
Venerdì 9 ottobre la sala Cambellotti di Viale Regina Margherita 17 a Siracusa ospiterà “Fusionarium”, un progetto di Luigi Cirillo finanziato dall’Arts Council of Northern Ireland e dalla National Lottery.
L’organizzazione del concerto è stata resa possibile anche grazie al Rotary Club e a Post-Cinema, l’associazione presieduta da Ludovico Leone e di cui lo stesso Cirillo è vicepresidente.
Di che si tratta? “La Civetta di Minerva” ha incontrato per voi il compositore e performer.
Un vocalist “vesuviano” come ama autodefinirsi, di formazione jazzistica, la cui seconda lingua in famiglia è sempre stata la musica. Un polistrumentista che si è formato suonando la chitarra classica napoletana, sassofono e clarinetto nelle bande – strumenti che si ritrovano nelle performance dal vivo e nei suoi dischi –, un artista dagli studi musicali eclettici tra Salerno e Napoli, che ha avuto Mario Castiglia e Rosario Losito come maestri, un “innamorato dei suoni” che ha collaborato con Antonio Florio, maestro, musicologo e direttore d’orchestra nell’ottica della riscoperta del patrimonio musicale rinascimentale e barocco napoletano, che ha fatto parte dell’ensemble di musica del ‘500 “Principe San Severino” con cui si è esibito in Spagna e Polonia.
Questo e molto altro nel background vasto e vario di Luigi Cirillo.
Casuale eppure decisiva (serendipità?) l’occasione/ scelta di vivere in Irlanda, dove la musica tradizionale napoletana conserva un appeal internazionale e dove comporre, suonare, sperimentare.
Che cos’è Fusionarium? È la ricerca di un sound transnazionale e globale che trascenda i confini geografici, nel solco di Lucio Dalla e Faber che riuscirono a rendere la canzone folk una musica di tutta Italia: Fusionarium è global etnic fusion, in cui confluiscono ragioni e regioni, tradizione e innovazione, ma soprattutto incontro umano con i session musicians, gli amici, per una musica che è anche storytelling.
Le lingue – oltre che le tradizioni musicali diverse – si fondono: napoletano, inglese, italiano e perfino indiano convivono e interagiscono.
Innovare è partire dalle radici: Cirillo nutre la propria musica di studi e letture oltre che di incontri e il suo è un approccio tutt’altro che professorale all’etnomusicologia. Il fatto che si possa cantare un classico napoletano come se fosse orientaleggiante, turco addirittura, che si possa contaminare con il flamenco, che possa convivere con il pop – prova dell’egemonia culturale inglese e americana –, che si possa inserire una drum machine sotto una canzone a fronna, è la prova che continuiamo a fare quello che i musicisti di cinquecento o ancora più lontani da noi facevano inconsapevolmente: come non vedere il parallelismo tra i rave di oggi con i dj che si alternano alla consolle e il tarantismo? Percussioni, voce e danza.
Parlare con Luigi Cirillo è immergersi nella storia recente dell’Irlanda, con la sua comunità internazionale fervida e composita, in cui musicisti greci – pensiamo a Nikos Petsakos, virtuoso del bouzouki –, indiani, irlandesi, brasiliani, iraniani suonano creando un sound che riflette le loro tradizioni e radici ma anche le esperienze musicali successive; è parlare di poemi indiani e di Zezolla, della bella ‘mbriana e delle fimmine di casa, della whiteness come vessillo di politici come Farage o Johnson, delle tensioni pre e post Brexit, di Belfast e della sua rifioritura culturale, della sua qualità di vita, di Bill Clinton e di accordi miracolosi, di sentimento identitario e politica “tribale” come frutto e proiezione degli estremismi, della difficoltà degli unionisti, dei rischi della sottorappresentazione…
Fusionarium quindi è anche l’occasione per (ri) scoprire la musica come incontro di persone, tradizioni e culture, oltre gli steccati identitari, oltre le barriere linguistiche e socio-politiche.

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