E’ stata celebrata il 12 giugno la “Giornata mondiale per l’eliminazione del lavoro minorile” la prima che segna la ratifica universale della Convenzione n.182 dell’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) da parte di tutti gli stati membri, avendo acquisito l’ultima ratifica nell’Agosto 2020 da parte del Regno di Tonga, Stato situato in Oceania.
La giornata ha avuto vasto eco sui mass media anche per l’intervento del Presidente Mattarella che ha parlato di “piaga intollerabile” e che ha ben ricordato come l’Italia non è esente dall’intollerabile sfruttamento dei minori.
La giornata è stata preceduta da un allarmante report a cura dell’ILO e dell’UNICEF che riporta i dati statistici attuali e le tendenze degli ultimi anni. Emerge, a livello mondiale, un quadro sconfortante in quanto dal 2016 si è invertita la tendenza ad un costante miglioramento che c’era stato dal 2010 in poi, con un progressivo peggioramento negli ultimi 4 anni.
Stiamo parlando di bambini di età compresa tra i 5 e i 17 anni di età…
Il rapporto è molto articolato, mettendo in evidenza le aree di lavoro dove i bambini sono sfruttati, le fasce di età interessate, le aree geografiche e l’incidenza per tipologie di reddito familiare.
L’Europa, che era interessata nel 2016 per il 4,1% della propria popolazione di bambini 5-17 anni (il dato mondiale era di 151 milioni e 9,6% ) è passato nel 2020 ad un 5,7% e a 7.9 milioni di bambini utilizzati in lavori pericolosi su un totale di 8,3 milioni di bambini costretti.
Il dato che a me sembra ancora più allarmante è la previsione che la pandemia ha ulteriormente peggiorato la situazione e per il 2022 si prevede un aumento di circa 9 milioni di bambini da aggiungere ai 160 milioni attuali, di cui 79 milioni impegnati in lavori pericolosi.
Il report Ilo-Unicef si conclude con delle indicazioni che riguardano i “percorsi per il futuro” e la richiesta ai singoli Stati di precise scelte, in parte indicati nel rapporto, per contrastare il fenomeno dello sfruttamento del lavoro minorile.
Il rapporto si conclude concentrandosi su tre aree strategiche di intervento: “ricerca e condivisione delle conoscenze; innovazione; aumento e mobilitazione di risorse. Infine sottolinea che “ È urgente rilanciare l’azione per porre fine al lavoro minorile, in linea con gli impegni assunti e gli obiettivi fissati a livello mondiale. Sono necessarie misure e investimenti ambiziosi perchè è in gioco il benessere dell’umanità. Ai bambini e adolescenti, abbiamo promesso di porre fine al lavoro minorile. Non c’è tempo da perdere”.
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L’Italia non ha dati aggiornati sul fenomeno. Gli ultimi frutto di una ricerca attendibile risalgono al 2013 (Save the children).
Oggi si ritiene che il fenomeno interessi circa 340.000 bambini impiegati in vario modo, ma gli esperti ritengono che la pandemia abbia di molto peggiorato questi numeri. Sono circa 28.000 i bambini a rischio sfruttamento grave.
In Italia il lavoro minorile (inteso al di sotto dei 16 anni) è vietato da una legge del 1967, ma è un fenomeno che non solo non è mai scomparso dal nostro Paese ma che la pandemia, le scuole chiuse e l’allargamento delle aree di povertà ad essa dovute, rischia di aggravare. Certo ciò non stupisce se pensiamo che l’Italia detiene un tasso di abbandono scolastico del 13,5 (media europea 10,2-dati 2019, quindi pre-covid)
Di recente in un webinar pubblico organizzato da La Civetta sull’impatto della pandemia sulla salute mentale dei bambini, la prof.ssa Magnano, docente incaricata per la nostra provincia di inclusione e dispersione scolastica dall’Ufficio Scolastico Provinciale ha confermato un significativo aumento della dispersione scolastica. Credo questo sia tra i pochi dati della nostra provincia riguardante il disagio dei minori.
Questi dati sul lavoro minorile non sono certi gli unici a dirci il malessere dei bambini e degli adolescenti nella nostra città e nella nostra Italia.
A questi bisogna aggiungere , per esempio, quelli sul maltrattamento dei bambini o quelli sugli indici di povertà; sui minori con provvedimenti giudiziari o quelli legati al disagio psicologico o ai disturbi del neurosviluppo. Tutti questi dati insieme, oltre ad una valutazione reale dei livelli di inclusione scolastica e sociale, ci possono dire quanto lontana è una cultura per l’infanzia e quanto interesse c’è per i bambini: tutti questi dati sono quasi sconosciuti nella nostra città!
Di fatto non occuparsi dei bambini significa perpetrare le disuguaglianze sociali e condannarci ad una società deumanizzata capace di giustificare qualsiasi tipo di violenza. L’investimento sui bambini è sempre vantaggioso, anche dal punto di vista economico. Non sono necessarie approfondite analisi psicologiche per comprendere che a questi bambini, che per diversi motivi vivono situazioni di vulnerabilità, vengono, troppo spesso, negati i più elementari diritti e che questo avrà un grosso impatto sulla loro salute mentale, sulla loro vita, sull’intera società!
Si attendono dal PNRR ( il piano nazionale di ripresa e resilienza) varato dal Governo e consegnato alla Commissione Europea investimenti che riguardano i bambini. In particolare nella Missione 4- istruzione e ricerca- si parla di potenziamento dell’offerta dei servizi di istruzione: dagli asili Nido all’Università (M4C1) e di un investimento globale di oltre 30 miliardi; e nella Missione 5 -inclusione e coesione- dove si parla di infrastrutture sociali,famiglie,comunità e terzo settore ( M5C2) e di un investimento di circa 20 miliardi.
Naturalmente attendiamo con speranza i fatti!
E’ giusto che la politica nazionale si occupi di questi temi! Le politiche dell’infanzia, però, hanno un “ luogo” privilegiato dove realizzarsi: la Città. E’ la comunità locale il “luogo” dove sono possibili le esperienze di prossimità. La Città è il luogo dove creare il cambiamento, perchè è nella prossimità che i numeri delle ricerche statistiche diventano Persone; i bisogni possono essere valutati e analizzati; dove i progetti possono essere pensati, programmati e realizzati e dove è possibile leggerne la reale incidenza sul territorio e la comunità può “farsi rete”. La Città diventa così punto di partenza, ma contemporaneamente di arrivo!
Siracusa appartiene alla rete delle Città Educative, associazione internazionale nata nel 1990 a Barcellona. Di recente Siracusa ha festeggiato, con una manifestazione pubblica, presenti tante autorità locali, il quinto anno di appartenenza. La Carta delle Città Educative è stata da poco rivisitata per attualizzarne obiettivi e impegni. Tra i tanti pregi che ha l’ultima Carta delle Città Educative vorrei mettere in evidenza il riconoscimento ad azioni di prossimità e l’importanza che l’Educazione appartiene alla Comunità intera. Ed ancora la forte spinta inclusiva e l’ottica intergenerazionale.
Durante la recente celebrazione siracusana sono stati anche nominati tanti nuovi “ambasciatori” a rappresentare i diversi campi educativi.
Per la Città di Siracusa, dove le politiche per l’infanzia sono nel complesso illusorie, il “Progetto Città Educativa” potrebbe essere un buon punto di partenza, soprattutto se si riuscisse a dare alle diverse azioni continuità, con relative risorse economiche e di persone e si desse un respiro ampio con un ruolo di coordinamento, di analisi e ricerca, di inclusione e crescesse l’ottica di rete tra istituzioni e società civile.
Per anni ho chiesto invano la realizzazione di un tavolo tecnico istituzionale permanente sulle problematiche dei bambini, consapevole che Siracusa è una città dove già i pochi dati disponibili ci dicono quanta poca attenzione c’è per i bambini e quanta alta la sofferenza dell’infanzia e dell’adolescenza e dove non esistono progetti seri di prevenzione primaria.
Questo tavolo, a mio parere, dovrebbe essere coordinato dal Prefetto, tra l’altro da poco nominato “ambasciatrice” della Città Educativa. Esiste già anche una bozza di regolamento.
Posso solo sperare che qualcosa si muova!
Francesco Sciuto Neuropschiatra infantile

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