Il lento progressivo impoverimento di un patrimonio storico-paesaggistico di eccezionale valore

Spiace dirlo, ma quando si guarda all’azione di chi oggi rappresenta la tutela e la valorizzazione del nostro patrimonio storico culturale il sentimento prevalente non può che essere una profonda delusione, e sconcerto. Sia che si valuti la capacità di salvaguardare i nostri beni archeologici quanto quella di trarne tutta la loro intrinseca potenzialità, di rappresentare un volano non solo per l’economia locale in ogni sua estensione (servizi di accoglienza turistica, di ristorazione, di commercio, ecc.) ma anche per la stessa immagine di Siracusa, non unicamente a livello nazionale, il giudizio è che le nostre principali istituzioni nel settore dei beni culturali esprimano una sostanziale impotenza e soprattutto non sappiano, non siano in grado di opporre un argine alla invadenza, e tracotanza, degli appetiti privati, in genere orientati solo al massimo profitto.

E questo vale anche per alcune scelte dell’Amministrazione Comunale.

Gli esempi possono essere davvero tanti, alcuni sono emblematici.

Il bar monstrum del Castello Maniace, al di là delle considerazioni estetiche e dell’utilità rispetto alla fruibilità del sito – obiettivo che passa ormai, ed è pacifico, anche dal garantire ai visitatori punti di ristoro, di book shopping e tutto il resto -, al di là delle appurate difformità rispetto al progetto presentato, ha un vizio di origine che spazza via (o almeno avrebbe dovuto) ogni discussione, una imprescindibile discriminante: la relazione storico-artistica concernente il bene (parte integrante del D.D.S. n. 6903 del 2 luglio 2008) vieta chiaramente la realizzazione di nuove costruzioni nell’area. Sarebbe bastato questo alla Soprintendente in carica, la dottoressa Rosalba Panvini, per chiudere la partita senza neanche iniziarla.

Le tre nuove ville bifamiliari al confine della riserva naturale Ciane Saline, contro cui si è levata la voce delle associazioni ambientaliste, sono state sì “autorizzate” ma ci risulta che non sarebbe stata ritenuta necessaria la Valutazione di Incidenza Ambientale (VIncA) sebbene l’area di edificazione sia contigua al Sito di Interesse Comunitario e Zona di Protezione Speciale. Alla prima autorizzazione della Soprintendenza, rilasciata nel febbraio 2013, non erano seguiti i lavori di costruzione nei cinque anni prescritti e quindi, probabilmente, se l’Amministrazione Comunale avesse provveduto ad aggiornare le previsioni di piano alla luce delle norme del Piano Paesaggistico approvato nell’ottobre 2017, l’area si sarebbe potuta preservare. È invece bastata, nel marzo 2018, una nuova autorizzazione paesaggistica “per variante” sul vecchio progetto per dare il via libera all’ennesima cementificazione del territorio, in spregio dei valori naturalistici e dello sbandierato ma sempre disatteso principio del consumo di suolo zero.

Senza voler qui approfondire quanto accaduto nel territorio di Augusta a Punta Castelluzzo, in area archeologica – l’azione delle ruspe, “autorizzate” a “bonificare” la zona dove, a quanto pare, si vorrebbe costruire un agriturismo, è stata fermata solo dal battage sui social, dopo denunce rimaste inascoltate in primis dagli enti preposti – e altri casi riportati nel tempo dalla cronaca, segnaliamo quanto accaduto negli anni nel Parco della Neapolis in merito all’edificio vicino alla Chiesetta di san Nicolò. Il fabbricato, sottoposto a vincolo diretto e indiretto che ne vietano modifiche esterne, appare ben diverso dal passato ma le “autorizzazioni” attesterebbero che è tutto in regola.  

L’elenco potrebbe essere ancora più lungo (tra gli altri casi il resort di Capo Passero a emblema di una giustizia amministrativa assai confusa) ma non si può non citare il buco nero del neo-nato Parco Archeologico di Siracusa. Un parto al momento mal riuscito, ci sembra. A partire dal sito, diremmo. Google informa che il proprietario della pagina non ne consente la lettura e quindi è impossibile per il motore di ricerca creare una descrizione utile. “Purtroppo Google non può fare nulla in merito”. Nessuno può far niente, verrebbe da rispondere. E il senso di impotenza ci sovrasta. Forse bisognerà rassegnarsi alla sola pagina face book di cui si fregia il Parco più importante della Sicilia insieme a quello di Agrigento. L’esempio dei siti web di altri Parchi, che invece rispondono alle regole di trasparenza della pubblica amministrazione, evidentemente non fa presa qui da noi.  

Un Parco allo stato limbotico, quindi; privo di un proprio sito istituzionale, senza bilanci e, di conseguenza, senza reali possibilità di programmare il proprio sviluppo, la propria valorizzazione. Le responsabilità dei ritardi sembrerebbero essere più a livello regionale che locale ma per esserne certi bisognerebbe sapere quali input siano partiti da Siracusa per velocizzare iter e procedure. Aspettiamo, per avere le idee più chiare, che il direttore, l’architetto Carlo Staffile, abbia dal Dipartimento “l’autorizzazione” a rilasciare un’intervista ufficiale. Il nostro incontro, ai primi di ottobre, al Museo Paolo Orsi  è stato interrotto bruscamente per un suo “impegno sopravvenuto”, ma siamo certi che diverso ascolto abbiano avuto altri giornalisti, così come, qualche giorno dopo, la troupe di Linea Verde per un servizio al Museo.

Sono rimaste così sospese le molte domande già fatte. Quando verrà costituito il comitato tecnico scientifico, motore del Parco, che porrà fine alla gestione commissariale affidata dalla Soprintendente Aprile? Quanto tempo dovrà ancora trascorrere perché si veda, finalmente, la completa autonomia amministrativa e gestionale del Parco? Quando se ne potranno sviluppare le infinite potenzialità? Perché non si è riusciti neanche ad aprire il bar del Museo Paolo Orsi in realtà già pronto? Qual è stato il vero ostacolo? Quali sono le priorità del futuro che certo non si possono ridurre al semplice doveroso essenziale ovvio “diserbo” dei monumenti? Tanti dubbi, tanti chiarimenti da dare. E se anche si rifiuta il rapporto con la libera informazione, i problemi certo non si dissolvono. Anzi!

In questo infinito cahiers de doleances, non può mancare un cenno all’azione della Pubblica Amministrazione. Il mancato aggiornamento dello strumento urbanistico fermo al 2007 che dovrebbe essere adeguato alle misure previste sia dal Piano paesaggistico del 2012 che dal regolamento (!) del Parco Archeologico, con i suoi “fazzoletti” (piccole aree) destinati a servizi e trasformati in discariche e le mille incongruenze; l’assenza da sempre del Piano del Porto, porto inquinato dai reflui depurati, prigioniero dell’incompiuta di Caltagirone, contornato da capannoni che dovrebbero avere ben altra localizzazione, sogno di chi da tempo cerca di realizzare una nuova colata di cemento (oltre a quelle già fatte), con una pregiata riserva che il mare aggredisce (le cause in un altro nostro approfondimento), da una parte violato nella bella stagione da un brutto solarium/night club dall’altro da una piscina crollata che aspetta da anni l’ordinanza sindacale che imponga ai proprietari la bonifica del luogo; la mancanza  di una seria programmazione tesa al recupero e alla riqualificazione (forse oggi possibile se fossimo pronti  con i progetti definitivi) del patrimonio immobiliare storico della città – e da qui la preoccupazione per l’ex Caserma Caldieri perché l’amministrazione, a nostro avviso, appare poco, o per nulla, orientata verso l’opzione pubblica dell’utilizzo degli edifici storici. Certo, impegno difficilissimo senza risorse ma a supporto del quale, forse, oggi potrebbero sovvenire le risorse della Next Generation EU.

E ci fermiamo. C’è un modo per cercare di cambiare questa rotta in assenza di segnali diversi da parte delle istituzioni che governano il territorio? Forse sì. Nell’attenzione dei cittadini, nel loro controllo esercitato sul territorio e sull’azione amministrativa, nella tenacia, mai indebolita dalla frustrazione, di pretendere ciò che in altre città accade.

 

 

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