IL DIAVOLO VESTE PRADA – su il sipario alla Scala del Calcio!

Oggi pomeriggio Milano ospita, alla Scala del Calcio, lo stadio di San Siro, l’ennesimo derby cittadino. Ma quello odierno torna però ad essere un derby da scudetto, dopo dieci anni dall’ultimo che è valso la testa della classifica. L’Inter infatti la comanda con appena un punto di distacco dai cugini rossoneri, primato che oggi si può consolidare o essere nuovamente  ribaltato da una vittoria della banda guidata da quel guerriero vikingo dal sangue slavo, al secolo Zlatan Ibrahimovic.

Per bauscia (interisti) e casciavit (milanisti) è il regalo più bello perché Milano può spezzare la lunga dittatura juventina. In quel 2011 sulle panchine sedevano Allegri e Leonardo e in tribuna i super presidenti Berlusconi e Moratti. Il Cavaliere era pure premier, in attesa che il governo Monti lo disarcionasse. Corsi e ricorsi storici: oggi al potere c’è un altro supertecnico, Mario Draghi, ma ai vertici dei due club non ci sono più grandi imprenditori italiani, bensì un fondo americano e un gruppo cinese che investono nel calcio a puro scopo di business. Passione e sentimento battono nel petto del popolo tifoso, che è l’unico elemento di continuità fra ere così diverse. In realtà un altro reduce di quel 2011 c’è. È il vecchio Zlatan appunto, che non fu presente in quel lontano derby ma mise il suo sigillo sul trionfo rossonero targato Allegri. Dopo dieci anni e con quaranta primavere sulle spalle Ibra è ancora qui. Con la sua voglia intatta di ribaltare la storia ed il pronostico. Conte ha fatto crescere l’Inter fino a portarla in testa alla classifica e oggi la Beneamata gioca il derby da favorita. Ha il vento dell’entusiasmo nelle vele, non paga pedaggio alla stanchezza da Coppe e ha soprattutto un uomo che può stendere ogni avversario: Romelu Lukaku.

Però anche questo, come tutti i buon derby che si rispettino, esula da ogni pronostico, ed è aperto ad ogni possibile scenario. Lecito ed illecito. Perché è persino inutile girarci intorno, il derby di Milano oggi è soprattutto un duello tra questi due giganti: il colosso rossonero Zlatan Ibrahimovic e il pilastro nerazzuro Romelu Lukaku, congolese di origini ma belga di cittadinanza. Uno passa per cattivo che gioca a fare Dio, l’altro per un gigante buono ma incline a perdere la pazienza. Entrambi segnati da un’infanzia difficile, è sulla loro rivalità che si gioca la sfida di oggi, ricordando lo scontro nella sfida di coppa Italia di un mesetto fa, dove furono protagonisti di una notte da corrida. Non si può certo soprassedere da una serata dove vennero a galla – e sotto gli occhi e le orecchie di tutti, amplificati dall’assordante silenzio che purtroppo regna attualmente negli antri di queste cattedrali del calcio svuotate dal pubblico nell’era post covid che stiamo tristemente vivendo tutti – riti voodoo, minacce di spari in testa, offese varie ed assortite alle madri e alle mogli. E tutto in diretta mondovisione. Uno spettacolo di cui avremmo volentieri fatto a meno. In fondo la disfida di oggi è tutta quindi dentro questo duello rusticano tra i due centravanti. Uomini diversi ma anche un po’ simili. Due fiori nati dal cemento che portano sul cuore più di una spina. Sono figli di immigrati, sono eroi nazionali, ma restano soprattutto due bambini venuti via dal ghetto con un pallone legato al piede, senza però che il ghetto sia mai andato via da loro. Ibra, di padre bosniaco e di madre croata, è cresciuto a Rosengard, la dura periferia di Malmoe, un quartiere che rappresenta una contraddizione nascosta nel cuore della Svezia: 28 lingue diverse concentrate in tre chilometri quadrati e altissimi tassi di disoccupazione e criminalità. Lì, Zlatan viveva con un padre segnato dalla guerra nei Balcani, a volte premuroso e altre ubriaco. E lì passava la maggior parte del tempo giocando a calcio in un campetto in cemento o provando il brivido di piccoli furtarelli, soprattutto se riguardavano tute, palloni e scarpe griffate che per lui dovevano rappresentare una dolce utopia. Lukaku invece, figlio di un calciatore della nazionale dello Zaire, è venuto su da Molenbeek, un quartiere a ridosso del centro di Bruxelles, diventato celebre negli ultimi anni perché lì è stata incubata la minaccia del terrorismo islamico che ha scosso l’Europa. La sua famiglia non viveva certo gli stessi contrasti di quella di Zlatan, ma il piccolo Romelu ha comunque toccato con mano una povertà estrema. Il padre ex calciatore aveva speso ogni risparmio in investimenti sbagliati e, alla fine, perfino mangiare era diventato un problema. Racconta infatti nella sua biografia di essersi accorto un giorno, da bambino, che la madre Adolphine allungava il latte con l’acqua pur di farlo bastare per tutti i figli. Poi in casa sparì la TV e niente più calcio. In seguito andò via pure l’elettricità e l’acqua, tanto che quel bambino, dagli occhi grandi e dalla sensibilità non comune, un giorno promise alla madre in lacrime che tutto sarebbe cambiato, perché lui sarebbe diventato un grande calciatore professionista ed in casa sua il frigorifero sarebbe stato sempre pieno. Previsione più che azzeccata, direi. Ma da allora il legame simbiotico con donna Adolphine non è mai cambiato di una virgola e appena qualcuno ne parla in maniera sbagliata, Romelu finisce per perdere il controllo. Chiedere appunto a Ibra.

Le loro vite continuano a correre parallelamente a furia di gol, ma la rivalità ha ormai esondato e va ben oltre il campo, come ha dimostrato quella scintilla che ha acceso una vera e propria rissa da saloon in quella serata di Coppa Italia. L’hanno scorso, alla fine del derby di ritorno in campionato del febbraio scorso, vinto dall’Inter in rimonta con una doppietta del belga, a fine gara Lukako dichiarò che Milano aveva un nuovo re. Ibra deve essersela segnata al dito, poiché quest’anno, dopo il derby di andata vinto in ottobre dai rossoneri con una sua doppietta, si affrettò a rispondere con un laconico: “Milano non ha mai avuto un re, ha un Dio, e sono io!”

E oggi pomeriggio quindi il gong suona di nuovo e a San Siro si temono nuove scintille e anche se in palio c’è mezzo scudetto, pare che l’attenzione di tutti sia concentrata solamente sul duello tra questi due giganti di marmo. Inutile girarci intorno. Fossero un film, sarebbero Joker con tutte le luci ed ombre di un eccentrico, ambizioso e carismatico personaggio (Ibrahimovic) contro Hercules con il carattere di Shrek, l’uomo più forte del mondo che mette una carezza in ogni suo pugno. Per Ibra ogni singolo scontro di gioco è una battaglia per il territorio da conquistare o difendere, e quando non vince si arrabbia, anche in allenamento coi compagni. Lukaku invece è una montagna con la velocità di un Frecciarossa e i piedi buoni. A nessuno conviene mettersi tra lui e il suo obiettivo, e cioè il gol. E diciamo che questa diversità tra i due leader delle squadre meneghine, incarna lo spirito della città che li ospita. Milano ha da sempre una vocazione cosmopolita, aperta al mondo. D’altronde il Milan l’ha fondato un inglese, Herbert Kilpin, quanto ai cugini nerazzuri il cosmopolitismo ce l’hanno addirittura scritto nel nome completo del club: Internazionale. Va quindi da sé che il derby tra Milan e Inter travalichi da sempre le porte della città, il primo, tanto per dire, fu giocato a Chiasso. E anche quello di questo pomeriggio che profuma di scudetto, sarà un grande evento e a guardarlo saranno milioni di telespettatori in tutto il mondo. E anche se oggi il Milan e l’Inter hanno azionisti dell’altro mondo, il cinese Zhang e l’americano Singer, questa sfida è un segno della forza di un Paese che non si è mai piegato davanti alle difficoltà, ma si è sempre rialzato. E di una città che ha dimostrato nei secoli di lasciare la porta aperta a chiunque veniva a portarci del suo, soprattutto se riguardava l’arte, la cultura e lo spettacolo. E questi due eroi dei giorni nostri sono lì a dimostrare  che non ha mai troppa importanza da dove vieni, quando hai una città nel tuo destino. E nel loro destino c’è sempre stato scritto Milano. Una bella fortuna, perché altrove la vittoria può fare al massimo rumore, quando vinci con Inter o Milan risuona per sempre come una suite sinfonica. E allora, su il sipario alla Scala del Calcio!

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