Dopo le ultime notizie sull’ex caserma Caldieri, abbiamo ritenuto assolutamente necessario parlarne con chi fosse in grado di fornirci non solo alcune informazioni ma soprattutto un punto di vista qualificato sul nostro patrimonio artistico-culturale, sul futuro che stiamo costruendo per la nostra città: la dott.ssa Beatrice Basile, ex Soprintendente di Siracusa.
Si parla in questi giorni di una prossima destinazione dell’ex caserma Caldieri ad albergo, mentre sapevamo che avrebbe dovuto essere restaurata ad opera della Soprintendenza per uso pubblico. Che cos’è accaduto? Quando comincia la vicenda, ormai annosa, del recupero del complesso monumentale?
Nel 2000, con l’apposizione del vincolo architettonico, che ne scongiurò allora la destinazione a hotel di lusso. Erano anni in cui l’attenzione al patrimonio culturale della città era alta e qualificata; si stava preparando la dichiarazione Unesco delle città barocche del Val di Noto, che sarebbe stata seguita da quella di Siracusa e Pantalica. Dopo gli anni dell’aggressione edilizia selvaggia, sulla scorta del Piano Particolareggiato di Ortigia approvato nel 1990, la città aveva riscoperto l’eccezionalità del patrimonio architettonico pluristratificato del suo centro storico; erano iniziate riqualificazione e rinascita, si leggeva finalmente, nella fitta trama dell’edificato, il segno forte impresso al tessuto urbano dalla monumentalità dei grandi e numerosi complessi conventuali; si programmavano le complesse operazioni di restauro che avrebbero definitivamente restituito il Castello Maniace, le preesistenze sveve dell’Arcivescovado e del convento di S. Domenico, il Duomo e parte del patrimonio monumentale ecclesiastico. Il Piano Particolareggiato individuava nei complessi conventuali i naturali contenitori polifunzionali per usi pubblici, sociali e culturali. In quest’ottica, fu chiesta da parte della Soprintendenza l’assegnazione della caserma, provvisoriamente adibita a deposito di materiali archeologici, e fu redatto il progetto di restauro, per circa 10 ml di euro. Questo progetto fu condiviso e portato avanti da tutti i Soprintendenti che si susseguirono.
Quando arrivai alla Soprintendenza, alla fine del 2013, il progetto risultava ammesso a finanziamento. La destinazione d’uso prevista era quella di archivio multimediale, ma, a seguito di interlocuzioni informali con l’allora assessore alla cultura del Comune, avevamo deciso di aggiustare il tiro. Avevamo ampliato il concetto di archivio multimediale, riaccogliendo, nello spirito, la destinazione d’uso (istituto d’arte) prevista dal Piano Particolareggiato; nell’ex caserma sarebbero stati conservati, e resi accessibili, a Università e studiosi, l’archivio storico della Soprintendenza, quello del Comune, la biblioteca Paolo Orsi ed eventuali altre raccolte documentarie o librarie presenti sul territorio (ad esempio, la biblioteca di Storia Patria), così da facilitarne sia la fruizione sia la digitalizzazione. A questa sorta di polo archivistico unificato, si sarebbero affiancati laboratori di catalogazione, studio e restauro della ceramica antica e di altri materiali archeologici, consentiti dalla presenza di una consistente parte dei depositi provenienti da vecchi scavi della Soprintendenza.
In sostanza, il progetto prevedeva un uso condiviso del complesso, a servizio insieme della Soprintendenza, del Comune e dell’Università, a cui il complesso è peraltro vicinissimo.
La Soprintendenza ha cercato in qualche modo di attivare quel finanziamento?
Sì. Fermo restando il progetto complessivo, era stato presentato all’Assessorato un primo stralcio funzionale di poco più di 2 milioni di Euro, di cui era stato assentito il finanziamento, ma di cui, al momento in cui ho terminato il mio mandato, non era stato ancora inviato dall’Assessorato il decreto definitivo. Cosa sia accaduto in seguito, lo ignoro.
Ho avuto occasione di leggere, nella primavera di quest’anno, di un avvenuto definanziamento a seguito di una rimodulazione di fondi, ma non me ne sono preoccupata eccessivamente; già in altri casi è accaduto che l’Assessorato, avendo accumulato ritardi nelle procedure di finanziamento e riducendosi praticamente a ridosso delle scadenze di chiusura dei termini, abbia rimodulato i fondi, dando la precedenza a progetti di più rapida esecuzione e riallocando gli altri su successive linee di finanziamento. Incidenti di percorso che non sono stati infrequenti e, nella maggior parte dei casi, va detto, non per responsabilità degli uffici periferici ma di quelli centrali.
Un inciso: almeno negli anni di cui ho avuto diretta esperienza, le Soprintendenze, nonostante la sempre crescente scarsità di risorse umane, finanziarie e strumentali, e la complessità delle procedure, hanno comunque cercato di far fronte alla vasta progettualità che la disponibilità dei fondi europei richiedeva dai territori; ma le strutture centrali non sono state nella stessa misura all’altezza della situazione e, in genere, la responsabilità dei ritardi non ricade sulle Soprintendenze. Tornando alla caserma Caldieri, era naturale immaginare che il progetto sarebbe stato riproposto nella successiva tornata di finanziamenti. Né credo che la Soprintendenza abbia formalmente rinunciato all’assegnazione della Caldieri; a quale titolo e scopo condurrebbe oggi, come sta facendo, i lavori di messa in sicurezza?
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Eppure è un fatto che l’Agenzia del Demanio abbia messo il complesso monumentale “a valorizzazione”, come viene definita la concessione. Qualcosa non torna! È una partita chiusa? Bisogna rassegnarsi all’idea che l’ex caserma Caldieri – in realtà un insieme di due conventi e di una chiesa, vincolato come uno dei più insigni monumenti di quello straordinario patrimonio che sono i conventi settecenteschi di Ortigia – sia trasformato in un albergo?
Spero di no. I fondi possono essere recuperati nella prossima tornata di finanziamenti, sulla base di un progetto aggiornato. Credo (spero…!) che, allo stato attuale e per un breve lasso di tempo, tutto sia ancora possibile; ma occorre volerlo, con determinazione. Una manifestazione chiara della volontà della Soprintendenza non potrebbe essere ignorata dall’Agenzia del Demanio.
Ancora più efficace, e un segnale forte della volontà di ripartire con un nuovo spirito, sarebbe un accordo formale fra i tre enti, Soprintendenza, Comune e Università, sull’interesse condiviso al restauro e all’uso comune del monumento per finalità pubbliche: un protocollo d’intesa di massima, che darebbe forza e priorità anche alla richiesta di nuovo finanziamento. Dopo questi lunghi mesi che hanno flagellato impietosamente un’economia centrata sul solo turismo, dovremmo immaginare un nuovo futuro, ed essere capaci di unire le forze, poche o molte che siano, per progettare e costruire la città che insieme dobbiamo ripensare. Sappiamo che arriveranno molte risorse; se non cogliamo questo momento al volo, come fummo capaci di fare vent’anni fa, perderemo un’occasione forse irripetibile. Non è il tempo di limitarsi a vedere solo le difficoltà; e di ripiegarsi sulle soluzioni più facili, il che sostanzialmente significa abdicare al ruolo di governo della città; è il momento di avere coraggio, chiamando a raccolta le forze migliori. E ce ne sono molte.
Giusto in teoria, ma non sembra che l’Amministrazione Comunale vada in questa direzione. In un’intervista pubblicata da La Sicilia nel febbraio 2015 l’allora vicesindaco Francesco Italia sosteneva che l’unico modo di salvare il patrimonio architettonico pubblico bisognoso di restauro era quello di “venderlo ai privati”, e citava esattamente l’ex casema Caldieri, per la quale, affermava: “servirebbero tanti, troppi soldi. Il pubblico non può farcela”. Oggi sappiamo che ha sottoscritto un protocollo con l’Agenzia del Demanio in merito alla cessione del complesso a privati. Non ti sembra che ci sia una sorta di filo rosso fra queste due circostanze?
Sì, purtroppo. È il filo rosso che lega anche altri fatti dello stesso segno; il bar sulla piazza d’armi del Maniace, per esempio; o la mancata attuazione dell’art. 52 del Codice dei Beni Culturali, che demanda ad un accordo fra Comune e Soprintendenza, su iniziativa del Comune (“I Comuni, sentito il Soprintendente, individuano…ecc.”) la disciplina dell’uso degli spazi pubblici nelle aree di pregio. La conseguenza è, come tutti vediamo, un proliferare sregolato di ogni forma di occupazione di suolo pubblico, che non risparmia nemmeno i prospetti dei monumenti, e immiserisce e sfigura il centro storico. Questo filo rosso è fatto di due precisi orientamenti ideologici, che ovviamente non appartengono al solo sindaco.
Il primo è che gli enti pubblici non siano capaci di fare quello che fa il privato e che, quindi, se si vuole che un bene culturale sia recuperato occorre affidarlo, in un modo o nell’altro, ad un soggetto privato. E’ un assunto fuorviante: fino a quando gli uffici pubblici (la Soprintendenza, nel caso specifico, o gli uffici centrali dell’Assessorato, o lo stesso Comune) sono stati dotati di personale assunto e utilizzato avendo riguardo esclusivamente alla competenza, le cose hanno funzionato benissimo, c’è stata visione e progettualità; e le grandi stagioni dei restauri (per la Soprintendenza) e del Piano Urban (per il Comune) stanno lì a dimostrarlo. Quando gli uffici pubblici, per sciatteria politica o per sottesa precisa volontà, sempre politica, vengono impoveriti di qualità e risorse, è gioco facile gridare all’incapacità del pubblico. E così, facendo leva sui monumenti che si sgretolano, si osanna il privato, e si sorvola disinvoltamente sul fatto che molto di rado il suddetto privato realizza il proprio profitto consentendo anche l’uso sociale del bene, e comunque, sempre, realizza profitto a proprio esclusivo beneficio utilizzando un bene che è di proprietà pubblica.
Il secondo orientamento ideologico è quello che vede la valorizzazione del centro storico incentrata esclusivamente sul turismo, e turismo tout court, senza alcuna qualificazione. E quindi ben venga un ennesimo albergo, tanto più se sul modello parador!
Siamo molto lontani dallo spirito del Piano Particolareggiato, che centrava la rinascita del centro storico sulla sua potenzialità intrinseca di costruire un modello culturale di interazione fra il portato storico-artistico del passato e la capacità innovativa innescata da un potenziamento delle funzioni formative. L’università era vista come il fulcro intorno a cui, e con il cui concorso, la città avrebbe organizzato il suo progetto di futuro. I grandi contenitori pubblici, e soprattutto quelli maggiormente rappresentativi per le valenze storico-architettoniche, erano destinati ad uso pubblico e sociale, e in primo luogo alle esigenze degli istituti formativi. La visione del Piano guardava soprattutto ai giovani… e non solo ai turisti.
Uso sociale dei beni culturali, ritorno al pubblico… Ti accuseranno di essere su una posizione di “retroguardia”?
Ne sono perfettamente consapevole, ma questo non mi impedisce di ritenerla giusta. In realtà, la critica al modello della prevalenza del privato sul pubblico trova ormai sempre più voci. E sale da parte di molti la richiesta di un accesso più ampio e condiviso al godimento e alla gestione del patrimonio culturale, che a buon diritto viene individuato come “bene comune” al pari del paesaggio, dell’acqua e della qualità dell’aria.
Anche la città è un bene comune; e quando si ha la fortuna di vivere in una città con un patrimonio di storia e di monumenti come Siracusa, si ha diritto a fruire al massimo di tutte le potenzialità che può esprimere: università, cultura, arte, capacità di formare e di innovare.
E non soltanto di alberghi e pizzerie.

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