È vero. La coppa è tornata a casa. La nostra, però! Dopo ben 53 anni, l’Italia è di nuovo campione d’Europa. Ma che bello è stato? Abbiamo vinto ai rigori dopo una mitragliata di emozioni che non dimenticheremo. Che cosa bella, questo trionfo. Che meraviglia, ragazzi. Che libidine questa squadra. Che notte fantastica dopo anni di sofferenza e delusioni, dentro e fuori dal campo!
Loro, i “lord di Sua Maestà britannica”, se la cantavano e se la suonavano da settimane, sicuri che quella coppa sarebbe “coming home”, invece gli è toccato cambiare quell’acca iniziale con la R di Rome, non senza figuracce in serie. Ci hanno derisi, hanno fischiato l’inno, hanno abbandonato gli spalti prima di assistere alla premiazione che onorava gli avversari, hanno immediatamente tolto dal collo quella medaglia d’argento che gli avevano appena consegnato, con un gesto di disprezzo che di signorilità reale ha ben poco. E poi è scattata fuori nelle strade la più vile e selvaggia caccia ad ogni uomo vestito di tricolore, scorribande degne delle insurrezioni di stampo medioevale. Se questo è il loro british style, allora i baronetti siamo noi! L’Italia è la regina d’Europa e ha vinto con pieno merito. Ha saputo recuperare una finale che sembrava persa, colpita a freddo da quel gol incassato dopo soli due minuti e forse ha pagato all’inizio quella spinta di sessantamila forsennati che cantavano all’unisono. Ma dopo una quindicina di minuti che sembravano in bambola, i ragazzi di Mancini hanno ripreso in mano la partita come riescono a fare soltanto le grandi squadre. E la soddisfazione è stata grande nel vedere finalmente quel tempio di Wembley ammutolirsi, dopo aver fischiato, ululato, insultato. E cancellati anni di delusioni e dimenticata l’onta della mancata qualificazione al mondiale russo, finalmente ogni singolo italiano è tornato a sentirsi un gigante. È la vittoria di un gruppo, è la vittoria di Mancini che l’ha saputo creare e guidarli là dove nessuno credeva fosse possibile arrivare in così poco tempo. Siamo tornati tra i più grandi. Abbiamo ripreso il nostra posto nel gotha del calcio. Siamo rientrati nel pantheon dei migliori. Potenza del calcio e delle emozioni che suscita, potenza di una Nazionale che abbatte i muri che certe volte con il pallone sono altissimi. La verità è che nessuno vedeva ciò che vedeva Roberto Mancini, riuscendo a restituire autostima e convinzione di essere forti, e non solo ad un manipolo di calciatori, ma forse ad una nazione intera, depressa , martoriata, ferita ed umiliata nelle sue drammatiche vicissitudini di questi ultimi due anni trascorsi pericolosamente. Ed il nostro condottiero ha saputo produrre una vera e propria rivoluzione del secolare e atavico credo calcistico italiano. Ha saputo cioè violentare quell’antica tradizione italica del nostro calcio che raccomandava di rintanarsi n difesa e di osare solo in contropiede. Una tattica da guerriglieri, tipica dei popoli storicamente assoggettati. Mancini proponeva invece un calcio di governo e l’Italia è così rifiorita. Li ha fatti risentire protagonisti, gli ha ridato lo scettro del comando. Tutti partecipi, tutti titolari. Ha cementato un gruppo con l’allegria in ritiro, le grigliate sul prato, i canti sul pullman, l’affetto per lo sfortunato Spinazzola, preteso a Londra in stampelle per la finale.
Un gruppo solido come una banda di amici che gioca il lunedì sera al calcetto e unito come una vera famiglia. Il gruppo è stata la nostra vera forza. Braveheart per gli scozzesi, il più elegante dell’Europeo, il più sexy, il più bravo… Questa vittoria è stato un capolavoro di Roberto Mancini, che ora gira più spot di Mastrota! Ed è bello ogni tanto evidenziare che il risultato non è l’unica cosa che conta, perché i ragazzi di Mancini hanno dimostrato che il merito, la bellezza, l’entusiasmo e i sorrisi non contano di meno. Alla vigilia della finale, infatti, al nostro tecnico fu fatta la fatidica domanda su come potevamo vincerla e lui ribattè sicuro che « se ci divertiamo, domani vinciamo », in netta contrapposizione di molti suoi colleghi allenatori italiani che spesso a queste domande rispondono invece che « se volete divertirvi, andate al circo», sottolineando che solo il risultato è l’unico obiettivo da perseguire, ad ogni costo. E questo suo dogma, questa piccola ma grande rivoluzione lo ha visto piangere per la gioia, ma ci ha anche visto noi piangere per la gioia, perché i suoi ragazzi hanno costruito qualcosa di invisibile per molti e allora come lui e Vialli – domenica sera – tutti quanti abbiamo potuto ricominciare ad appoggiare le teste sulle spalle con gli occhi chiusi anche dalle lacrime. In quell’abbraccio che ha commosso tutti perché è stato l’abbraccio di tutti. Le lacrime di quest’uomo, elegantissimo in camicia bianca, sono quelle di tutti, di 60 milioni d’italiani e dell’amico di una vita avvinghiato a lui come un koala, in un’istantanea che fermava il tempo.
E allora finalmente la possiamo cantare anche noi a squarciagola, da ogni singola piazza d’Italia: Football is coming Rome, oppure a scelta si può optare anche per le “Notti magiche” del Mondiale ’90, quelle note levate al cielo di Roma ieri pomeriggio al passaggio del pullman scoperto che accompagnava la nostra coppa per le vie della capitale, note intonate dai giocatori ma soprattutto dalla gente che li ha stretti in una morsa d’amore e che non vuole più smettere di urlare quell’ « e negli occhi tuoi, voglia di vinceree…»

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