Il neo Borbonismo del terzo millennio

L’avvento dei movimenti autonomisti degli anni ‘90, ha dato l’impulso ad un vero e proprio revanscismo storico. È stato un florilegio di pubblicazioni storiche sul Regno delle due Sicilie ed il suo presunto primato europeo. In questa sede, per dovere di sintesi non daremo sufficiente giustizia all’enormità storica del tema, tenteremo tuttavia, di dare un contributo di chiarificazione, per meglio, al netto di ideologismi vari, riformulare attraverso l’asetticità dei dati socio-economici, un minimo di verità storica.

La vita nel Regno delle due Sicilie all’alba dell’Unità d’Italia:

Campania, Puglie, Calabria, Basilicata, Abbruzzi, Molise e la parte orientale del Lazio, godevano di un’uniformità economico-sociale di estrema gravità.

Ma andiamo per ordine: nel 1856 il bilancio del regno delle due Sicilie era di 33 milioni di Ducati. Di questo per Esercito e Marina da guerra, lo Stato investiva il 43 % del bilancio. *(Banca d’Italia)

Sarebbe un po’ come se oggi il nostro Paese spendesse per le Forze Armate 900 miliardi di euro, a fronte dei 17 che spenderà nel 2021. Questo dato da solo dovrebbe darci una prima idea dell’organizzazione di quello stato. Il 43% in armamenti e gestione della difesa. Di questi 890.000 ducati andavano per la gestione dei Corpi Svizzeri a difesa della corte. Vabbè però vediamo quanto spendevano i Borboni per la Pubblica Istruzione? Ebbene il tanto enfatizzato stato sociale borbonico, spendeva il 33% di quanto gli costava la Guardia Reale. Il 33% del costo della sicurezza dei reali di Napoli veniva speso per la Pubblica Istruzione. *(Svimez). Però vi erano le infrastrutture che facevano del Regno un modello di sviluppo economico. O no? A voi la valutazione. Questi i dati: La rete stradale del Regno era di 11.219 km. Un dato enorme per l’epoca, peccato che la rete stradale del resto d’Italia, escluse le regioni non ancora annesse, fosse di 90.000 km.

Immagine internazionale: All’Esposizione Internazionale di Londra del 1851, parteciparono 34 paesi con 5 milioni di visitatori. Parteciparono dall’Italia, lo Stato Pontificio, Il Regno di Sardegna, il Gran ducato di Toscana. Assente il ricco Regno delle Due Sicilie. A Parigi nel 55′ vi furono 25 paesi, 6 milioni di partecipanti. Dall’Italia, lo Stato Pontificio, Il Gran Ducato di Toscana e il Regno di Sardegna. Nuovamente assente il Regno delle due Sicilie. Ora con l’enorme distanza temporale, senza alcun limite ideologico, è possibile che il più ricco stato d’Europa, potesse mancare ad appuntamenti tanto importanti nel panorama mondiale?

Osserviamo adesso i dati dell’economia reale attraverso le concessioni rilasciate agli sportelli bancari. In tutto il regno vi erano 5 sportelli bancari contro i 28 del resto della penisola. le banche del regno nel 1861 lavorarono 8.428 operazioni di cessione del credito per 33 milioni e 1.348 operazioni di prestito per 9,8 milioni. Nel resto dell’Italia i 28 istituti bancari nello stesso anno si operarono 120.025 e 141 milioni di lire dati in prestito. Le Casse di Risparmio, escluse le regioni ridentine in Italia erano 112. Nel Regno delle due Sicilie zero. L’assetto socio economico appena descritto fa il paio con lo stato di colpevole abbandono in cui versava l’intero regno. Il giornalista, deputato e poi senatore a vita Raffaele De Cesare descrisse l’insopportabile condizione dei sistemi idrici pugliesi e la soluzione voluta da Ferdinando. Molte più chiese per chiedere più piogge. *(La fine di un regno)

Il dirigente statistico del regno delle Due Sicilie, Luca de Samuele Cagnazzi, nel 1839 pubblicò dopo aver superato la censura, una sintesi risultante dai suoi studi socio-economici.

“L’alimentazione dei braccianti pugliesi è minore di quella che in epoca romana si riservava agli schiavi. Che lavorassero o meno andavano nutriti. I braccianti sopravvivono solo se lavorano. “Cap. V Del Pauperismo popolare in questo Regno. Sottolinea l’economista: “Se miserabile è la classe dei contadini di Puglia molto più è quella dei ‘montagnari di Basilicata e delle altre contrade montuose”.

Nel Cap V nominato “Della mendicità in questo Regno” infine stigmatizza il dramma dei bambini abbandonati, dei quali il 95% muore prima del primo anno di vita. “Solo il 10% della popolazione viveva sicuro dall’insufficienza alimentare”.

(G. De Gennaro, Lavoro e occupazione nel Mezzogiorno. L’involuzione del secolo XIX Napoli 1991.

Abbiamo precedentemente esaminato l’impegno economico del Regno riguardo all’Istruzione. Nel 1871 in Piemonte il tasso di analfabetismo era del 42,3; in Lombardia del 45,2. In Campania dell’80; in Sicilia dell’85 ed in Basilicata dell’88%.

IL LATIFONDISMO NEL REGNO DELLE DUE SICILIE

I Caracciolo di Avellino possedevano 22.000 ettari; Sant’Angelo dei lombardi 24.500 ettari; Francesco I possedeva a Santa Cecilia Foggia 1.372 ettari; la Corona era proprietaria di 15 feudi in Puglia. In Sicilia orientale secondo lo studio di Albero Di Blasi condotto sul Catasto della prima metà dell’800, Catania ha l’82% di latifondi, la Ducea di Nelson il 50% delle terre. Venti proprietari della Ducea possedevano l’81% dell’intero territorio. A Siracusa il Feudo Monasteri contava 2.232 ettari; la baronia di Targia di Arezzo 1030 ettari; Cavadonna 811 ettari; Longarini 557 ettari. *(A. Lippi Guidi, Masserie e Vecchi Manieri nel siracusano, 1990).

I Paternò-Ferrandina avevano 55 feudi per un totale di 27.000 ettari. Ovviamente vi erano poi i feudi ecclesiastici. A Trapani Badia Nuova aveva due feudi per un totale di 1.715 ettari. L’Annunziata ne aveva 1.230 di ettari. San Francesco 462 e Santa Chiara 428. Il monastero dello scavuzzo possedeva 1.167 ettari; i Gesuiti di Trapani 1.205 ettari.

Benché non schierato con nessuna linea monarchica, ci piace sottolineare definitivamente l’aspetto delle confische dei Savoia rispetto ai beni ecclesiastici. I cattolicissimi Borboni nel 1809 soppressero 165 monasteri per un totale di 29.367 ettari soltanto nell’area di Otranto. I Savoia mezzo secolo dopo ne confiscarono 16.205. Simone Corleo, La distribuzione delle terre per l’enfiteusi dei terreni ecclesiastici e la sicurezza pubblica in Sicilia, Palermo 1877.

Concludendo, abbiamo tratto da fonti attendibili una notevole quantità di dati. Banca d’Italia, Svimez, autori dell’epoca e studiosi contemporanei. I numeri non dovrebbero mai dare luogo ad interpretazioni ma si sa che quando vi è di mezzo la convinzione personale, tutto è possibile pur di affermare le proprie tesi. Speriamo di poter dare luogo ad un dibattito privo di tifoserie.

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