Dai vaccini alla New Generation EU. Prova di verità per la Sicilia

Questo 2020, turbato sin dai primi mesi da un ospite inatteso che tuttora inquieta le nostre esistenze, sembra chiudersi con la cura di un vaccino che, c’è da sperare, segnerà in senso liberatorio la seconda metà del 2021. Esperienza rarissima nella storia della medicina e delle pandemie virali e batteriche in questo secolo, se ricordiamo che sino a pochi decenni fa la scoperta di vaccini adeguati richiedeva tempi molto lunghi, anni interi. Non è un progresso tutto ciò? Ciò consente di leggere il rapporto tra natura e tecnica, ambito naturale ed artificialità, che scandisce da sempre l’azione dell’umano. Anche nella congiuntura del Covid, scienza e tecnica appaiono nitidamente le custodi dell’umano, le garanti della sua esistenza. Entrambe «non sono una potenza estranea a noi, che ci determina da fuori. Sono nostre figlie. Siamo noi. Sono la nostra ragione al lavoro: il prodotto decisivo della nostra storia»: così lo storico Aldo Schiavone, nel suo breve saggio dal titolo emblematico, Progresso (il Mulino), uscito in pieno clima Covid, conferma che a partire dal secolo della tecnica – il ‘900 –, proprio per la ontologica relazione tra natura e tecnica, l’uomo ha saputo accrescere la possibilità e la capacità di far pendere la bilancia a favore del progresso tecnico-scientifico neutralizzando quel negativo che alberga in natura e mette a rischio la  vita.

Altro che No-vax! «Togliete la strumentazione tecnica e avete tolto l’umano» (Carlo Sini). La straordinaria capacità dei diversi saperi e specialismi (di carattere biologico, virologico, epidemiologico, infettivologo, sanitario, ecc.), resi possibili dal progresso tecnico-scientifico, ha offerto all’umanità, in breve tempo, di contrastare il virus, penetrando nella sua origine biologica, individuare anche il dato della responsabilità umana – causa di quel maledetto spillover –, per giungere in brevissimo tempo al vaccino: sì da tentare di rendere immune la comunità globale. “Forse!”: un “forse” che implica che il compito per l’umano comporta sin d’ora una profonda conversione nei rapporti con la natura, con la produzione, con l’ambiente e i cambiamenti climatici. Ciò che è richiesto alla Politica mondiale: invocando la capacità di esprimere una potenza che ne riscatti la sua vocazione originaria.

Detto ciò, intendiamo ora toccare un tema totalmente diverso, ma che ha con quanto espresso sopra un legame analogico. La domanda è: «come si esce dalla devastante crisi economico-sociale determinata dall’azione del virus?». Questione che per l’Italia è decisiva. Senza dimenticare peraltro che nel vivo dei disastri economico-sociali del Paese determinati dal Covid – era il maggio scorso –, tutto lo sciocchezzaio del sovranismo da bottega e da social discettava, gridando: «usciamo dall’Europa!»; «pensiamoci noi, da soli, ai nostri problemi!» (qualcuno lo ricorderà), auspicando un’autarchia primitiva e di corto respiro, non cogliendo come da questa catastrofe globale potesse e dovesse venir fuori uno scatto di pensiero politico dell’Europa migliore per ripensare a se stessa, rispetto ai limiti profondi degli ultimi due decenni. La sfida e il rischio del Covid, forse, segnano l’inizio dell’urgenza di un mutamento complessivo del ruolo dell’Europa.

Da qui è nata l’operazione che ha preso il nome di “New Generation EU”! Un piano finanziario che assegnerà all’Italia la cifra di 209 miliardi, cui vanno aggiunti fondi della progettazione e bandi europei per altre decine di miliardi. Attorno ad essa, il Paese tutto, ma anche – anzi, essenzialmente! – la Sicilia è posta come non mai di fronte alla prova della verità, visto che il Governo nazionale destinerà ampia parte dei 209 miliardi per ridurre il gap economico tra il Nord e il Sud, per cui la Sicilia è di fronte alla sua ultima opportunità, se vuole progredire.

Si pone un problema decisivo per la classe dirigente della Regione. Qui la domanda delle domande: «Il Governo Regionale sarà in grado di mettere e punto un sistema di governance istituzionale perché anche dai territori – dal “basso”! – scaturiscano piani di sviluppo prioritari, progetti di riqualificazione urbana e di riqualificazione/riconversione produttiva; strategie dei grandi Comuni e dei territori provinciali per progetti di innovazione: informatizzazioni; infrastrutture; ambiti industriali, servizi di qualità, mobilità, una seria politica per i rifiuti, sanità, ecc.?». Questo inedito e straordinario livello di «Governance istituzionale» non potrà essere espresso dalle attuali Province, tutte commissariate e profondamente segnate da inefficienze e limiti burocratici.

Occorre dar vita in Sicilia a «sedi ufficiali e riconosciute di carattere istituzionale» di confronto permanenti, che vedano i Comuni capoluogo e/o città metropolitane come perno di coordinamento/direzione, coinvolgendo i corpi politici, sociali, professionali, universitari e produttivi delle diverse realtà provinciali, per mettere a punto un piano strategico di sistema, incardinando «rigorosi progetti esecutivi» di forte impronta innovativa, cui far seguire i finanziamenti specifici e realizzare le opere individuate. La Sicilia non può permettersi un fallimento. Dopo non ci saranno altre chances!  

 

 

 

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