Il punto sulla dichiarazione di “area di crisi industriale complessa”. È davvero la soluzione per il Petrolchimico?

Sarà (o dovrà essere) l’argomento principe dei prossimi giorni: l’ampio accordo per la dichiarazione della zona industriale quale “area di crisi industriale complessa”, in attesa di essere riconosciuta dal Ministero dello Sviluppo Economico, è solo il primo passo di un processo che solo nella chiarezza e certezza degli impegni che si assumeranno potrà avere un esito positivo.

Il 18 maggio scorso l’assessore regionale alle Attività produttive Mimmo Turano (presente alla Camera di Commercio di Siracusa, in remoto invece il presidente Nello Musumeci) e tutte le grandi aziende del polo, i sindacati, la Confindustria, gli undici Comuni interessati e l’Autorità Portuale Sicilia Orientale hanno firmato il protocollo d’intesa sull’area di crisi industriale complessa.

Cosa è stato scritto?

Partendo dalla premessa che il Petrolchimico, con ancora decine di aziende e 7.500 lavoratori (3.250 nelle grandi aziende, 2.500 nell’indotto soprattutto metalmeccanico e oltre 1.000 nelle imprese di servizi) rappresenta il 37,5% dell’export regionale con il peso di 12 miliardi di fatturato sul Pil della Sicilia, oggi è in declino dato il calare della raffinazione (in particolare la Lukoil).

Si tratta – sottolinea il presidente della Confindustria siracusana – di una crisi epocale dovuta ai processi di transizione ecologica che spinge le aziende a pensare di chiudere gli impianti. Per evitare il rischio, da qui a pochi mesi, di una raffica di vertenze, con questo protocollo viene istituita questa cosiddetta area di crisi. Tali aree riguardano specifici territori soggetti a recessione economica e perdita occupazionale di rilevanza nazionale e con impatto significativo sulla politica industriale nazionale, non risolvibili con risorse e strumenti di sola competenza regionale.

La decisione è “condizione necessaria per attivare tutte le possibili misure di sostegno economico e finanziario, cioè le risorse comunitarie, nazionali e regionali, individuando le agevolazioni, gli incentivi e gli strumenti utili alla realizzazione della riconversione industriale” ha dichiarato il presidente.

Si afferma che lo strumento servirà ad accendere i riflettori nazionali sul SIN Priolo

in un momento in cui la transizione ecologica è strettamente connessa ai nuovi sacrifici richiesti alle aziende.

È vero, Siracusa mantiene la maggiore quota di occupati nell’industria, il 12,4%, e il più alto indice di specializzazione manifatturiera, pari a 0,66, di tutte le province siciliane e la sua smobilitazione sarebbe molto più di una minaccia. È anche vero che da tempo la Lukoil ha esplicitamente fatto capire la sua difficoltà di sopravvivenza (dichiara perdite per 30 milioni di euro al mese). Come è vero che la gestione degli appalti attanaglia l’intero sito rendendolo una polveriera, con varie vertenze aperte e lavoratori davvero decisi a lottare.

Meno entusiastica la posizione dei sindacati sul protocollo perché, se da una parte si riconosce nella sua sottoscrizione comunque un passo avanti, un sasso nello stagno, dall’altra mancherebbero garanzie sul sostegno al reddito e la completa ricollocazione degli addetti in caso di riconversioni dei siti e, per l’indotto, gare più trasparenti che garantiscano i posti di lavoro eliminando la prassi del massimo ribasso, rispettando le tabelle ministeriali sulle paghe orarie e soprattutto la centralità della sicurezza anche se ciò comporta costi aggiuntivi. Conoscendo l’esperienza di tante precedenti firme su accordi mai partiti, le parti sociali richiedono quindi impegni chiari per la salvaguardia e lo sviluppo dell’occupazione.

Nel protocollo le più vistose proposte progettuali sono della Lukoil per la decarbonizzazione e l’efficienza energetica, l’economia circolare e l’idrogeno, mentre Sonatrach e Sasol puntano su impianti-pilota di “carbon capture”. Questi i progetti presentati: un impianto per la produzione del metanolo partendo da gas naturale o da asfalto, uno di High-Efficiency Ocgt per la produzione di energia elettrica, uno per la produzione di biocarburante, un gassificatore per la produzione di gas di sintesi dai rifiuti per essere utilizzato per la produzione di idrogeno green e, successivamente, in idrogeno per elettrolisi o per produrre sostanze chimiche, inoltre progetti di sostenibilità ambientale per incrementare l’uso di dispositivi elettrici ad energia verde e la riduzione dell’uso delle risorse idriche come il riutilizzo degli scarti di lavorazione.

Ma quando dicono gassificatore vuol dire rigassificatore perché parlano di alimentazione da rifiuti – ci risponde l’on. Pasqua del M5S regionale – e sappiamo che questi impianti sono altamente inquinanti e, rimane in questi il 30% di residuo secco dei rifiuti creando così un ulteriore problema. Avremmo così un aggiuntivo inquinamento di scorie tossiche e nocive in aggiunta a quelle già esistenti del SIN.

Cosa ne pensa del protocollo appena sottoscritto?

Come tante iniziative che predispone il governo regionale è inconcludente. Sono state aperte due aree complesse in Sicilia (Gela e Termini) ma sono circoscritte a quelle piccole realtà. Qui invece quasi tutti i Comuni vogliono salire sul carro che porterebbe secondo la loro visione degli introiti.

Nel protocollo sono stati inseriti Comuni come Cassaro e Ferla, cosa c’entrano? Ed ecco che anche Lentini e Carlentini chiedono di essere inseriti. Questo vanificherà un eventuale intento polverizzando il programma. Il ministero accetterà tale confusione?

Musumeci e Turani ribadiscono che la Regione punta su questo protocollo quale motore di iniziative di sviluppo sostenibile a forte caratterizzazione innovativa, con la prospettiva di avviare con il Ministero della Transizione Ecologica una trattativa per la riperimetrazione del SIN, escludendo le aree non contaminate. Quelle – dichiarano – saranno utili per l’insediamento di nuovi investimenti industriali guardando alla loro compatibilità con i progetti di bonifica di acque e suoli.

Musumeci invece di inseguire i propositi delle grandi aziende perché non prepara il piano rifiuti? Già dal 2012 avremmo dovuto essere al 65% di differenziata, senza spazzatura in giro a Palermo. Mentre in altre piccoli Comuni si è giunti, autonomamente, a cifre superiori. Perché non si mette mano ai lavori di bonifiche che porteranno occupazione e a una via aperta a investimenti non petrolchimici, ma di transizione ecologica?

Riassumendo, ciò che non era stato immesso nel Pnrr, da parte del governo, perché per nulla da “transizione ecologica”, si ripropone con questo protocollo solo con un’etichetta di grande richiamo in questo periodo?

Certamente! Mentre le priorità sono altre. In questo protocollo ognuno degli attori pensa al proprio scopo (Lukoil e altre imprese, Comuni, ecc.).

Possiamo definire il protocollo la continuazione in chiave moderna e più efficiente del sostegno pubblico alle aziende che come al solito ricattano il territorio?

Chiariamo: l’azienda davvero in difficoltà perché non vuole cambiare la sua mentalità industriale è la Lukoil. Le altre, come profitti, non hanno interessi nell’andare via, anzi c’è la Erg Power che con il programma d’efficienza legato alle pale eoliche sta conoscendo una nuova stagione. La verità è che questo governo regionale riesce solo a confezionare distrazioni di massa per non fare vedere la sua totale inefficienza in tutti i campi. I loro interessi non sono quelli verso i siciliani. Il popolo è l’ultimo dei problemi, prima vengono i profitti pubblici e privati (accise dalla raffinazione, richiesta di soldi da parte delle aziende) insieme ai loro interessi personali. Il resto si vedrà.

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