Marginale il Sud nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. E ritorna il ponte sullo stretto…

Con la presentazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) da parte di Draghi possiamo affermare che le nostre intuizioni si sono avverate.

C’era da aspettarselo da un governo a trazione centronord dove impera il partito unico (Lega, Pd, Forza Italia, ecc.) e dove anche il M5S che non ne fa parte (la maggioranza del suo elettorato non è settentrionale) si è piegato, pena l’uscita dal governo. Il movimento ha cercato giustificazioni, ma sarà capito? Le potenti lobby del centronord che muovono i partiti da decenni hanno avuto campo libero come lo è stato per Draghi. Infatti, anche l’incallito banchiere ha usato il potere per i suoi interessi e ha dato un miliardo come dote fiscale a Monte dei Paschi di Siena per chi la compri, cioè per convincere l’UniCredit al suo acquisto. Non è la prima volta che spuntano regali per questa banca, già Monti le aveva elargito 3 miliardi presi delle nostre tasche in quell’emergenza. Questo istituto di credito potrebbe, a tutti gli effetti, essere nazionalizzato con tutte queste regalie. Ma nessuno si scandalizza, specialmente oggi che abbiamo milioni d’italiani ridotti in miseria.

Ma nei fatti cosa è stato deciso nel recovery che interessa tanto la Sicilia e la provincia di Siracusa? È avvenuto che miliardi inseriti nei progetti del PNRR e predisposti per il sud sono stati quasi totalmente spostati per progetti, anche effimeri, al centronord. In sintesi l’UE aveva messo a disposizione della nazione 209 miliardi d’euro dichiarando che solo 70 erano destinati al nord, decisione presa non per simpatia, ma sulla scorta di determinati criteri: il vostro sud, che rappresenta il 33% dell’Italia, ha il picco di disoccupazione più alto d’Europa, conseguentemente grande povertà e qualità della vita molto bassa. Per cui devono essere avviate, al più presto, delle politiche economiche pena aumento problematiche per tutto il resto d’Italia. L’UE vede un grande sviluppo al sud, dai servizi (porti, ferrovie, strade, ecc.) a industrie ambientalmente adatte (nuova meccanica, elettronica, ecc.). Sono potenzialità che giovano all’Europa e sono richieste dal mercato internazionale. Ciò andrebbe posto in un territorio meno “intasato” rispetto al nord e con la presenza di personale formato e porterebbe la nazione ad un nuovo sviluppo. È per questi concreti motivi che la percentuale dovuta al Sud era stata fissata nel 70% dei progetti (circa 140 miliardi). Eppure, con un giro di carte, il governo ha manomesso la percentuale affermando che la presentazione di alcuni progetti per il sud bastava, anche se ciò impegnavano solo il 40%, addirittura il sud avrebbe avuto un balzo del 24% di Pil (sic).

Tuttavia non è questa la verità perché in questa percentuale sono stati inseriti anche fondi già decisi prima dall’UE per il sud e da restituire, in tal modo si scendeva al 32%, ma questo è il lordo perché il 41% di queste somme, per un perverso meccanismo, ritornano nelle casse dello stato. Alla fine i miliardi che riceveranno quei pochi specifici progetti sarà del 19-20% del PNRR.

Inoltre, sapendo che i 209 miliardi del recovery sono divisi fra un 40% a fondo perduto e un 60% da restituire, il sud dovrà partecipare alla restituzione di quel 60% anche se ha ricevuto solo il 20%. Giunti a ciò non è sorprendente il silenzio di sindaci, politici, intellettuali, ecc.? Possiamo affermarlo che ancora una volta si ripete il cliché iniziato 160 anni fa di un sud trattato da colonia? Non si sa che queste decisioni governative influiranno per almeno una decina d’anni sulla politica economica del sud? Così sentiamo dichiarazioni come: non siete soddisfatti per il progetto di rafforzamento ferroviaria dell’importante tratta Napoli-Bari? Ma questa è un’opera già finanziata da fondi europei, non dal Recovery. Mentre bisogna essere contenti per gli investimenti ai teatri comunali del centronord (al sud nulla). Non sono specificati quanti asili nido e dove, quante scuole a tempo pieno e dove, ecc. È un’assurdità esser l’ottava potenza industriale mondiale con il suo 33% (20 milioni d’italiani) di serie B. Esiste un altro Paese con lo stesso nome arroccato sui suoi privilegi che non vuole cedere, ma oggi, avverte l’UE, questo sta diventando uno svantaggio per il centronord. Il sud rispetto ad oggi, compra 80 miliardi l’anno di merci dal nord, avrà meno possibilità. Altre vie commerciali a prezzi concorrenziali batteranno le merci del centronord, molto cambierà a danno del nord.

Inoltre, sta avvenendo che centri d’eccellenza vanno sorgendo al sud con collegamenti fuori dall’Italia, ecc. C’è una potenzialità al Sud mortificata solo dall’insufficienza di infrastrutture che, se un’imprenditoria straniera saprà cogliere, porterà il sud ad allontanarsi dal centronord con tecnologie più concorrenziali. Le potenzialità, che oggi espatriano, domani potranno rimanere con grandi benefici.

Davanti a questa ennesima grande prepotenza, il 25 aprile solo 500 sindaci si sono riuniti a Napoli a protestare davanti a una Carfagna che si meravigliava per quella manifestazione affermando che mai tanti miliardi erano stati dati generosamente al sud, dichiarandosi quindi contenta dell’ultimo risultato, cioè dei 60 miliardi d’euro in meno. Ma mentre i sindaci hanno deciso d’allargare il fronte di mobilitazione richiamando altri colleghi e anche i presidenti di regione per avere maggiore forza, cosa fanno il sindaco Italia e quelli della provincia? Quando il nostro sindaco parlerà di sviluppo su qualsiasi aspetto, dal turismo alla cultura, dall’artigianato ad altro, dovrà pensare a quelle scelte del governo che hanno tagliato fondi su tutto. Un altro sindaco che dovrebbe unirsi ai 500 è quello di Augusta perché la sua città è stata esclusa dal progetto per un Hub.

Altro colpo di scena che dovrebbe far smuovere gli altri sindaci della zona industriale è quello di osservare che, a fronte dell’aumento di infrastrutture, già tante al nord, sono state escluse le bonifiche. Mentre l’UE chiede d’andare verso una transizione ecologica, qui spunta un deposito costiero di GNL che nel suo progetto non contempla neppure il rischio sismico ed altri eventuali rischi (un’esplosione di un simile deposito è avvenuta alcuni anni fa in un deposito della Sonatrach in Algeria con il risultato di 47 morti). Possiamo dichiarare l’esistenza totale d’ignavia delle istituzioni? Dovrebbero agitarsi anche i sindacati e le organizzazioni imprenditoriali perché si perde l’apertura a una nuova strada rispetto a quella monolitica del petrolio, oggi in lenta agonia con perdite mensili di milioni di euro. Ma oltre a questa apatia, che subisce decisioni calate dall’alto, c’è di peggio.

Il vicepresidente della Regione e l’assessore all’economia Armao hanno dichiarato in un’intervista su Repubblica: “Senza ponte sullo Stretto non daremo il nostro via libera al Recovery”. Anche la ministra Carfagna spiega che il ponte sullo Stretto è un’opera strategica e perfino il M5S, da sempre contrario, ultimamente attraverso il vice ministro Cancelleri ha dato ampi segnali di apertura.

Così le giunte calabresi e siciliane chiedono risorse per questa gigantesca opera non inclusa nel PNRR dall’Europa. Ma perché questo ritorno d’interesse? È presto detto. Il leghista presidente Spirlì e il vicino di partito Musumeci sono legati a interessi del nord. Dietro alle loro mosse vi sono le lobby del cemento che spingono, mentre oggi l’opera è sempre più inutile e antiecologica. Essa apporterà, per un periodo limitato, una certa occupazione. Si parla di un numero non credibile di 100.000 posti di lavoro, poi avverrà il peggio fra disoccupazione e inquinamento. È quello che abbiamo sperimentato qui con il nostro SIN. I lavori saranno distruttivi e invasivi con Messina spaccata in due e il percorso stradale e ferroviario che non s’accorcerà, anzi, perché per entrare e uscire dal ponte si dovranno percorrere chilometri di bretelle. Il ponte (è scritto in progetto) in presenza di forti venti, come avviene spesso sullo stretto, dovrà essere chiuso perché la struttura, che tecnicamente non può essere rigida, potrebbe muoversi eccessivamente, ma le criticità non si fermano qui.

Mentre, già oggi stanno prendendo il largo traghetti a gas, e domani a idrogeno, più veloci e grandi (significa imbarco di interi treni sui traghetti con minore tempo), immense navi commerciali solcano lo stretto con migliaia di tonnellate di merci che non si potrebbero trasportare sul ponte. Dell’inutilità ci si convince anche con la non prevista alta velocità in Sicilia, che presenta in progetto solo rafforzamenti sulle tratte principali, (ME-PA e ME-SR). Il resto dell’isola rimarrà con strade e ferrovie vecchie. Così investimenti per ospedali, scuole, case, bonifiche e altre infrastrutture non verrebbero fuori perché tutto sarebbe inghiottito da quel mostro sullo stretto da cui ricaveranno lauti guadagni solo le lobby del nord e internazionali e le mafie. Un vero sviluppo dell’isola non ci sarà e avverrà ciò che è già capitato altre volte: quello d’essere ancora una volta gabbati.

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