È prevista per domani, sabato 19, la manifestazione contro il progetto del mega impianto di fotovoltaico da 100 ettari alle porte di Canicattini Bagni, una mobilitazione che si preannuncia ampia e partecipata a giudicare dalle tante dichiarazioni di questi giorni da parte di molti esponenti istituzionali.
Il territorio intende dire un deciso no a un progetto voluto solo dalla Regione, indifferente ai reiterati pareri negativi degli uffici tecnici dei Comuni interessati e mossa da un’ormai sorpassata e inaccettabile logica neo-coloniale.
Lungo l’elenco delle incompatibilità dell’insediamento industriale in un’area, di cui si rivendica la “vocazione agricola, turistica, ricettiva, gastronomica e culturale”, che ricade in quel Parco Nazionale degli Iblei il cui iter procedurale è già avviato da tempo dal Ministero. Per sindaci e cittadini, il progetto della Lindo s.r.l. è irricevibile perché di fatto andrebbe a modificare, al di là dello stato dei luoghi, “la visione strategica e programmatica di uno sviluppo ecosostenibile” che ha visto da tempo la convergenza di forze politiche e imprenditoriali.
A giocare a sfavore è certamente l’assenza di un vincolo paesaggistico diretto, mentre, che l’area sia comunque contigua a una zona tutelata invece al massimo livello, viene considerato elemento assolutamente irrilevante a causa delle modifiche normative apportate dal Governo con il Decreto Semplificazione, il piede di porco, i cui deleteri effetti misureremo a distanza, utile a scalzare principi di tutela e salvaguardia (come sarà probabilmente con le misure presenti nel PNRR) conquistati faticosamente nel tempo. E anche il fatto che i roghi del 2010 e 2011 rendano l’area immodificabile per quindici anni, quindi fino al 2025, e vietino cambi di destinazione urbanistica e lo sviluppo di nuove e diverse attività produttive è stato bellamente bypassato dall’assessorato regionale che nella VIA ha posto la risibile motivazione che l’impianto fotovoltaico non costituirebbe attività industriale. Un paradosso!
Pecunia non olet, direbbero i latini, e non conosce ostacoli. Secondo una recente inchiesta di La Repubblica gli affitti per ettaro sarebbero tra i 1.500 e i 3.000 euro, ma 30mila euro in caso di vendita, cifra che per le multinazionali del fotovoltaico varrebbero introiti moltiplicati per 100. Tre milioni di euro, quindi.
Ma forse un intoppo c’è che potrebbe salvare questo territorio di “incredibile bellezza e di preziosa biodiversità” (Fabio Granata) ed è qualcosa che è sfuggito finora all’attenzione di molti, ma a quanto parrebbe non di tutti.
Chi conosce bene la zona racconta che sono moltissime le tracce della presenza dei Greci e la posizione sopraelevata dei quei luoghi, da cui si vedono in lontananza il Porto Grande e la penisola del Plemmirio, ne fa un sito che potrebbe effettivamente essere stato prescelto per insediamenti stabili nel più antico passato e ancora dopo l’anno mille, come attesterebbero i resti di una chiesetta circolare, forse del 1.200.
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Carraie, tombe, frammenti di ceramiche, manufatti in pietra: reperti visibili ad occhio nudo che attenderebbero solo di essere esaminati. Ma soprattutto grandi blocchi squadrati di pietra calcarea non comuni, molto simili a quelli delle mura dionigiane seppure di dimensioni leggermente inferiori, sono stati fotografati a circa 800 metri, da dove dovrebbe essere realizzato il campo fotovoltaico.
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Questo fino ad un anno fa (nelle foto il prima e il dopo) perché, secondo una segnalazione già inviata sia al Nucleo Carabinieri di Tutela al Patrimonio che alla Soprintendenza (per la quale si attendono riscontri ufficiali), alcuni di questi blocchi sarebbero ora stati rimossi (ne restano altri nei pressi di una casa diroccata), ma restano ancora visibili sul terreno le tracce della loro presenza. Così come sarebbero ancora visibili i segni lasciati forse da un cingolato attraverso sentieri di roccia.
Un sopralluogo già effettuato dalla Soprintendenza avrebbe confermato la validità dell’ipotesi della presenza di mura greche.
Nella strada priva di ostacoli aperta alla Lindo, è stata almeno imposta, in sede di progetto preliminare, la verifica preventiva dell’interesse archeologico dell’area? La Soprintendenza, nell’esprimere parere positivo, aveva valutato la possibilità della presenza di testimonianze di interesse storico?
E come è possibile non ritenere, come si sostiene, che non vi sia un cambio di destinazione d’uso dei luoghi, quindi da agricola ad industriale, se si prevede l’eliminazione di centinaia di alberi d’ulivo secolari e di macchia mediterranea (sarebbero estirpati circa 1600 piante tra olivi, carrubi, perastri, olivastri, lentischi, etc., di cui solo 500 di essi reimpiantati in loco) e si considera che il suolo, risorsa limitata come acqua e aria, quando viene occupato dai pannelli, per mancanza di sostanza organica, è destinato inevitabilmente alla desertificazione?
Dopo la manifestazione di domani forse è il caso di mettersi subito al lavoro per impugnare tanto la VIA regionale quanto il parere favorevole della Soprintendenza.

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