Processo “Terre Emerse”. Rese note le motivazioni della sentenza di condanna in primo grado del notaio Coltraro

Venuti a conoscenza delle motivazioni della sentenza di condanna in primo grado del notaio Giambattista Coltraro, le proponiamo ai nostri lettori in paragrafi per agevolarne la lettura, completando in tal modo l’articolo già uscito sul numero di luglio in “coppia” con l’Isola dei Cani. Le motivazioni della sentenza appaiono di grande interesse perché consentono di entrare nei meccanismi della cosiddetta mafia dei pascoli, il sistema di accaparramento di terreni da parte della malavita (in questo caso con collegamenti, accertati, con il clan Nardo) sia per ricevere illeciti contributi europei di sostegno all’attività agricola sia per acquisire la proprietà degli stessi terreni. Una pratica usuale dalle nostre parti, e non solo.

Ma prima riportiamo quanto ci ha risposto l’avvocato Valerio Vancheri, legale di fiducia del notaio, che come spiega ha già proposto un appello “molto articolato” per ribaltare quanto dettagliatamente ricostruito dai giudici in primo grado. E appena possibile daremo notizia anche di questa seconda fase processuale.

L’EX DEPUTATO REGIONALE ASSOLTO IN ALTRI DUE PROCESSI (di Carmelo Maiorca)

All’avvocato Valerio Vancheri, che da qualche tempo assiste legalmente Giambattista Coltraro, avevamo dato la nostra disponibilità, per completezza d’informazione, ad ospitare la posizione del suo cliente riguardo alle motivazioni della sentenza di condanna in primo grado nel processo denominato “Terre emerse” inflitta dal giudice monocratico del Tribunale di Siracusa, Carla Frau.

Mi sono consultato col mio assistito – ha risposto l’avvocato Vancheri – e per il momento non riteniamo opportuno intervenire sui media. Vi sarò grato se vorrete semplicemente citare che la difesa ha proposto un appello molto articolato”.

Il legale ci ha inoltre dato notizia che lo scorso 21 giugno Coltraro è stato assolto dal Collegio Penale di Siracusa per altri due processi, nei quali era accusato di peculato e di truffa aggravata. Per il notaio ed ex parlamentare alla Regione Siciliana le assoluzioni riguardano pertanto due distinti procedimenti giudiziari. In uno, scaturito da indagini societarie su un villaggio turistico a Portopalo di Capo Passero, l’imputazione era di truffa ai danni della Crias collegata a dei contributi regionali. In questo caso il notaio è stato assolto con la formula “perché il fatto non sussiste”. Nell’altro processo, dov’era accusato di peculato per appropriazione di somme destinate alla registrazione di atti notarili, il Collegio Penale lo ha assolto perché l’accusa non ha fornito la prova di reato. Rispetto a queste due assoluzioni in primo grado, la Procura valuterà se presentare o meno appello.

LA QUANTIFICAZIONE DELLA PENA

Una condanna pesante quella decisa dal Tribunale di Siracusa il 29 gennaio scorso in primo grado: sei anni e cinque mesi di reclusione (un anno in più rispetto alle richieste del pubblico ministero), interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, pagamento delle spese processuali anche per i difensori delle numerose parti civili costituite (da risarcire dei danni in sede civile). La dott.ssa Carla Frau ha infatti riconosciuto il notaio colpevole di falsità materiale e ideologica per aver attestato false compravendite di terreni.

Nel decidere sulla quantificazione della pena scrive la Frau: “Il fatto deve ritenersi oggettivamente grave in ragione dell’eccezionale numero di terreni compravenduti (centinaia di particelle) in danno di altrettanti proprietari terrieri … Anche la capacità a delinquere si stima elevatissima, atteso che il notaio, fin dal primo momento successivo al delitto, poneva in essere una serie di condotte mistificatorie, tese a manipolare la realtà … ovvero a rappresentarla falsamente prima al pm poi ai giudici, fornendo versioni dei fatti che di volta in volta venivano smentite dalle indagini e via via elaborandone di nuove ‘al bisogno’. Lo stesso manteneva un atteggiamento spesso sprezzante nei confronti del pm, specie nel corso del primo interrogatorio reso in fase di indagine (e così il legale di fiducia della prima ora, naturalmente Giuseppe Calafiore, vedi pf successivo) e, a momenti, anche nel corso del dibattimento. La condotta processuale è stata di costante ostruzionismo, attraverso la presentazione di una serie di innumerevoli certificati medici o impedimenti, adducendo nel periodo di emergenza covid la presenza di un quadro complessivo che non gli avrebbe consentito di viaggiare ma al contempo non prestando il consenso alla partecipazione a distanza, così da determinare un numero di rinvii davvero eccezionale”.

UN LUNGO PROCESSO

Il processo ha avuto quindi, anche per il “costante ostruzionismo”, tempi molto lunghi. Dopo l’interrogatorio di garanzia davanti al gip, a seguito dell’applicazione della misura cautelare, il 3 novembre 2015, per espletare l’udienza preliminare sono occorsi circa sei mesi, dal settembre 2016 al 16 marzo 2017, data del decreto di rinvio a giudizio. Molti i rinvii causati da difetti di notifica, situazioni imprevedibili (per esempio quello di un teste che effettuava dichiarazioni autoindizianti), richieste istruttorie, corpose produzioni documentali in udienza, questioni sulle prove sollevate dalla difesa e nuove richieste, e soprattutto gli impedimenti frapposti dall’imputato e a volte dal difensore, l’avvocato di Milano, che “bloccato” dal covid – scrive testualmente il giudice – “asseriva che, trovandosi in isolamento fiduciario, non era in grado di sostenere ‘lunghi collegamenti’ a distanza (sic!)”. Da qui la richiesta di un nuovo rinvio per “legittimo impedimento”.

E inoltre, “svariate centinaia” le persone offese, “sovrabbondante” e “corposa” la lista testimoniale che verrà poi “scremata”. Alla fine il calcolo complessivo delle sospensioni della prescrizione ammonta a due anni, un mese e 25 giorni.

I FATTI

La vicenda viene ricostruita nell’udienza del 10 ottobre 2017 dal maresciallo Rocco Schirripa che ha condotto le indagini, comandante, per oltre 14 anni, della Stazione dei Carabinieri di Carlentini.

Tutto inizia nel giugno 2014, quando la proprietaria di un terreno denuncia ai carabinieri di non aver potuto ottenere dei contributi agricoli perché secondo l’AGEA il terreno che sapeva suo non lo è. Da qui la scoperta che i propri terreni erano stati oggetto di compravendita tra soggetti appartenenti al gruppo familiare dei Carcione con atto rogato dal notaio Giambattista Coltraro. Dopo le segnalazioni di altri proprietari, l’indagine accertava quindi che tra il 2012 e il 2013 Coltraro aveva erogato ben sei atti con i quali erano stati “venduti” circa 25 kmq di terreni ricompresi tra Carlentini Melilli e Augusta, non solo di privati ma anche di proprietà del Comune di Carlentini o del demanio forestale.

Le indagini, attraverso numerosi riscontri e intercettazioni, appuravano che gli “acquirenti” erano tutti appartenenti alla famiglia Carcione (genitori, fratelli, parenti vari), noti alle Forze dell’Ordine in quanto pregiudicati e ritenuti afferenti ad ambienti mafiosi; i “venditori” erano o i Carcione o persone a loro strettamente legate.

Tutte le compravendite venivano concluse in totale assenza di un titolo di proprietà da parte del venditore con la finalità, scrive il giudice, “di lucrare attraverso i contributi AGEA e impossessarsi definitivamente dei terreni in soli dieci anni e senza dover mostrare l’elemento di fatto del possesso ininterrotto”. I Carcione, come prova la documentazione acquisita, stipulavano sui terreni oggetto delle vendite una serie di contratti di affitto con soggetti terzi e con questo stratagemma, oppure a proprio nome, inoltravano una serie di richieste alla Agea. Lo stesso dominus del sistema (Carcione Antonino, classe ’69, operatore ecologico con diploma di terza media), “spacciandosi per geometra, si recava presso il centro per l’agricoltura della provincia di Messina chiedendo i contributi a nome di terzi”. Per queste accuse è infatti pendente davanti al tribunale in composizione collegiale un processo parallelo a loro carico per truffa aggravata: di circa 232mila euro i contributi ottenuti in un paio d’anni.

LE COMPRAVENDITE

L’11 dicembre 2014, a dare eco mediatica alla vicenda, “irrompe sulla scena il programma Striscia la notizia che porta alla luce l’intera vicenda con conseguente avvio dell’inchiesta giudiziaria” (così nella sentenza!). Alcuni proprietari scoprono solo in questo modo di essere anche loro coinvolti ma molti si mostrano restii a denunciare temendo ritorsioni.

Dalle testimonianze si apprende che l’arroganza dei Carcione, imputati in un altro processo per estorsione, si era fatta più aggressiva dopo il 2012 quando, oltre a portare il proprio bestiame a pascolare abusivamente nei terreni altrui, iniziano anche a recintarne alcune parti con reti elettrificate vantando regolari atti di proprietà. Intimidazioni, minacce verbali – “ti spacchiamo la testa” -, aggressioni. Nelle intercettazioni si ascoltano frasi come “gli diamo una coltellata … dove ci siamo noialtri non deve avvicinare” e così chi viene chiamato dai carabinieri per dare la propria testimonianza deve poi cercare di sottrarsi ai tentativi dei Carcione di contattarlo.

Ma “Oltre che su un piano di fatto i Carcione si muovono anche su quello del diritto” scrive la Frau: “Tra il 2012 e il 2013, dopo aver ottenuto il titolo di acquisto fasullo da parte del notaio, i Carcione intentano una serie di processi contro gli effettivi proprietari dei terreni” – o perché rimuovono le recinzioni imposte o perché non vogliono lasciare  loro la piena disponibilità dei terreni – allegando proprio il contratto di acquisto e la relativa voltura catastale, e i proprietari a questo punto sono costretti a intentare a loro volta cause per riaffermare il proprio diritto di proprietà.

D’altra parte lo stesso notaio, a chi gli chiede conto e ragione dell’atto da lui stipulato, consiglia di non impugnarlo, di non imbarcarsi in una causa civile sostenendo la regolarità della compravendita: “la legge lo consente” avrebbe risposto ad alcuni.

Il Comune di Carlentini in un proprio terreno avvia lavori urgenti e poco dopo la ditta aggiudicataria, senza addurre motivazioni, abbandona tutto e l’appalto viene assegnato alla seconda in graduatoria. A quel punto Carcione Antonino si presenta all’impiegato responsabile dei lavoro pubblici con l’atto di acquisto del notaio intimando la cessazione dei lavori e, visto il diniego del funzionario, minaccia di bloccare la ditta.

IL RUOLO DI COLTRARO

Secondo la dottoressa Frau, gli atti rogati da Coltraro avrebbero consentito, tra il 2012 e il 2013, alla Famiglia Carcione di percepire illegittimi finanziamenti europei per circa 232mila euro ma soprattutto, costituendo essi a tutti gli effetti un titolo di proprietà, di impossessarsi dei terreni tramite l’usucapione breve dopo solo dieci anni. Un ruolo attivo, quello del notaio, anche nella scelta della tipologia contrattuale più efficace a consentire il raggiungimento degli obiettivi di persone di cui, sempre secondo la Frau, Coltraro ben conosceva lo spessore criminale come attestato da alcuni riscontri. Sebbene, argomenta il giudice, “Sotto il profilo della qualificazione giuridica del fatto, in realtà la questione (della pregressa conoscenza dei Carcione, ndr) non ha grande rilevanza, atteso che i reati contestati sono a dolo generico, onde è sufficiente che l’agente avesse la consapevolezza e volontà di redigere un atto falso”. Più che altro si cerca di comprendere il “movente” dell’azione del notaio, movente che rimane comunque incerto: “Nel processo non si è chiarito se tale documentata pregressa conoscenza abbia inciso sulla sua scelta di favorirli nella redazione dei contratti ‘anomali’ o se per essere appoggiato nelle elezioni politiche, come ritenuto dal pm, o se per timore, come sembra emergere dalla vicenda successiva al furto (avvenuto nel 2008 nello studio del professionista, i sospetti erano allora caduti su uno dei Carcione che nello studio aveva fatto alcuni lavori, ndr)”.

Tutti e sei gli atti stipulati da Coltraro, scrive la dottoressa Frau, hanno trattato vendite senza alcun titolo di provenienza/proprietà in capo al venditore (alcune particelle addirittura inalienabili in quanto demaniali), i terreni erano intestati a terze persone, molti volturati negli ultimi vent’anni e dunque non usucapibili, i pagamenti solo fittizi ed indicati come “non tracciabili”… il notaio non solo era consapevole dell’inesistenza del titolo a vendere, ma era egli stesso ad elaborare una serie di artifizi atti a creare la falsa apparenza di un valido contratto, non limitandosi a ‘ricevere’ delle false dichiarazioni, ma elaborando di persona una strategia complessiva..”

Su tutto questo la difesa del notaio appare estremamente contraddittoria: “Coltraro rende versione di fatti che cambiano con il palesarsi delle evidenze probatorie” nota la Frau. Nel corso di un’ispezione del Collegio notarile del novembre 2013 il notaio afferma di aver regolarmente eseguito le visure catastali, ma lo nega nell’interrogatorio davanti al pm del 29 dicembre 2014, dopo aver già ricevuto la notifica delle imputazioni a suo carico, producendo anche una scrittura firmata da uno dei Carcione che lo dispensava “espressamente” da tale obbligo (tra l’altro, evidenzia la Frau, “Tale dichiarazione, datata contestualmente al relativo contratto, avrebbe però dovuto essere autenticata non da lui stesso bensì da un notaio terzo per garantirne la data certa di stesura”). A un certo punto Coltraro riconoscerà sì di aver fatto le visure catastali ma di averle ritenute “irrilevanti”.

Scrive ancora la Frau: “La nuova linea difensiva del notaio, mutata solo nella prima metà del 2013 dopo che alcuni dei proprietari avevano scoperto che i loro terreni erano stati “venduti” tra il 2012 e 2013, si basa quindi sulla dichiarazione di aver redatto tutti e sei gli atti ritenendo “in buona fede” che i terreni fossero stati usucapiti dai Carcione per possesso ultraventennale. Eppure tutti e cinque gli atti redatti nel 2012 fanno riferimento a dei “titoli di provenienza” (indicati come “citati” nei primi due) che in realtà non sono mai individuati negli atti perché inesistenti”. Gli inquirenti, attraverso gli storici degli accessi informatici effettuati, accertano infatti che il notaio, attraverso i suoi collaboratori, prima della stipula di ogni atto, acquisisce le visure catastali degli immobili oggetto di vendita ma, nonostante la piena contezza che nessuna delle migliaia di particelle compravendute risultava catastalmente di proprietà dei sei soggetti “venditori”, e pur a conoscenza delle volture fatte negli ultimi vent’anni, non chiedeva ai ‘venditori’ i titoli di provenienza.

Infatti gli atti vengono rogati, pare su suggerimento dello stesso notaio – in una conferenza pubblica, si riporta nella sentenza, ribadisce di aver suggerito questa tipologia per poter precostituire in testa agli acquirenti un titolo idoneo per l’usucapione! – utilizzando l’istituto della “vendita a rischio e pericolo” ex art 1488 del codice civile, un istituto nato per rispondere molti anni addietro ad altre diverse situazioni altrimenti irrisolvibili, ma ingiustificabile nella situazione data, tanto più per compravendite tra parenti. Nel corso della sua difesa, cercando di dimostrare che la sua intenzione non era quella di danneggiare i proprietari, Coltraro “si spingeva a definire i contratti da lui rogati come ‘contratti inverosimili’, che non ‘trasferiscono nulla’. Tesi argomentative che non trovano alcun fondamento giuridico” chiosa la Frau prima di dimostrarlo ampiamente.

Secondo il giudice le stesse contraddizioni nella difesa di Coltraro dimostrano inoltre che, quando erano stati stipulati i contratti, lo stratagemma dell’usucapione ‘in buona fede’ non era stato ancora pensato. Alcuni testi riferiscono che era stato Carcione Antonino a spiegare la “situazione possessoria” a Coltraro. Ma Carcione, interrogato, entra in contraddizione e mostra la propria ‘ignoranza giuridica’ cercando di dimostrare che da cinquant’anni la sua famiglia usava quei terreni per pascolo mostrando così di non comprendere neanche che l’usucapione avrebbe dovuto essere in capo non a lui ‘compratore’ bensì al ‘venditore’. Particolare che non poteva certo sfuggire ‘in buona fede’ a un notaio, osserva il giudice.

LE PARTICELLE DEMANIALI

L’apice però si raggiunge quando il notaio cerca di spiegare come mai abbia inserito negli atti di vendita anche particelle demaniali. In un primo momento (2014) afferma di non essersi accorto del carattere demaniale per non aver effettuato le visure. Davanti al gip nel 2015 spiega di averle inserite consapevolmente tra le vendite essendoci giurisprudenza che le considera usucapibili ma poi afferma di aver apposto una postilla per cancellarle. Ma quando il pm gli contesta nel 2019 che negli originali non c’è alcuna postilla, il notaio fornisce la “brillante soluzione” di una postilla a matita che si sarebbe cancellata e per dimostrare come sull’originale ne fossero rimaste tracce “… ormai al termine della lunga istruzione dibattimentale, la difesa di Coltraro chiedeva di introdurre un atto a sorpresa, una consulenza recentemente redatta da un perito grafologo”.

È stato certo difficile per il giudice districarsi tra tante contrastanti versioni che lasciano basiti” scrive la Frau che arriva a sospettare una manomissione successiva alle indagini.

Nell’autunno 2013 dopo l’avvio di un procedimento disciplinare del Consiglio Notarile a seguito di una denuncia, Coltraro cerca infatti di correre ai ripari con una nota di rettifica inviata al Catasto in cui afferma che le particelle demaniali erano state inserite nell’atto di vendita per “mero errore materiale”. Poi, nel 2015, “dopo che tutta la vicenda era emersa a seguito della trasmissione Le Iene, il consiglio Notarile procedeva ad ispezione e chiedeva al Coltraro copia autentica dei contratti. Nella ‘copia autentica’ del contratto del 20/12/2012 le particelle demaniali a suo tempo inserite risultavano assenti, non delete o corrette, ma semplicemente ‘sparite’… Per non rivelare al mondo (al Consiglio Notarile) la sua malafede… Coltraro modificava la copia da rilasciare all’organo ispettivo facendo ‘sparire’ tali particelle e su quella ‘copia’ poneva un certificato di conformità”.

LA TRACCIABILITÀ DEI PAGAMENTI

Infine, ulteriore elemento di anomalia, stridente con il dovere del notaio di effettuare l’indagine antiriciclaggio, è quella relativa ai pagamenti, previsti entro due o tre anni o nella maggior parte asseriti come pregressi, quindi antecedenti al 2016, ovvero all’obbligo di tracciabilità imposto dalla normativa antiriciclaggio. “L’uso dello stratagemma di indicare pagamenti non tracciabili per coprirne il carattere fittizio, elaborabile solo da un giurista che abbia dimestichezza con il commerciale, appare indicativo di una piena consapevolezza del carattere fittizio dell’intera operazione di compravendita. Non appare credibile che tale stratagemma sia stato pensato ed elaborato da pastori o netturbini, mentre appare verosimile che sia stato il notaio a suggerirlo. Che Coltraro fosse consapevole di utilizzare un escamotage per evitare la tracciabilità dei pagamenti risulta evidente dalle sue stesse dichiarazioni…”.

LE DECISIONI DEL CONSIGLIO NOTARILE

Secondo il giudice anche l’attività politica del notaio rientrerebbe nel sistema. Da deputato regionale Coltraro si sarebbe speso per accelerare ed incentivare l’erogazione dei tributi comunitari attraverso alcuni interventi pubblici nel 2014. “Dunque – evidenzia la Frau – di fronte al fatto che alcune delle truffe stavano venendo a galla e che la AGEA stava facendo delle verifiche prima di erogare i contributi, Coltraro si attivava politicamente per fare pressioni sull’ente”.

E l’essere deputato regionale avrebbe giovato a Coltraro anche su un altro versante: su quello dei provvedimenti a suo carico presi dall’Ordine Professionale. E qui misuriamo proprio quale sia in alcune circostanze la responsabilità degli Ordini Professionali, una valutazione che si attaglia perfettamente a quanto (non) fa, o non ha fatto per tempo, per esempio, l’Ordine degli Avvocati nei confronti di propri iscritti. Il riferimento è ovviamente a Piero Amara e a Giuseppe Calafiore.

L’esposto di una persona che si ritiene truffata da Coltraro giunge al Consiglio Notarile di Siracusa già il 22 novembre 2013 ma dice il presidente del Consiglio Annio De Luca, sentito come testimone nel processo Terre Emerse: “Già all’epoca la condotta del notaio non era apparsa lineare ma il caso era stato archiviato in quanto si riteneva che fosse sporadico e isolato (!). Poi nel 2015 il caso era scoppiato grazie alla trasmissione delle Iene e il Consiglio aveva approfondito gli accertamenti scoprendo che la vicenda era più ampia. Si verificava che non si era trattato di una svista (!!) relativa ad un piccolo terreno, ma vi era stata la compravendita di ENORMI appezzamenti, centinaia di particelle TUTTE di proprietà di terze persone… ‘la molteplicità degli atti e l’enormità dell’estensione che questo riguardava, l’allarme sociale che aveva creato’ evidenzia De Luca.

A causa di ciò il consiglio notarile provinciale proponeva la destituzione del notaio ma l’organo regionale competente (il COREDI) optava per una sospensione temporanea. In quel periodo il Coltraro era deputato regionale” osserva la Frau!

I “TONI SPREZZANTI” DELL’AVVOCATO CALAFIORE

Il notaio Coltraro in un primo momento sceglie quale proprio legale di fiducia Giuseppe Calafiore. Scrive la dottoressa Carla Frau: “Sia Coltraro che il difensore avevano assunto toni sprezzanti e quasi aggressivi nei confronti della giovane pm”.  Per esempio, nel corso del dibattimento, quando Coltraro viene interrogato su come mai abbia scelto un particolare tipo di contratto per le compravendite, Calafiore interviene con interventi “ad adiuvandum”. Quasi mette lui stesso le parole in bocca al notaio tant’è che il pm, la dottoressa Margherita Brianese, prova a richiamarlo, a invitarlo a non interrompere il proprio assistito. Calafiore sbotta: “Io posso intervenire… codicisticamente lo posso fare se no…”. “Per fare domande” interloquisce il pm. Ma come se non volesse intendere Calafiore insiste: “Mettiamo a verbale che io non posso intervenire nell’interrogatorio”. “Per fare domande correttamente” ribatte paziente il pm. “Dottoressa, la prima la seconda la terza volta la quarta volta non glielo consento. Mettiamo a verbale che io allora non posso intervenire nel corso di un interrogatorio” si scalda Calafiore in un botta e risposta che dura per un po’.

 

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