IL NOSTRO TEX WILLER

Adesso viene a tutti la voglia di correre. Correre a perdifiato. Su un prato, su una pista, su una spiaggia, su una striscia di asfalto o su una strada sterrata. Verso un sogno, verso la terra promessa. Proprio come fa, libero e felice, Marcell Jacobs, il campione olimpico dei 100. Vien voglia di imitarlo e di provare – se possibile – un po’ delle sue emozioni. C’è, nello sport, qualcosa di più grande, di più sensazionale? Un trionfo così vale la gloria eterna. L’Italia, grazie a lui, in questi giorni è ovunque in prima pagina. E qui la pandemia e il quotidiano teatrino dei nostri parlamentari per una volta non c’entrano. E il tricolore sventola in qualsiasi angolo del pianeta. L’oro più pregiato dei trecento e passa di Tokyo è suo. E c’è lui dopo Usain Bolt e la sua leggendaria tripletta. Da brividi. Il poliziotto bresciano, per riuscire nell’impresa, si è superato. È arrivato là dove nemmeno i più ottimisti avrebbero potuto credere.

E allora è più bello essere italiani in questi giorni d’estate. È bello vedere questi due ragazzi, Jacobs e Tamberi, abbracciarsi felici davanti al mondo intero. Eccoli lì: l’uomo più veloce del pianeta e quello che salta più in alto che l’ha aspettato in fondo al rettilineo, stretti insieme, con il tricolore sulle spalle. Correre e saltare, due gesti semplici, che fanno milioni di atleti, ogni giorno, in ogni continente. Essere primi sui 100 metri e nel salto in alto significa battere una concorrenza mostruosa. Per questo un giorno così l’Italia non l’aveva mai vissuto in 125 anni di Giochi. Ci sono però miracoli che solo lo sport sa fare: in tredici minuti Marcell e Gianmarco hanno messo il nostro Paese al centro del palcoscenico nel teatro più globale, più antico e più nobile che ci sia: l’Olimpiade! In tredici minuti hanno riscritto la storia dello sport italiano. Ma hanno riscritto anche la loro storia e quella della nostra spedizione a Tokyo. Hanno al collo due ori mai vinti prima da un azzurro. Due ori che non ci aspettavamo, in una disciplina, l’atletica, che aveva regalato negli ultimi Giochi più delusioni che gioie. Storie da film, storie da eroi dei fumetti. Sono anche due capitoli meravigliosi della storia olimpica. Due storie da Hollywood, appunto. La prima, quella di Jacobs, racconta di un ragazzo che fino a due anni fa nessuno conosceva e che è esploso all’improvviso, mettendo il proprio nome nella stessa fila dei giganti della storia dello sport, e cioè giovanotti come Jesse Owens, Carl Lewis, Usain Bolt. L’altra, quella di Tamberi, racconta di un ragazzo che con determinazione feroce e caparbietà cazzuta ha costruito la propria rivincita. Un infortunio gli aveva negato l’Olimpiade di Rio, adesso s’è ripreso tutto con gli interessi. Il gambaletto di gesso su cui cinque anni fa aveva dato a tutti – compreso il destino – appuntamento a Tokyo, se l’è portato dietro e l’ha piazzato sulla pedana dell’alto, simbolo di quanto la ferrea volontà e l’impegno alla fine prevalgono su tutto. Ci sono miracoli che solo lo sport sa fare, dicevamo, a patto di stare alle sue regole semplici, che poi sono tre: sudore, lavoro, impegno. Non ci sono scorciatoie. E qui non è come nel calcio, non ti vengono in soccorso la tattica, la creatività, il genio, il talento. Non c’è nemmeno il paracadute di una rivincita prossima, perché la fermata più vicina è Parigi 2024, tra tre anni, una vita! C’è solo la fatica dell’allenamento quotidiano, del sacrificio duro, ancora più duro in questa stagione di pandemia. Il talento senza carattere nello sport serve a poco. Serve a farti perdere. Serenità Jacobs ha un talento enorme, ma un altrettanto enorme carattere. Ha saputo migliorarsi allenandosi perfino su una piccola pista costruita per lui dal suo vicino di casa. Nato in Texas, a El Paso, come l’eroe di un western, come Tex Willer, l’eroe giusto, deciso ed implacabile che da tre generazioni ci fa sognare e credere che alla fine i buoni l’avranno vinta sui cattivi. Nato da padre americano e madre italiana, ha tre figli e una fottuta voglia di farcela che non è mai esibita, ostentata, platealizzata come CR7, per dirne uno qualsiasi. Anzi ha sempre un’espressione di serenità che esplode spesso in un bellissimo sorriso. Non c’è il tratto di sofferenza che aveva Mennea. Jacobs è uno sprinter puro, un centista nato, che da poco è consapevole di esserlo. Vincendo a Tokyo ha dato un senso a una specialità ancora alla ricerca del successore di sua maestà Bolt. Il campione dei campioni. Col tempo fatto domenica in pista, avrebbe battuto il Bolt di Rio, non quello di Pechino e Londra. Ha tutto il tempo per fare meglio. Non è giovanissimo, ha 26 anni, ma ha la fame di chi si è appena seduto a tavola. L’oro della tenacia Tamberi invece ha tre anni di più, erano queste le sue Olimpiadi. Rientrare da un infortunio ai legamenti della caviglia non è facile, ma non poteva aspettare. C’è anche in lui la cattiverai agonistica del campione, sebbene in superficie ami mostrare la faccia rock, che fa simpatia a tutti. In pedana però si trasforma. Il salto in alto è una specialità che presuppone grande autocontrollo, gestione nervosa di una gara quasi sempre lunghissima, tutte qualità che Tamberi ha sempre avuto. Domenica è stato perfetto, ha saltato benissimo, perché ha una notevole padronanza tecnica. L’oro condiviso con Barshim è il finale più giusto: il fuoriclasse qatariota ha avuto lo stesso infortunio, sono amici e coltivano il medesimo modo di competere: sembrano divertirsi, che è in fondo il segreto autentico di qualunque successo. Con i due ori di questi due fenomeni cambia completamente l’Olimpiade per l’Italia. Le tante delusioni sono state cancellate in 13 minuti. Le posizioni nel medagliere le abbiamo finalmente scalate: siamo (quasi) al posto che meritiamo. La considerazione mondiale è cresciuta come la fanno crescere solo gli ori di queste dimensioni. Nel medagliere – ufficialmente – non c’è differenza tra ori e ori. Ma nella realtà invece ci sono ori che si pesano, non si contano. Quelli di questi ragazzi d’Italia, Marcell e Gianmarco, figli dell’Italia di oggi, pesano moltissimo. Con la loro aria scanzonata, la loro voglia sfrontata di sfidare il mondo, hanno regalato al Paese un giorno indimenticabile. Bellissimo. Così bello che avremmo voluto non finisse mai. E allora godiamocela questa pazza estate italiana: prima gli eroi di Wembley agli Europei di calcio, poi Matteo Berrettini che si permette addirittura di sfidare Djokovic nella finale di Wimbledon, a seguire la nostra diva Federica Pellegrini che raggiunge – prima atleta della Storia delle Olimpiadi – la sua quinta finale olimpionica nei 200 di nuoto, impresa mai riuscita neanche al cannibale Carl Lewis, il figlio del vento che ci faceva impazzire negli anni ’90. E per finire atterrano a Tokyo l’uomo più veloce del mondo e quello che salta più in alto di tutti. Una domanda: ma che cavolo ci avete messo in quei vaccini?

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