mandai Bacci da Luca Lotti; all’epoca ero il ‘padrone’ di Luca Lotti perché gli avevo dato, tramite Bacci attraverso Racing Horse, circa 200 mila euro. Si andò quindi a votare e Musco fu assolto all’unanimità per insussistenza dei fatti nel marzo 2015. Naturalmente fu necessario garantirsi il benestare della Severino per raggiungere il risultato per le ragioni che ho già esposto. Fu Michele Vietti ad avere con lei una interlocuzione su mia richiesta. Avevo avuto notizia da Vella e Granata che la Severino aveva ottimi rapporti con il presidente Napolitano in quanto veicolava importanti incarichi professionali a suo figlio, tanto è vero che Scaroni quando cercava di essere riconfermato in Eni, aveva messo sul piatto della bilancia un importante incarico per il figlio di Napolitano attraverso la Severino. (…) La vicenda Musco è la dimostrazione plastica del potere di Ungheria sul Csm. Le decisioni furono assunte fuori dai luoghi istituzionali e nell’ambito di riunioni tra fratelli. In quel periodo nel Csm non contava il merito ma solo i numeri”. (…) “Ricordo ancora che il gruppo Ungheria s’è mosso per promuovere un’zione disciplinare nei confronti di Henry Woodcock, ‘colpevole’ di aver indagato sulla vicenda Consip e in particolare sul padre di Matteo Renzi”.

Verbale dell’11 gennaio 2020

Domanda dei pm: Ci sono degli imprenditori appartenenti a Ungheria?

Amara: Bazoli, la mia fonte è la lista; Antonello Montante che io ho conosciuto circa nel 2007/2008 attraverso il Generale della Gdf Carmine Canonico. L’appartenenza di Montante a Ungheria mi è stata riferita direttamente da Gianni Tinebra e dallo stesso Montante. L’occasione fu quella in cui sia Tinebra che Montante cercarono di far desistere il pubblico ministero Musco dal coltivare iniziative processuali nei confronti di aziende facenti capo a Emma Marcegaglia…

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