In ricordo di Concetto Irmino, un caro amico

Concetto è un caro amico, un amico speciale. Lo scrivo al presente perché lo sento qui fra noi, seminascosto con il suo viso scanzonato e sorridente nell’ascoltare attentamente tutti. È vero era riservato, parlava poco, ma tutto ciò che ascoltava lo teneva in serbo. Però a chi sapeva di poter dedicare parole, che non venissero sprecate, buttate al vento allora s’apriva raccontando storie, aprendo discussioni, chiedendo chiarimenti, in quei momenti usciva l’altro Concetto che a volte ho visto lacrimare quando si discuteva di eventi importanti e si parlava di resistere alle mode denigratorie moderne.

Si è vero Concetto era anche romantico quando si parlava di contrastare il degrado personale e sociale ed essere sovversivi al potere. Così in quei momenti diventava, da taciturno, un fiume in piena perché Concetto sapeva tanto. Mi raccontava di storie poco conosciute, di personaggi sconosciuti vissuti a Siracusa. A volte erano figure d’eroi solitari che avevano lottato contro questa società borghese e da lui ricordati per essere stati coerenti fino alla morte, come lo fu quel macchinista che racconta Guccini nella locomotiva di cui lui m’accennava. Io ero uno con cui, stimandomi, amava poter parlare delle sue cose. Ero io quello che incontrandolo s’apriva e non finiva di dialogare su temi filosofici, politici, artistici, storici, economici e infine dopo ore d’intenso parlare andava via contento.

Più che comunista, come in tanti lo descrivono, era e si sentiva un anarchico, una sorta di bohémien. Per lui era normale avere uno stile di vita disordinato, ma soprattutto alternativo rispetto alle convenzioni sociali ai valori e agli interessi della società borghese. Gli interessava lo stretto necessario per vivere il resto era un sovrappiù. Me lo diceva sorridendo per esser giunto a tali altezze d’indipendenza: vivere di poco, vivere libero, ma rimanere attento alla realtà che cambiava. Difatti, lo distingueva la sua sete di sapere nell’ascolto, come nella lettura. Dal nostro primo incontro negli anni ‘70 insieme a tanti altri giovani ne sono passati anni fra discorsi, risate e tant’altre cose, ma Concetto era ed è rimasto quasi quello d’allora: l’anarchico bohémien che dovette lottare anche verso la sua famiglia che lo voleva far ritornare sulla retta via della gente normale addirittura pensando che avesse bisogno d’una terapia psicologica. Allora, venne da me a confessare ciò e chi lo stava pressando ed io gli diedi ragione e lo difesi, capivo che non potevano sottoporlo coattivamente a ciò. Lui era così anche se per gli altri non doveva esserlo: diventava uno scandalo per la società che lui non accettava. Della mia comprensione me ne fu grato per tutta la vita. Affermava che c’era bisogno d’amore contro gli egoismi, d’amore come forza dirompente. Essere generosi. Ciò era intrinsecamente dentro di lui.

Ora, Concetto, questo tuo andare via mi ha sorpreso. Eppure, io non ci credo, ti sei solo messo in un posto dietro il palcoscenico della vita, da un’altra più libera e migliore dimensione e guardi tutti con quel tuo speciale e unico volto e riderai dei nostri affanni quotidiani, di quegli egoismi che portano bruttezza, di quella mancanza d’amore che permea questa società borghese e consumistica che non hai mai accettato. Certo, adesso ci vedrai ancora più buffi avvinghiati alle nostre piccole certezze e cose quando a te bastava poco per vivere, respirare e amare il mondo attorno senza pregiudizi.

Ciao amico speciale

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