Fabio Moschella ha avuto senza dubbio il merito, con un suo recente post su Facebook, di (ri)aprire il dibattito sulla possibilità di candidare la città di Siracusa a Capitale Europea della Cultura per il 2033 o a Capitale Italiana della cultura per il 2024. Fabio ha anche ricordato l’esperienza del 2013, che condusse l’Amministrazione Comunale, di cui entrambi facevamo parte, a candidare Siracusa e il Sud-est a Capitale Europea della Cultura per il 2019. Ho letto molti commenti interessanti a seguito dello spunto di Fabio Moschella. Tra questi, vi è anche la nota dell’attuale Assessore alla Cultura del Comune di Siracusa, Fabio Granata. Ebbene, sia questi interventi che l’esperienza del coordinamento della candidatura del 2013 mi inducono a intervenire con il semplice obiettivo di fornire un contributo alla riflessione pubblica che si è, sin qui, sviluppata.![]()
Nel 2013 Siracusa e il Sud-est si candidarono a Capitale Europea della Cultura per il 2019 con il tema “Frontiera d’Oriente”. Una frontiera che intendeva essere capitale, una periferia che intendeva assumere centralità. Perché, sostenevamo, è attraverso i margini, attraverso i contorni, che si delineano la figura e l’identità di un qualsiasi oggetto o soggetto. Puntando sull’essere frontiera miravamo a dare vita ad un serio dibattito sulle radici europee, sulle potenzialità delle articolazioni politiche dell’Europa, sulla necessità di essere e di sentirsi un unico popolo in una moltitudine, sul nostro essere “Frontiera d’Oriente” in Sicilia, proiettati verso l’Oriente del mondo, sull’essere “Frontiera d’Europa”, quale luogo di scambio, di contaminazione. Oriente in quanto metafora, non solo geografica, di una condizione abitativa e storica che, da sempre, ha determinato la cultura Europea; oriente come radice greca della nostra civiltà, come culla del pensiero, come elaborazione filosofica che traspone la cultura classica nell’epoca moderna e contemporanea. Oriente per guardare all’alba di ciò che l’Europa vorrà essere e rappresentare. Luogo privilegiato da cui può essere elaborata, vissuta, rappresentata una precisa idea dell’Europa quale realtà politica e culturale unita nella diversità.
Su questo tema, e su una prospettiva progettuale articolata e innovativa, si costruì una candidatura di area vasta, perfettamente coincidente con il cuore culturale della Sicilia Sud-orientale. Riuscimmo a coinvolgere 20 Comuni in quattro diverse province (Siracusa, Ragusa, Catania ed Enna), più di 50 associazioni, 70 personalità di alto profilo a sostegno, una ventina di enti istituzionali e culturali, nazionali ed esteri, di grande prestigio. Fu un esempio raro di autentica, disinteressata e ampia partecipazione e mobilitazione civica, politica e progettuale. Nei fatti è stato, per le modalità, la portata, i contenuti e i soggetti coinvolti, uno dei pochi esempi, nell’ultimo decennio, di democrazia partecipativa nel nostro territorio. Furono elaborati più di 120 progetti e, di questi, 21 selezionati come progetti bandiera. Nel dossier erano previsti investimenti complessivi, anche infrastrutturali e non solo culturali, per 2 miliardi e passa di euro, che sarebbero stati coperti da entrate provenienti dal settore pubblico e privato. Si crearono reti inedite tra istituzioni, enti e soggetti prestigiosi, tra i quali, a titolo di esempio, cito l’INDA, l’ISISC, l’IBM, “Fiumara d’Arte”, il Premio Europa per il Teatro.![]()
Sottolineo tutto questo soltanto per mostrare cosa sia possibile realizzare grazie all’autenticità di una partecipazione plurale, culturalmente traversale, lontana da qualsiasi logica autoreferenziale ed elitaria. La valutazione della Commissione internazionale fu ottima. Scontammo, a detta della stessa Commissione, l’assenza di una sostanziale politica culturale negli anni immediatamente precedenti il 2013, anche e soprattutto in termini infrastrutturali. Questo gap non poteva certamente essere colmato soltanto con la qualità progettuale. In ogni caso, dalla base di partenza del dossier presentato per la candidatura del 2013, dalle straordinarie figure professionali che, a titolo totalmente gratuito, si spesero per l’elaborazione del progetto, dalla mobilitazione civica che lo caratterizzò animando culturalmente e socialmente tutta la progettazione, si poteva e doveva trarre spunto per strutturare una politica culturale permanente nella nostra Città e nel nostro territorio. A me pare che questo non sia avvenuto. Ma è comunque a questo che bisogna puntare. È, infatti, necessario un impegno concreto delle istituzioni perché, altrimenti, da una parte non si riesce ad essere competitivi fino in fondo nelle competizioni di cui stiamo discutendo, e dall’altra si perdono occasioni preziose per migliorare sostanzialmente la qualità della vita delle nostre città. Matera, ad esempio, nel 2013 vinse anche perché il progetto fu finanziato per tempo e in maniera cospicua dalla Regione Basilicata. Anni prima della scadenza del bando ingaggiarono come Direttore della candidatura, con un regolare e opportunamente retribuito incarico, l’ex direttore del Salone del libro di Torino. In relazione alla nostra esperienza, ricordo invece la fatica persino per avere il semplice patrocinio della Regione Sicilia. Ci riuscimmo soltanto grazie all’impegno e alla determinazione della compianta Maria Rita Sgarlata. Tutto questo mi porta ad affermare che, per raccogliere seriamente lo spunto di Fabio Moschella, occorre creare le condizioni per un serio investimento culturale e politico, nel senso più ampio e più alto del termine.
Mi spiace, però, constatare come, a prima vista, queste condizioni non si ritrovino, ad esempio, nelle parole dell’amico Assessore Fabio Granata, a cui riconosco, da sempre, un grande impegno nell’ambito della promozione culturale della nostra Città, dell’area del Sud-est e della nostra Regione. Nella sua nota, infatti, non colgo la memoria delle esperienze passate. Soprattutto di quelle esperienze nelle quali si è superata qualsiasi distanza politica proprio nell’interesse generale della Città (ricordo, a tal proposito, che, in occasione della candidatura del 2013, l’Avv. Paolo Ezechia Reale garantì un apporto progettuale significativo grazie al suo impegno in seno all’ISISC). Non tenere conto di queste esperienze è discutibile, proprio sul piano culturale, perché la dice lunga sulla reale volontà di aprire una stagione di coinvolgimento autentico della comunità cittadina nella sua interezza. Inoltre, anziché proporre un confronto in grado di tradursi in mobilitazione e partecipazione civica, l’Assessore coglie l’occasione semplicemente per attaccare la Città, in maniera indistinta, in quanto, egli scrive, sospettosa e diffidente (se non peggio) nei confronti delle proposte avanzate dall’Amministrazione. Francamente, credo che questo non sia un atteggiamento costruttivo. Anche nel 2013 vi furono diffidenze, critiche e aspri confronti. Ma si trattò, a ben vedere, di elementi che arricchirono il dibattito pubblico, orientando anche le scelte progettuali. Fabio Granata sa, molto meglio di me, che chi amministra non deve avere pregiudizi né, tanto meno, pensare che la Città ne soffra. Dovrebbe, e Fabio stesso lo ha testimoniato molte volte in passato, stimolare e facilitare la mobilitazione, il confronto e la partecipazione. Perché la politica culturale di una città non è tale se non è discussa dalla città stessa, se non è condiviso il processo di elaborazione delle scelte culturali di fondo. In ogni caso, mi auguro, per il bene delle nostre comunità, che queste condizioni possano realizzarsi prima possibile.
Alessio Lo Giudice

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