Si ha un bel dire Siracusa città d’arte, Siracusa città di turismo. Occorrerebbe fare una storia seria di quanto è stato fatto in questi anni, negli ultimi 25. Quali obiettivi sono stati raggiunti, quali risorse, non solo economiche, si sono aggiunte all’ordinario? Con quali risultati?
Lo abbiamo chiesto all’architetto Francesco Santalucia.
“Ovviamente solo un’inchiesta approfondita, un libro bianco che potrebbe essere l‘oggetto del lavoro di università e società civile organizzata, potrebbe completare un’analisi approfondita capitolo per capitolo. Ma qui ci interessa accennare ad alcuni temi per poi capire se Siracusa è ancora una città in cui conviene investire. E se mai lo è stata.
Partirei da un ricordo personale di quanto mi disse Voza dopo la visita dell’avvocato Agnelli da lui accompagnato al teatro greco. Voza chiese all’avvocato dove volesse essere accompagnato e in quale albergo risiedesse. L’avvocato rispose che lui era lì con la sua barca e quando curava i suoi progetti personali così faceva per essere libero. Agnelli, che si sappia, ha investito nulla a Siracusa? Sembra proprio di no e questo forse spiega tutto. Ma non il perché. Forse perché le strabilianti promesse di investimenti nel settore turistico avevano un sapore di falso, nessuno voleva fare davvero campi da golf, porti turistici etc.
In realtà, completato il Grand Hotel, si sono riaperti il Des Ètrangers, l’Alfeo Bellevue, l’Hotel Roma ma poi è stata una vera esplosione di B&B e agriturismi. Alcuni residence nel territorio ma quelli si fanno dovunque ci sia una bella vista o un richiamo paesaggistico e naturalistico con l’obiettivo di monetizzarlo e distruggerlo. Alcuni nuovi quartieri di edilizia cosiddetta a loisir moderé, realizzati in prossimità del Castello Eurialo o della Tonnara di Santa Panagia.
Ma soprattutto un prg che ammette ancora nuova edilizia: ne è dimostrazione il fatto che il professor Gabrielli, che pure era facile a piegarsi alla volontà politica, lasciò l’incarico affidatogli dal sindaco Marco Fatuzzo, espressione per la prima volta di una società civile che sapeva proporre e convincere e a cui fu dato un forte mandato di governo attuato in tante azioni, non ultima la sistemazione della Piazza del Duomo. E subito dopo la Giunta cadde e fu sostituita dal Dell’Arte, dal commissario Manno e poi da Gianbattista Bufardeci.
Forse fu proprio perché non si poteva nascondere l’evidenza di un problema di soprannumero di vani rispetto agli abitanti e di un problema comunque grave di abitazione. La rigenerazione urbana sarebbe dovuta nascere da quell’indirizzo mentre si poneva mano a una serie di scelte rivoluzionarie come il vincolo di bellezza paesaggistica sul Porto Grande, sull’Isola di Ortigia, sulla Penisola Maddalena, e soprattutto alla dichiarazione dell’intera area all’interno del perimetro delle mura dionigiane come centro storico per il quale elaborare un prg adeguato. Si sarebbe avuto il vantaggio di ridurre l‘IVA sugli interventi edilizi di recupero, sulla politica dei servizi, sulle infrastrutture. E il merito di un rivoluzionaria valutazione del rapporto tra storia e città contemporanea e una vera politica di valorizzazione di un passato che a nessuno interessa se non per i profitti che può recare.
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Beni culturali
Avviato il recupero del Castello Maniace, che io ancora preferisco chiamare castello a mare di Federico II, non si è riusciti a completare l‘azione di rigenerazione urbana delle aree circostanti: la Caserma Abela, che sarebbe potuta diventare il polo territoriale della tutela e conservazione del patrimonio culturale, è stata concessa all’ex provincia che ha avuto la fortuna di trovare un’università disposta a sostenere i costi per la gestione di una parte del complesso. Le aree tra questa e il piano del castello, la cosiddetta Piazza d’Armi, sono rimaste demanio statale e quindi oggetto di interessi speculativi.
Il castello o meglio la fabbrica, pur consolidata e finalmente ma in parte aperta al pubblico, è diventata passerella a partire dall’incontro sull’ambiente, sino a più recenti eventi comprese le mostre o installazioni che, pur meritevoli di aver messo in discussione l’attuale pavimentazione realizzata dallo stesso architetto che pensa, in maniera antistorica, di demolire metà del Castello di Augusta, resta un’operazione priva di contenuti e non contestualizzata.
Piazza del Duomo si è trasformata in spazio per bar e ristoranti, ambulanti e orchestrine, perdendo del tutto il valore civico che doveva avere e che aveva all’inizio in assenza dei dehors; ma forse questa soluzione è più gradita ai palazzi del potere che si affacciano a destra e a sinistra.
Ma lì vicino c’è una delle situazioni più scandalose di Ortigia: la questione del Teatro Comunale non ancora riaperto e con gravissimi problemi non risolti dal consolidamento e dal restauro che impediscono la possibilità di far svolgere spettacoli teatrali.
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È vero, si è realizzata la struttura di contenimento ed espositiva e il percorso di visita del tempio ionico sotto palazzo Vermexio ma anche questa, e non solo per la pandemia, non è aperta al pubblico. Si è invece creato uno spazio per visitatori nei locali della Curia accanto al cimitero degli Ebrei in via Minerva ma anche questo è dovuto diventare uno hub vaccinale. E il museo diocesano?
Sono sorte iniziative archimedee ma l’unica vera azione in tal senso è a mostra quasi permanente nel complesso di Montevergini, mentre Santa Lucia alle Monache è stata finalmente liberata dall’ingombrante presenza del seppellimento di Caravaggio, ma per ricollocarlo dove? E per riaprire la chiesa? E Palazzo Montalto? Cosa se ne è fatto?
La riapertura della Fonte Aretusa si è arenata più che per la pandemia per l’incapacità di disporre quanto necessario per la ristrutturazione dell’acquario, anch’esso previsto nel bando di affidamento. Il lungo mare è diventato un luogo di tale frastuono che le barche importanti preferiscono dare la fonda al largo nel Porto Grande e godere del panorama per scendere a terra con i loro tender.
Ma Siracusa non è soltanto Ortigia.
Il complesso del Parco Archeologico e del Museo Paolo Orsi sono un unicum inscindibile e un grande attrattore per la vita civile e per la visita ma sempre più spesso divengono attrattori di attività private o riservate, e comunque spesso estranee anche se molto apprezzate da chi ama i piano-bar.
La valorizzazione del Museo, ormai quasi vecchio, passa per eventi shock e non per una rilettura dell’apparato e della struttura espositiva, mentre la scultura rimane relegata in spazi inadeguati ed inadatti, non pensati per questo scopo nemmeno dal progettista, Franco Minissi, e il famoso monetiere langue nei sotterranei mentre avrebbe potuto essere allocato nell’edificio voluto da Orsi a Piazza del Duomo, che è brutalmente e meschinamente relegato alla funzione di ufficio, con la sua brutta superfetazione, insanabile.
Nel Parco l’apertura di nuovi spazi viene accompagnata da eventi che hanno soprattutto contribuito alla distruzione di flora e fauna: abbiamo un bell’omaggiare Tomàs Saraceno per le sue ricerche sui ragni! Se intanto ci dimentichiamo delle ricerche fatte dall’Università di Catania con il professore Pavone, botanico, e distruggiamo gli habitat che contengono persino un tipo di origano selvatico tipico e endemico dell’area e solo lì sopravvissuto, e certamente noto ai Greci che abitarono la collina e ne fecero una specie di santuario acropoli più grande anche di quella di Atene.
Se è questa la politica culturale certo che il “turismo” sarà sempre più mordi e fuggi e cercherà divertimenti a basso prezzo, basso costo di investimento e a nessun contenuto. Ricordo, per inciso, che il prodotto tipico in vendita sulle bancarelle famigerate all’ingresso di Villa del Casale a Piazza Armerina era un paio di mutandine oscene con disegni che si rivelavano con particolari movimenti a gloria della virilità dei siciliani!
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Ma il denaro cattivo scaccia sempre quello buono e in questo campo nessuna politica di governo dei luoghi e degli eventi che si susseguono corrisponde a una cattiva politica perché apre spazi infiniti e redditizi. Tutto questo crea un’immagine della città che non è certamente un luogo di cultura. Ma cosa sarebbe un luogo di cultura? Un luogo in cui si muore di fame aspettando i pochi turisti di classe o un luogo in cui si avvia una politica di contenimento dei fenomeni più beceri, si assegna al patrimonio un ruolo dignitoso ma approcciabile dai più e ricco di iniziative educative e di coinvolgimento, si governa la crescita e lo sviluppo di una città verso il contenimento della speculazione che vuol dire spreco di suolo, di risorse energetiche, di biodiversità e quindi di possibilità di sopravvivenza qui e domani?
Allora i progetti di residence, di campi da golf che ne motivano l’esistenza, di porti turistici che sono alla fine solo residence sul mare o nel mare, che è una cosa inaudita ed attraentissima, ma, e lo sanno anche i proponenti, inattuabile per legge accettata e forse condivisa dalla comunità, così da essere solo merce di scambio per altre speculazioni in cui i costruttori siracusani si sono sempre dimostrati espertissimi, o per altro come l‘utilizzo dei fondi straordinari del PNRR, che potranno essere distribuiti a pioggia e forse anche per impegni di facciata ma poi non spesi in opere che rispondano ai requisiti comunitari bensì per un facile guadagno.
Dopo dieci anni uno degli strumenti base per favorire il turismo, il completamento delle strutture portuali adatte ad accogliere viaggiatori e non certamente container, è ancora in attesa della definizione della fase attuativa. Non è questo l’aspetto vero della realtà della politica per il turismo della città? Non si rimandano a caso le cose necessarie e urgenti, o non si fanno per il solo piacere e vantaggio di spendere.
Un mio amico ennese, il giorno dell’insediamento di un sindaco in un città dell’interno, sindaco appoggiato da un noto critico d’arte, disse che la presenza al comizio di festeggiamento per la vittoria elettorale era semplicemente specchio per le allodole e si presentò con uno strano oggetto di antiquariato che era appunto uno specchio per le allodole. Furono stanziati 18 milioni di euro, spesi 9, grazie al ribasso d’asta per i lavori voluti fortemente dal critico, non completata l’opera che adesso si presenta come una fragile, culturalmente, scenografia mentre intanto Villa del Casale ha perso circa 150 mila visitatori.
È questo aspetto delle cose che lascia perplessi, la possibilità che spesso, e negli interessi di gruppi che da sempre governano la vita delle comunità, tutto venga fatto per immagine.
Sarebbe ancora più doloroso constatare a distanza di anni che gli investimenti pubblici e soprattutto quelli privati, si sono persi o, peggio, sono serviti a spendere e non a fare, perché alla fase di congestione nella vita delle città c’è sempre un momento di crescita ma non è detto che sia sviluppo; si tratta di una crescita e di un ammodernamento forzato, indotto, che crea congestione ma a poco a poco dopo ci si stanca e ci si allontana da quell’amore violento che ti prende al primo impatto.

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