In pericolo le Saline del Ciane: l’incuria e la cementificazione del mare le cause

Un elenco di criticità quello stilato da Giuseppe Ansaldi e Carmelo Iapichino del Comitato Parchi sulla Riserva Naturale (dis)Orientata Fiume Ciane e Saline di Siracusa, sempre più assediata ai suoi confini da nuovo edificato. Le priorità fissate dal decreto che l’ha istituita nel 1984 (tra le prime in Sicilia) – “salvaguardare e rivitalizzare il papiro lungo l’intero corso del fiume Ciane e conservare i valori ambientali della zona umida delle Saline di Siracusa” – sono state, tutto sommato, finora rispettate ma il quadro delineato da Ansaldi e Iapichino denuncia come sia a rischio la loro stessa sopravvivenza. Senza la manutenzione costante dell’argine che le separava dal mare – prima sostanzialmente assicurata dai salinari -, l’azione erosiva del moto ondoso ha distrutto la sottile linea di separazione cosicché “circa un quarto della superficie delle caselle salanti è stato invaso dal mare in maniera verosimilmente irreversibile … La parte rimante delle saline è stata ugualmente abbandonata a se stessa, con il canneto che ha ormai invaso la maggior parte dei pantani e delle caselle, provocando una conseguente perdita di biodiversità”.

         

Ma ad alterare il fragile equilibrio, a favorire l’arretramento della linea di costa di qualche centinaio di metri, non sembrerebbe da trascurare un altro fattore: le modifiche già avvenute all’interno del Porto Grande, in particolare per la realizzazione del porto turistico Marina di Archimede, oggi in vendita nell’ambito della procedura fallimentare dell’Acqua Marcia. 

L’ultimo studio sulle correnti presenti nel Porto è stato eseguito dai tecnici del Porto Spero: una cella di circolazione principale localizzata tra la foce del Fiume Anapo ed Ortigia, con verso di rotazione principale in senso orario ben delineato in presenza di marea, vento da scirocco e apporto idrico del fiume Anapo; mentre, in presenza del vento da grecale, la cella di circolazione assume verso antiorario. Il mare entra allora con maggiore impeto nella baia chiusa e quasi respinto dalle opere di colmata del Marina di Archimede impatta più violentemente contro la foce dell’Anapo. Non si tratta di un’ipotesi “suggestiva” perché altrimenti si dovrebbe spiegare come mai in questi ultimi anni l’erosione degli argini delle saline sia stata più significativa. Comprensibile, d’altra parte, che i tecnici della Spero escludano “qualunque relazione tra le aree protette e le opere in progetto”.

Insomma l’incuria dell’uomo e la cementificazione del mare mettono a serio rischio un bene che sarebbe assolutamente da preservare e per il quale già si sono affrontate ingenti spese. 

“Il PIT 9 (piano integrato territoriale) ‘Ecomuseo del Mediterraneo’ – il progetto di realizzazione della Via del Sale: fabbricati rurali ristrutturati e utilizzati per uffici, laboratori per la lavorazione del papiro, servizi, un centro direzionale con una sala attrezzata per attività formative ed informative, percorsi naturalistici con punti di osservazione dell’avifauna – ha goduto nel 2006 del finanziamento di un milione di euro, oltre alla quota di partecipazione della Provincia di 48mila euro. Gran parte delle risorse sono state impiegate per l’esproprio dei 46 ettari di territorio da proteggere e circa 300mila euro per la ristrutturazione dei casolari (circa 540 mq). Il tentativo non solo di offrire al territorio una diversa offerta culturale e didattica per i più piccoli, ma anche di creare un minimo di occupazione, di diversificare la proposta turistica recuperando alla città e al mondo luoghi rari, di suggestiva bellezza” (da un articolo de La Civetta). Abbiamo seguito, e raccontato, nel tempo, per anni, l’opera devastante del mare, il lento sgretolarsi degli edifici ottimamente restaurati ma non protetti da un’adeguata barriera di quei frangiflutti che semmai, più volentieri, si pongono a difesa di costruzioni private che sulla costa hanno costruito scale e mura di contenimento. O piscine a strapiombo sulle fragili falesie, poi crollate e mai eliminate per la colpevole inadempienza della Pubblica Amministrazione incapace di imporre il ripristino dei luoghi o per lo meno lo smaltimento delle macerie.   

La riserva dunque vive una stagione di precarietà che potrebbe rivelarsi esiziale; in pericolo lo stesso papiro. Secondo Ansaldi e Iapichino l’assenza di manutenzione dell’alveo del Ciane altera il necessario regime idraulico, e si corre il rischio che cedano le paratie dell’ex stazione di derivazione e sollevamento delle acque. “L’abbassamento repentino del livello idrico causerebbe sicuramente un danno incommensurabile alla colonia di papiro con effetti a lungo termine e difficilmente reversibili”. E ancora – si denuncia – mentre prima i sentieri erano sempre percorribili per il lavoro degli operai del Consorzio di Bonifica, ora sono impraticabili; in stato di abbandono l’ex stazione di pompaggio e tantissimi gli interventi che si sarebbero potuto (dovuto) fare. Responsabilità condivise tra l’ente gestore, la Provincia (oggi Libero Consorzio) e il Comune. Eppure siamo certi che, volendo, sarebbero molte le associazioni del territorio disposte a dare una mano a tutela dell’area.  

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