Sono 110 le famiglie siracusane che per questo 2021 all’incertezza dovuta all’emergenza sanitaria della pandemia aggiungono anche quella creata dalla perdita del lavoro e dello stipendio dell’unica (nella maggior parte dei casi) fonte di reddito.
110 lavoratori di Siracusa, Melilli, Priolo, Augusta e Francofonte che, in una maniera che ricorda epoche in cui i diritti sindacali erano assenti, si sono visti sbattere in faccia i cancelli dello stabilimento in cui lavoravano ritrovandosi dall’oggi al domani sulla strada, senza stipendio, senza nessuna fonte di reddito, in attesa che la burocrazia, i “tempi tecnici” delle normative possano dare loro una risposta.
Sono i 110 dipendenti della BPIS di Augusta, azienda che si occupa di impianti elettrici ed elettrostrumentali, che per più di vent’anni (anche se con altri nomi) ha lavorato per tutto il petrolchimico siracusano e in particolare, negli ultimi anni, per Enel, Sonatrach, Lukoil, Sasol.
Tutto è precipitato a novembre, dopo la perdita di un grosso appalto di Sonatrach, aggiudicato dalla società concorrente Coemi. Accordi sindacali portarono 20 dei 130 operai della BPIS ad essere assorbiti all’interno di Coemi mentre nel frattempo, per i 110 rimasti, nulla faceva presagire qualcosa di buono.
“Sapevamo dei 5 milioni di euro di debiti che la società BPIS aveva contratto con l’Ufficio delle Entrate – dichiara uno dei dipendenti – ma la proprietà della società (Margherita Porrovecchio) ci aveva rassicurato che saremmo riusciti ad azzerarlo con un opportuno e audace piano di ammortamento”.
Ma, in verità, sono 10 i milioni di debito che la curatrice fallimentare Vittoria Fiume ha appurato: passività accumulate non solo nei confronti dell’Ufficio delle Entrate ma anche di tanti piccoli e grandi fornitori.
“Noi lavoratori eravamo comunque fiduciosi di farcela, di riuscire ad avere altri ordini, altre commesse non solo da società locali ma anche internazionali, di continuare a lavorare in questo settore in cui le aziende si trovano in maniera spietata e senza regole a concorrere tra di loro per aggiudicarsi ed accaparrarsi gli appalti delle società petrolchimiche”.
Ma le cose non sono andate bene per i dipendenti della BPIS di Augusta. Mercoledì 23 dicembre, inaspettatamente, senza nessun tipo di preavviso da parte della proprietà, si sono trovati i cancelli dello stabilimento di San Cusumano sbarrati e sigillati mentre all’interno, su ordine dei proprietari, qualcuno inscatolava e portava via documenti ed effetti personali presenti negli uffici della dirigenza.
“Avevamo lavorato fino al 22 dicembre senza problemi anche se, a quella data, in 50 ci trovavamo in cassa integrazione mentre gli altri 60 erano stati impiegati da BPIS per le attività relative alla fermata della società Lukoil”.
Così il sogno di un futuro certo e lo stipendio che serve per la spesa, per l’acquisto dei generi alimentari, lo stipendio che serve per far studiare i figli all’Università e per pagare il mutuo della casa, si è volatilizzato davanti a quei cancelli chiusi, insieme alla serenità di questi padri di famiglia che si sono ritrovati senza lavoro e senza una prospettiva, a trascorrere le festività natalizie pregne di un’amarezza e una solitudine resa ancora più triste dalle limitazioni antiCovid.
“Siamo al paradosso – evidenziano alcuni lavoratori -. Risultiamo ancora assunti, ma senza stipendio. Non licenziati, e quindi non possiamo richiedere nemmeno la cassa integrazione, la Naspi che, per essere attivata, richiederebbe appunto il licenziamento”.
L’azienda è fallita. La dott.ssa Fiume sta provvedendo, dopo il sequestro di tutto ciò che è possibile, alla messa all’asta. Si è aperto un tavolo in Prefettura: avvocati, tecnici, politici, imprenditori, organizzazioni sindacali si sono messi al lavoro ma ancora nessuna risposta. I tempi della burocrazia, della normativa sono elefantiaci rispetto a quelli auspicati dai 110 dipendenti senza stipendio da quattro mesi. Loro hanno da pagare le rette, i mutui, la spesa e non hanno più pazienza e risorse per attendere ancora.

Commenti recenti