In rapida evoluzione saperi e tecnologia. Serve la formazione continua

Andrà come deve andare è un’espressione dei fatalisti che non muovono mai un dito. Ma anche di chi pensa di avercela messa tutta. Perchè gli esiti non possono dipendere sempre solo da ciascuno di noi, malgrado il nostro impegno è necessario uno sforzo sinergico e condiviso. 

Dobbiamo uscire dalla logica della certezza autoreferenziale e da questo punto di vista bisogna riconoscere che il nostro sistema scolastico è stato disegnato per un mondo che non esiste più.

Il nostro Paese, come tanti altri, paga un prezzo alto per non essersi riprogettato.

Negli ultimi 25 anni con il mondo diventato vorticoso e mutevole, denso di cambiamenti, l’Italia è rimasta al palo, perché non abbiamo saputo adattare le istituzioni all’evolversi del contesto. Mai come in queste settimane ci vuole coraggio per affrontare un futuro incerto, denso di incognite; affidarsi alla fatalità o accontentarsi di quanto fatto non è sufficiente; è necessaria una rivoluzione interiore per rendere la vita meno carica di paure e più aperta a gestire le trasformazioni anche se non è per nulla facile.

Uno strumento utile per generare questa disponibilità è la formazione continua in quanto può assicurare una risposta sistemica al rapido crescere delle conoscenze/competenze ma nel nostro Paese non si è molto predisposti alle azioni sistemiche

Una certa iconografia di maniera descrive noi Italiani come un popolo di poeti, santi e navigatori, il che è stato anche vero, ma negli ultimi due secoli ci siamo scoperti anche un popolo di creativi, di innovatori e anche di scienziati di fama internazionale. Ciò in parte spiega perché un Paese povero di materie prime riesca, sia pure a fatica, a stare in cima ai Paesi più sviluppati e civili del mondo. Ciononostante, la creatività e le buone idee non riescono a dare la svolta necessaria a garantirci uno sviluppo adeguato e soprattutto più uniforme nelle sue varie articolazioni sociali, ciò perché, come appare sempre più evidente, non riusciamo a promuovere e sostenere le competenze sistemiche necessarie a garantire il salto di qualità necessario.

Oggi: tutto è interconnesso, per cui è la capacità di pensare e operare a livello di si­stema che può fare la differenza. Accettare il cambiamento, sviluppare e garantire la fiducia richiedono un approccio diverso da quello prevalente. La logica dello scaricabarile nell’identifi­care cosa non ha funzionato o il continuo negare le evidenze o, peggio, promuovere false notizie, non è accettabile né so­stenibile.

Un esempio lampante su come lo scetticismo verso la promozione di azioni sistemiche si può vedere da come è stata recepita da gran parte dei nostri concittadini l’invito all’implementazione dell’app im­muni. Per quanto marginale possa considerarsi l’iniziativa, il suo esito è la testimonianza evidente del nostro essere refrattari a fare sistema.

La app immuni continua a non essere scaricata e quindi perde efficacia nella lotta al covid 19 perché sbeffeggiata, caricata di sospetti, rappresentata come uno strumento di controllo da parte dei “poteri forti”. Presunzione, pregiudizio e ignoranza diffusa fanno da padrone in questa fase della nostra vita sociale.

Nonostante le evidenze tecnico-scientifiche e nonostante l’investimento per questa applicazione, svi­luppata in Italia, sia costata all’erario solo 850 mila euro contro i circa 67 milioni messi in campo dalla Germania per una iniziativa analoga utilizzando i player globali, essa è stata oggetto di incredibili attribuzioni. Spesso la nostra genialità è soffocata dall’ incapacità di approcciarci alle novità con animo sgombro da pregiudizi, sospetti e maldicenze.

Quanto è accaduto da marzo ad oggi sembra non aver insegnato nulla. Ai primi dati di flessione del contagio, ampiamente previsti da ricercatori ed esperti per il periodo estivo, si è dato spa­zio a discussioni e chiacchiere senza fine invece di investire il tem­po per costruire argini resistenti in vista della prevedibile seconda ondata.

Ancora una volta non si è riusciti a pensare e agire come sistema e si è preferito buttarla in “politica” o peggio in commedia. Tutti a blaterare su tutto, pochi disposti a mettere da parte la propria presunzione ed affidarsi agli esperti veri, quelli certificati tali, oltre la tv e i talk shows.

Alla base c’è sicuramente un tema di conoscenza e compe­tenza generalizzato, ma vi è anche il problema di saper ascoltare. La diffidenza verso le nuove tecnologie, rafforzata dall’uso che algoritmi e speculatori hanno saputo farne, si rafforza anche e soprattutto nella scarsa informazione che gran parte di noi hanno sui nuovi strumenti. I più, lasciata la scuola, si sono immersi nel quotidiano tirando a campare mentre nel mondo era in corso l’ennesima rivoluzione culturale/tecnologica. Di essa abbiamo recepito solo la parte meno significativa lasciando che ad orientarci e a disinformarci siano le fake news.

È del tutto evidente ormai che, di fronte alla rapida evoluzione del sapere e della tecnologia, l’assenza di una “formazio­ne continua” su tecnologie digitali e metodologie ap­plicative sia diventata la vera pandemia che ci impedisce di pro­gettare il cambiamento e di rispondere con efficacia e tempestività ai problemi dei cittadini e delle impre­se.

Una formazione continua in generale, ma anche una formazione continua mirata all’articolazione delle competenze. È indispensabile agire con una doppia rapidità, sia per essere efficaci sul campo, contribuendo alla creazione e captazione di valore, sia per l’aggiornamento tempestivo dei contenuti, tenendo conto delle evoluzioni tecnologi­che, sociali e di mercato. Se solo alcuni decenni fa un cittadino viveva una so­la discontinuità in termini di innovazione tecnologica durante la propria vita lavorativa (che nel frattempo si è allungata) oggi ne potrebbe vivere anche dieci o più.

Ma se una sola discontinuità dà tempo e modo per essere metabolizzata tra corsi di aggiornamento e formazio­ne, dieci o più impongono un nuovo modello e che questo modello sia sistemico. Non è più sostenibile pensare che scuola e università forniscano competenze sufficienti per tutto l’arco della vita lavo­rativa.

Serve un’azione che garantisca, a grande veloci­tà, la formazione continua rivolta a tutti, ne hanno bisogno gli specialisti, i manager, i governanti, i docenti e. i politici, in una parola i cittadini tutti. Ma il tema sembra non essere all’ordine del giorno.

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