La recente manifestazione “Cavalcade 2021” della Ferrari al Maniace, con annessa cena di gala, ha riacceso il dibattito sull’uso dei beni culturali. Una questione ricorrente a Siracusa: le cene dei Garrone all’Orecchio di Dionigi, la Targa Florio nel Teatro Greco, le serate di un qualche ordine professionale nell’Anfiteatro Romano, il Maniace adibito a locale per festeggiare il compleanno di un magnate americano, o per band musicali, o per l’anniversario della Rolex, o, come qualche giorno fa, per ospitare le Ferrari, e altri eventi del genere fanno riproporre la diatriba sul rispetto, e l’interpretazione corretta, dell’articolo 20 del Codice dei Beni Culturali: “I beni culturali non possono essere […] adibiti ad usi non compatibili con il loro carattere storico o artistico oppure tali da recare pregiudizio alla loro conservazione“.
Ancora una volta non si tratta di valutazioni “estetiche” bensì di legittimità. La questione è sempre se sia ammissibile che luoghi/monumenti storici possano ridursi a suggestivi palcoscenici per eventi mondani o commerciali, tra l’altro senza che si sappia chi, come e perché, abbia deciso per tutti. Per i veri proprietari di questi beni, che siamo noi tutti.
Se l’oggetto super ricercato (la Ferrari, il Rolex…) sia da ritenersi opportuno veicolo di conoscenza del monumento (che altrimenti non sarebbe noto che a pochi?) o se sia il monumento a portare valore aggiunto, ad aumentare l’appeal dell’oggetto stesso. E anche se si debba selezionare una ‘merce’ rispetto a un’altra: sì al Rolex e no al Casio, sì alla Ferrari e no alla Toyota … E ancora, sì a Garrone ma no a un quisque de populo eventualmente disposto a spendere un po’ di più per il diciottesimo della primogenita.
È in discussione insomma l’uso indiscriminato, l’abuso, dei beni culturali concessi ad alcuni ma negati ad altri, a tutti gli altri, nonostante la fruizione sociale di tali beni sia un obbligo degli enti pubblici che hanno precise direttive caso per caso, monumento o area archeologica che sia. L’obiettivo non è, e non può essere, una valorizzazione intesa come mercificazione del valore culturale del bene quanto accrescere nella popolazione la conoscenza del proprio passato, lo abbiamo già scritto altre volte. La privatizzazione dei servizi aggiuntivi (che doveva però riguardare solo caffetterie e bookshop), avviata in Sicilia già nei primi anni 90 da Alberto Ronchey, ha finito per fagocitare l’intero sistema di gestione dei siti culturali creando oligopoli di pochi concessionari politicizzati, spesso di scarsa professionalità.
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Ne abbiamo parlato con l’architetto Francesco Santalucia, studioso, ex dirigente ai Beni Culturali della Regione Siciliana, che ha tra l’altro curato, insieme ad Aldo Celani ed Enrico Reale, il complesso restauro del castello svevo tra il 1990 e il 2000
“È vero. Si fanno cose indegne in nome di un ‘turismo ricreativo’ piuttosto che realmente interessato a conoscere il monumento collegandolo ad una visione della città innovativa e integrata nella contemporaneità e nella diffusione di cultura e di culture. Come già ho avuto occasione di dire, in assenza di progetti ad ampio spettro e lungimiranti, idonei alla radice culturale degli stessi beni, si rischia di trasformare i siti storico-architettonici in meri contenitori di massa.
Non sono, lo chiarisco, contrario ad eventi che rilancino l’immagine di una città, che la facciano diventare un set cinematografico, come ormai succede sempre più spesso. Lo spot della Red Bull, in cinque minuti da Ballarò a Mondello, in una città che non è reale, ma vuota, pulita, perfetta (e che ha mandato in tilt il traffico per tre giorni e per 183 euro, questo quanto chiesto dall’amministrazione), fa scoprire, e riscoprire ai cittadini, il fascino nascosto di un luogo offeso dalla inciviltà e incuria del quotidiano. Ci può stare come promozione ‘turistica’ ma non modifica di molto il contesto culturale. In realtà nella gestione del nostro patrimonio è tutta una questione di governance. Ma lo è anche per gli spettacoli al Teatro Greco che possono essi stessi essere un pericolo: un anno raccogliemmo 7553 chewing gum nella cavea. Oggi si decide a favore o sfavore di un qualsiasi evento con una stretta di mano tra il direttore del parco e il soprintendente. Mancano i comitati scientifici, sostituiti da un commissario, che è poi il soprintendente, e che comunque dovrebbero essere formati da chi ha specifiche competenze; le cabine di regia a volte sono così pletoriche da non poter funzionare e questo finisce per costituire un alibi per poi far decidere a uno solo; non si riunisce più il Consiglio regionale dei beni culturali che dovrebbe dettare gli indirizzi sull’uso ‘compatibile’ dei monumenti sulla scorta della legge nazionale e regionale. Non sempre chi dirige i Parchi ha esperienze e studi che gli consentano di elaborare un progetto ‘editoriale’ dal forte spessore culturale, obiettivo ben diverso dall’occuparsi di amministrazione. Occorrono dei veri professionisti in questo campo. E forse bisognerebbe avere il coraggio di dire: Io questo non lo so fare.
Si affidano i servizi aggiuntivi ad aziende che pensano ovviamente ai propri profitti. Ma è tutto il settore a rischio. Basti pensare alle riforme proposte dal presidente Musumeci. L’auspicio è che per la terza volta venga bloccato da Roma ciò che può considerarsi un tentativo di smantellamento del sistema di tutela e promozione. Poi forse accadrà che egualmente, nonostante l’opposizione del Ministero, si vada avanti. E d’altra parte cosa si è fatto dell’assessorato, svuotato di competenze personale risorse? Bene o male è stato un baluardo in passato ma ora è in atto un processo di spoliazione in vista dell’unica finalità di far cassa, e clientela. Non è certo una novità. Occorre distribuire soldi come avvenne con Gianni De Michelis ministro quando, tra il 1986/89, si presentò il progetto di catalogazione del patrimonio barocco. Due miliardi e mezzo di lire alla Lexon srl – (società di Milano con proprietario di Siracusa che si occupa ancora oggi di formazione (il personale così formato è oggi in forza ai beni culturali ma non è di ruolo) – per definire solo le sezioni longitudinali delle chiese: quelle trasversali, come mi si disse, non si potevano fare per mancanza di risorse. Un lavoro pressoché inutile: si completarono un 200 schede per altro mai pubblicate”.
È possibile un modello alternativo a quello della concessione dei servizi aggiuntivi che di fatto si trasforma in privatizzazione del nostro patrimonio culturale?
La penso in questo modo. Il fallimento della tutela, perseguita con metodi repressivi dalle leggi Bottai del 1939, e solo parzialmente corretta in senso preventivo ad esempio con l’introduzione nella legislazione siciliana del concetto di “educazione permanente”, progetto poi abbandonato, ci costrinse finalmente a ripensare in senso inclusivo e partecipativo la valorizzazione e fruizione del patrimonio storico e geografico. È da questa convinzione che sono nati progetti passati già allora nello spirito della convenzione di Faro e le esperienze in corso. Non sempre si trova tra i cittadini la sensibilità atta a comprendere la valenza storica di quanto possediamo. L’apprezzamento di un monumento spesso è del tutto superficiale, segue le indicazioni di massa. Per valorizzare davvero un bene culturale occorre creare un forte raccordo con il territorio, con le tradizioni che si riscoprono e diventano presente, come quelle artigianali o agroalimentari. L’esperienza di Enna è forse in questo tra le più significative. Il riconoscimento del Geopark dell’Unesco ha significato elaborare una strategia di valorizzazione a favore di uno sviluppo sostenibile del territorio ponendo al centro il coinvolgimento delle comunità locali e soprattutto del Gal. Accordi che non hanno previsto l’intervento della pubblica amministrazione, che pure sarebbe auspicabile. Non si tratta per nulla, come pensano alcuni dirigenti generali, di un riconoscimento di seconda classe, anche perché l’Unesco stessa ha avvertito che non si farà più la distinzione tra beni materiali immateriali e territoriali. La sola qualifica di sito Unesco significherà essere sottoposti a verifiche e controlli periodici di mantenimento degli standard a seguito dei quali si sarà ‘promossi o bocciati’. A Enna le 39 imprese del territorio coinvolte sono in realtà 39 famiglie che mostrano ai turisti le proprie attività e come esse si siano evolute nel tempo. Trasmettono la propria cultura insieme a quella rappresentata dai beni monumentali che diventano così, tutti insieme, elementi identitari di un luogo.
L’attuale procedimento di legge favorisce avventurieri che offrono ribassi insostenibili mentre viene sacrificata la competenza e l’esperienza. Il risultato non può che essere la svendita del nostro patrimonio culturale. Il modello Enna piaceva molto al compianto Sebastiano Tusa che aveva anche pensato a una modifica della normativa e al progetto Rete Cultura Sicilia, l’unione dei Gal siciliani. Purtroppo non ha fatto in tempo a guidare il cambiamento”.
“La “privatizzazione” dei servizi – ha scritto il nostro Aldo Castello – ha portato ad una eccessiva, incontrollata, deprecabile commercializzazione. Un monumento come il Maniace, alienato alla fruizione decorosa e appropriata del pubblico, viene destinato allo sfruttamento monetario di un’azienda privata che ne dispone gratis o quasi. Si deve rivedere la Convenzione e la legge sulla privatizzazione”.
La direzione dunque non può che essere quell’attività partecipativa, già citata in precedenza, delle parti sociali con il fine di contribuire al miglioramento del sistema culturale siciliano in sinergia con le istituzioni. E d’altra parte, almeno sulla carta, il Pon Cultura e Sviluppo per la Sicilia, nella programmazione 2014-2020, aveva fra i suoi obiettivi prioritari la valorizzazione del patrimonio culturale attraverso, oltre agli interventi di conservazione dei beni e di potenziamento del sistema dei servizi turistici, anche quelli di sostegno alla filiera imprenditoriale collegata al settore. Al Parco Archeologico di Siracusa, secondo il Centro di Ricerca Vittorio Bachelet, sarebbero stati assegnati 2.520.694,46 euro. Sarebbe interessante sapere come, e se, sono stati utilizzati.

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