Un padre e un figlio, due sguardi sulla stessa città. Da una parte disillusione e stanchezza, dall’altra rabbia e voglia di cambiare

Non esattamente come ne “Il vecchio e il bambino” di Francesco Guccini dove Un vecchio e un bambino si preser per mano e andarono insieme incontro alla sera … Il vecchio parlava e piano piangeva con l’ anima assente …  E il vecchio diceva, guardando lontano: immagina questo coperto di grano, immagina i frutti e immagina i fiori…

Né tantomeno come nel brano “ Father and Son” di Cat Stevens dove It’s not time to make a change just sit down and take it slowly (Non è tempo di cambiare, rilassati, prendila con calma)… I was once like you are now and I know that it’s not easy to be calm  (Una volta ero come sei tu ora, e so che non è facile rimanere calmi).

Ma il dialogo che segue tra un giovane (non più bambino) e un padre (non ancora vecchissimo) meno profondo e romantico dei testi citati, riporta alla mente quelle vecchie canzoni. Anche se qui a parlare è soprattutto il figlio mentre il padre più che altro si limita ad ascoltare.

Padre Che hai? Mi sembri arrabbiato

Figlio – Che ci troviamo le industrie per colpa della generazione prima della vostra e la merda turistica per colpa vostra. La mia generazione, in larga parte, se n’è già andata per studiare o per lavorare e i pochi che restano forse non sono mai usciti dal proprio orto, oppure non si pongono il problema. Probabilmente pensano ancora al benessere come la realtà che gli propinano con i cinepanettone

P – Va be’, non siamo così pessimisti, ora col turismo in ripresa un po’ di benessere arriverà. Ci sono un sacco di prenotazioni nei B&B, nuovi ristoranti che aprono. Abbiamo pure le navi crociera…

F – Minchia, pa’! Gioire delle crociere qua è come gioire della Coca Cola nei villaggi africani dove manca l’acqua potabile: colonizzazione pura. Voi genitori che ci avete insegnato ad essere critici verso la massificazione e il capitalismo ora vi siete assuefatti, magari vi piace vedere Ortigia ridotta ad un Luna Park

P – Non è proprio così.  Ma come si fa a non sfruttare le opportunità del turismo che crea lavoro! Certo c’è un prezzo da pagare, magari qualche snob si lamenta per la musica o la mancanza di parcheggi

F – Il problema non sono gli snob, che pure ci sono e rompono. Molte delle cose lamentate dagli ortigiani sono sacrosante, cosí come è sacrosanto che ci si lamenti del feto in via Malta per la nave crociera

P – Però in altri quartieri si sta peggio e nessuno si preoccupa delle periferie. C’è anche molto egoismo e difesa di privilegi. Ti ricordi come criticavano l’Ortigia Sound System? Drogati e turisti straccioni li chiamavano

F – Voi vivete tutto come tifo: ortigiani contro gli altri; commercianti contro residenti; benestanti contro popolino; turisti di classe contro turisti straccioni. Non è una gara a ridicolizzare gli altri. Il festival Ortigia Sound System viene attaccato per motivi sbagliati, perché non si conosce, perché è musica che non piace ai vecchi. Non sanno, non sapete che quella musica e quegli artisti rappresentano la tendenza in quanto espressione musicale e culturale giovanile. È in voga ormai da anni, la più diffusa tra i giovani, la più venduta, la più premiata nelle competizioni internazionali importanti, anche se la vostra generazione non la conosce. Richiama(va) riviste e televisioni internazionali e un pubblico numeroso da ogni dove. Purtroppo adesso dietro quel marchio (OSS) ha una gestione diversa, non so come sarà la prossima edizione. Ma è su altro che bisogna attaccare: l’illegalità diffusa in ogni situazione, non il festival in quanto festival. Sono autorizzati tutti sti tavolini per strada? Tutti sti banchetti di giri in barca? E le Ape calesse? E i B&B ad ogni porta? E i Solarium discoteca?

P – Vedi che allora le navi crociera sono il problema minimo

F – La crociera come concetto è il simbolo di un’idea vecchia e ridicola di lusso e cattivo gusto, di saune e piscine su una nave che sputa schifo e inquina quanto una fabbrica che niente ha di positivo. Che cozza con le idee politiche sociali ed economiche che si dovrebbero perseguire nel 2021, tipo la sostenibilità, l’ambiente, la cultura. Ma siccome ancora non si sono tolti dalle scatole, dalla politica, dalle istituzioni, dalla società, quelli che con questa idea di sviluppo consumista, ridicolo, nocivo e inutilmente gigante e antico ci sono cresciuti, ora vedono finalmente la possibilità di soddisfare il loro senso d’inferiorità trasformando e dando il colpo di grazia a una realtà unica ed esemplare che poteva essere Siracusa. Una città piccola sul mare, piena di storia, di architettura e di cultura, rispettosa della natura, vivibile e sostenibile con quello che ha già. Tutto questo distrutto. E solo negozi, negozi, negozi, commercio e turismo di merda. Il turismo alla fine distrugge, non porta ricchezza

P – Ma è  normale cercare di migliorare il proprio status, il proprio benessere

F – A un bambino della Mazzarrona che non va manco a scuola, che respira petrolchimico, che s’ammazza nelle buche delle strade, che non ha uno spazio dove giocare, un parco dove passeggiare, un posto dove suonare, un’area di socialità, che gliene viene se arrivano le navi da crociera? Qual è il fine del turismo? Qual è il progetto per questa città? Mettiamo tavolini ad ogni angolo, già l’aria è irrespirabile, l’acqua dai rubinetti fa schifo, devi stare attento a cosa mangi. Il mercato storico sta morendo, le botteghe del pesce chiudono e al loro posto spuntano altri ristoranti improvvisati. Appena tutti gli articoli in vetrina finiranno e finirà pure la moda – perché il turismo va a moda – cosa resterà a questa città? Le villette sulla costa? Quattro soldi a chi gestisce gli approdi e a chi si è aperto ristoranti scarsi? Che città vogliamo essere? Per i cittadini o per gli altri? Dove è finita la sua vera anima? Che identità difendiamo, quella culturale o quella dei ristoranti e dei souvenirs di plastica? Ti presentano menù in francese con termini altisonanti (humus con cruditè, tagliere con formaggio non formaggio …) e ti danno pesce scongelato e prodotti inscatolati. Ma perché? Quando la caratteristica nostra dovrebbe essere di servire cose nostrane, genuine, prodotti freschi. Settimana scorsa, tornati da Milano con amici siamo andati a prendere una granita e ho trovato i prezzi quasi raddoppiati. Allora tanto vale fare come a Cuba, dove i turisti hanno una moneta diversa e gli indigeni quella loro

P – Già, ma  Milano non  trovi la granita  e la colazione costa di sicuro di più

(ph. Donatella Minardi)

F – Ma che discorsi fai, pa’? Allora dobbiamo assomigliare a qualcosa che non siamo? Ci sentiamo più sperti se aumentiamo i prezzi e la qualità fa schifo? Non so più dove andare a trovare una granita vera, decente, sanno tutte uguali e con servizio scadente. Il turismo ha fatto impazzire il mercato immobiliare, impossibile affittare due camere e un basso fatiscente te lo vendono a prezzo di reggia

P – È la conseguenza dello sviluppo

F – Sviluppo significa una comunità che cresce moralmente, culturalmente e POI economicamente Perché le città giuste e belle sono quelle in cui i cittadini sono partecipi dello sviluppo, non quelle in cui fai arrivare folla a qualsiasi costo. Perché cosí facendo la folla arriverà e non vedrà nulla di diverso da tutte le grandi mete orrende dove queste crociere proliferano, e dove non esistono piú cittadini ma solo estranei in villeggiatura e commercianti. E allora tu dirai “aaah Siracusa … qua una volta c’era il carcere, qua un falegname, sull’isola c’erano 5 cinema …, andavamo in Ortigia con la barca, qua compravi il pesce appena pescato, qua c’era la zippulara. Al posto delle vecchie botteghe resteranno solo gli hotel per accogliere estranei che arrivano, consumano e se ne vanno, anzi è già cosí. Quando il valore nostro è essere piccoli e umili e sconosciuti, le cose belle sono belle perché sono vere e discrete. Il bisogno di sputtanarle con le americanate è solo insicurezza. Le città belle dovrebbero avere gente bella, sicuramente le persone a Siracusa dovrebbero essere bellissime. Invece no, perché si preferisce imitare qualcosa che non ha nulla a che fare con la loro storia e con la loro cultura. Abbiamo rifiutato la nostra bellezza per giocare a fare i magnati, gli imprenditori, gli americani, gli spocchiosi come nei film natalizi o vacanzieri. Prima abbiamo smesso di assomigliare alla nostra città e adesso stiamo schifando la città per renderla consona ad un’idea di benessere che fa schifo.

P – Mah, che ti devo dire. Forse hai ragione tu. Forse abbiamo sbagliato qualcosa.

(Sono le belle città che fanno la gente bella? O è la gente bella che fa le Città belle? da  Le Città del Mondo di Elio Vittorini)

 

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