La medicina di famiglia, protagonista durante il Covid: l’unica certezza per il 96% degli infetti

Ogni tanto qualche santone della medicina italiana scopre che avere una medicina territoriale debole sia stata la principale causa del fallimento sanitario pubblico in questa tremenda esperienza della pandemia.

Teoricamente i santoni avrebbero ragione. Il modello attuale della medicina del territorio italiano s’impernia sulla figura ormai obsoleta del medico di famiglia, che lavora da solo, perlopiù. Pochi hanno un dipendente che li aiuti, sono pagati pochissimo e hanno una condizione anacronistica nel loro rapporto di lavoro: la convenzione. Non sono dipendenti ma non sono liberi professionisti. Possono perdere il loro reddito in un minuto (vedi quelli dei luoghi terremotati) e sono soggetti ai capricci dei loro clienti, liberi di scegliere un medico diverso ogni mese se non si ritengono soddisfatti. La convenzione negli ultimi vent’anni è diventata un elastico, per cui i compiti assegnati ai medici del territorio si sono moltiplicati per i tagli che sono stati fatti alla sanità. Come avvenuto per il covid, tutti i compiti aggiuntivi non sono assolutamente retribuiti. Tanti odiosi bizantinismi burocratici sono diventati il compito quotidiano dei medici di famiglia, “front office” di un sistema che crolla senza investire un solo euro in innovazione e progettualità.

Arriva il covid 19 e ci sbatte in faccia la realtà. Il Servizio pubblico è decotto, smembrato da anni di tagli. Mentre tutti stanno a guardare l’esiguità dei posti in rianimazione, i pochissimi reparti di malattie infettive, gli anestesisti che non ci sono, ben pochi si rendono conto dell’enorme falla della sanità italiana: l’assenza dei dipartimenti di epidemiologia e prevenzione. I numeri di emergenza che non rispondono a nessuno, neanche ai medici. Il tracciamento dei cittadini contagiati, dapprima mistificato come regolarmente effettuato, di fatto non avviene che in forma episodica e deficitaria, al punto che, disinvoltamente, in Sicilia viene delegato “ope legis” alla medicina di famiglia. Con tutto il carico di scartoffie inutili che hanno paralizzato le ASP regionali, Musumeci ufficializza con un decreto la Caporetto sanitaria siciliana, sbolognando ai medici di famiglia la fregatura.

Eppure sono i numeri che smentiscono i santoni e i politici. La medicina di famiglia è rimasta protagonista durante il Covid, ha assistito quasi tutti i malati (al netto dell’assistenza psicologica e “burocratica” ai loro familiari asintomatici) e a quelli più gravi ha evitato il ricovero nell’ottanta per cento dei casi; il “fallimento della medicina territoriale” in buona parte è, dunque, figlio non dei medici convenzionati bensì di situazioni in cui a collassare sono state le Asl con i loro Dipartimenti di prevenzione. Lo spiega Paolo Misericordia, responsabile del Centro studi Fimmg, alla presentazione del 16° Rapporto Crea Sanità, enumerando alcuni dati ancora grezzi di una ricerca in corso del suo sindacato. Sostanzialmente la gestione dei medici di famiglia è stata l’unica certezza per il novantasei per cento degli infetti. Molte complicanze serie, come le polmoniti, sono state gestite a domicilio con i mezzi poverissimi e le carenze Usca a tutti note. Solo i casi in cui la vita era in pericolo sono finiti in ospedale. Persino i tamponi domiciliari e la diagnostica elementare sono diventati una pia illusione per tutti.

A Siracusa il dramma è stato mitigato dal fatto che molti privati si sono attrezzati a fare i tamponi ai cittadini. Senza di loro l’epidemia avrebbe assunto dimensioni catastrofiche perché non fare tamponi vuol dire diffondere velocemente il contagio. Il cittadino, però, ha dovuto pagare di tasca propria la carenza di sanità pubblica. Pur riconoscendo che il territorio è sguarnito, lo scaricabarile ha portato i suoi frutti. Senza mezzi e spese aggiuntive, i cittadini hanno trovato solo i medici di famiglia ad aiutarli. Ci sembra pura vigliaccheria sostenere il contrario.

 

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