Appare evidente come qualsiasi proposta di sviluppo del Mezzogiorno debba necessariamente partire dalla riscoperta del ruolo centrale che può essere svolto, in questa ottica, dal territorio più a Sud dell’Italia: la Sicilia, vera e propria piattaforma logistica ed energetica nel Mediterraneo. Questa Regione rappresenta, infatti, uno snodo fondamentale per la trasmissione di idee, di tecnologie, di beni materiali ed immateriali da e per l’Europa, attraverso quel grande lago che è appunto il Mediterraneo. Poi, all’interno della Sicilia, sia per ragioni economiche che per ragioni logistiche (che si riferiscono soprattutto alla necessità di trasmettere saperi e beni), appare ancor più evidente che un compito anche più rilevante appartiene all’area dello zoccolo della Sicilia sud-orientale: un territorio omogeneo, con tre grandi centri universitari, con un’alta concentrazione di industrie e settori agricoli e turistico-culturali di assoluta rilevanza.
Da questa considerazione emergono alcune problematiche su cui intervenire con urgenza per cogliere tutte le opportunità che si offrono in direzione di una strategia tesa al recupero dell’economia e dei livelli dell’occupazione. Come vanno affrontate queste problematiche? Questo è il tema su cui lavorare per un programma di interventi nel nostro territorio, sia per recuperare risorse dal territorio stesso, sia per fare della Sicilia una terra generatrice di sviluppo e di reddito, contribuendo nello stesso tempo a trasmettere queste opportunità e occasioni di crescita al Paese.
STRUMENTI DI FINANZIAMENTO
Per passare alle proposte, oggi è possibile immaginare un vasto programma di interventi poiché esiste in prospettiva una grande disponibilità di risorse derivanti principalmente da tre strumenti di finanziamento.
- La legge di bilancio 2020. Questa prevede la “clausola del 34%” in base alla quale ogni finanziamento pubblico per crescita e investimenti deve destinare alle otto Regioni meridionali uno stanziamento complessivo ordinario in conto capitale almeno proporzionale alla popolazione di riferimento. Dobbiamo calcolare (fonte SVIMEZ) che ogni euro investito in infrastrutture al Sud attiva circa 0,4 euro di domanda di beni e servizi nel Centro-Nord. È del tutto evidente, quindi, che ogni disinvestimento al Sud indebolirebbe anche il Nord.
- Le risorse del Recovery Fund
- La spesa dei Fondi Strutturali
Solo usando tutte e tre queste leve, come ha dichiarato il ministro Provenzano, il Piano per il Sud , coordinato con il sistema di finanziamenti già disponibile, potrà mobilitare le risorse finanziarie, amministrative e umane necessarie allo scopo. È bene tuttavia precisare quale debba essere il livello degli interventi.
LIVELLO DEGLI INTERVENTI
La gestione del territorio deve essere estesa ad aree molto ampie e non può essere condizionata da limiti fisici e/o, ancor più, da competenze istituzionali territoriali. Si deve intervenire sulle bonifiche, sulle riconversioni per un uso diverso del territorio, sull’inquinamento in contesti quanto meno regionali o subregionali (AREE VASTE). C’è da dire che le bonifiche dei territori devastati da un certo tipo di industrializzazione selvaggia attendono da anni. Già il 30 novembre 1990 il Consiglio dei Ministri dichiarò i territori di Augusta, Melilli, Priolo, Siracusa, Floridia e Solarino “aree ad elevato rischio di crisi ambientale”; lo stesso avvenne per Gela. Tuttavia, ad oggi, poco o nulla è stato fatto. La politica si è fatta sentire poco e tardi, mentre a taluni è sembrato che non ci sia stato lo stimolo necessario da parte dei rappresentanti delle istituzionali locali e degli stessi imprenditori.
Anche in questi ultimi mesi la parte imprenditoriale, a fronte di un “Piano dell’Aria” elaborato da parte della Regione, pur evidenziando alcuni aspetti del Piano a mio giudizio meritevoli di revisione, è sembrata muoversi soprattutto per contestare alcune prescrizioni troppo vincolanti, fornendo però proposte non del tutto convincenti. In ogni caso, si pone il problema del recupero di ampie zone di territori profondamente devastati dalla industrializzazione precedente. Il costante ridimensionamento degli insediamenti industriali, peraltro, oggi sta liberando aree sempre più estese che vanno bonificate ed utilizzate per altre attività. Certamente, è evidente che c’è ancora un futuro nel settore dell’industria in Sicilia e nel territorio a nord di Siracusa; ma solo per quelle imprese che introdurranno nei processi produttivi forti elementi di innovazione e di ammodernamento, nel rispetto della qualità dell’aria e dell’ambiente.
In questo contesto va guardata con attenzione la possibilità, già sperimentata in altre aree europee, di musealizzare alcune preesistenze industriali e di trovare nuove modalità per far coesistere le industrie con le attività turistiche e/o con quelle del tempo libero (vedi il “modello Ruhr”). Per esempio val la pena di sperimentare un “percorso museale” dedicato alla industrializzazione dell’area di Priolo o di altre aree con caratteristiche simili.
LA RIGENERAZIONE POSSIBILE
Il tema della rigenerazione del territorio vale anche per la regolamentazione di gran parte dei territori urbani, tradizionalmente molto compromessi nel Sud. Nel procedere alle nuove regolamentazioni dovrà essere ripensato il modello di sviluppo dei territori delle città, territori che vanno visti non sono solo come dei contenitori di esigenze abitative, ma, soprattutto, come attori nel processo di valorizzazione di vecchie e nuove vocazioni e come contenitori di valori sociali, ambientali, culturali. Rivedere i PRG (ora PUG) e rigenerare i contesti urbani è il modo corretto per una nuova lettura della risorsa “territorio urbano”.
Va ricordato che, in questo contesto, un compito non indifferente riguarda le istituzioni locali e la stessa Regione. La Regione Sicilia, dopo aver affrontato la questione della regolamentazione del territorio (va ricordato che di recente l’ARS ha prodotto un legge, in atto parzialmente impugnata dallo Stato, che prevede tre livelli di regolamentazione con i PTR, PTC, PCM), ora deve produrre interventi non più differibili per risolvere la questione idrica (quasi il 50% di questa risorsa viene dispersa a causa di reti fatiscenti). Appare altrettanto urgente un intervento sulla gestione dei rifiuti; una gestione che evidenzia profili di inefficienza e di indebiti costi aggiuntivi per le famiglie, in un settore nel quale si generano spesso anche zone di economia malavitosa.
LA TRANSIZIONE ENERGETICA ED ECOLOGICA
La transizione energetica ed ecologica deve accompagnare il decollo dello sviluppo nella nostra area attraverso i principi della ecosostenibilità, dell’economia circolare, del recupero dell’ambiente. Qui non si tratta solo di passare dal petrolio e dal gas all’energia green; si tratta anche di produrre questa nuova energia. Ne esistono tutti i presupposti per l’enorme disponibilità nel nostro territorio di sole e di altre forme di produzione naturale di energia. La Sicilia è in grado, non solo di produrre tutta l’energia pulita di cui ha bisogno, ma anche di esportarne una parte, eliminando le inquinanti centrali termoelettriche. La decarbonizzazione di tutta una serie di processi produttivi deve camminare di pari passo con la alimentazione di questi attraverso l’energia verde. Va ridotto l’apporto delle centrali termiche affinché “lo sviluppo sostenibile delle linee di trasmissione consenta la più ampia immissione possibile di energia verde nel sistema elettrico nazionale”.
C’è da dire che nel settore dell’ecologia qualche passo in avanti si sta facendo: per ciò che riguarda la bioeconomia la Sicilia è a livello nazionale la Regione più “bio” con il 26% dei terreni destinati a coltivazioni biologiche (valore più alto in Italia) ed ha il numero più alto di aziende con coltivazione bio (circa 30.000).
GLI ASSIST DEL TERRITORIO
In questo contesto vanno opportunamente valutati alcuni “assist” come zes, porti, fiscalità di vantaggio, cultura e turismo. La collocazione della nostra area al centro del Mediterraneo (e quindi la possibilità di intercettare le ragioni dello scambio fra aree a Sud e ad Est dello stesso) potrà essere produttiva di effetti solo se si interverrà per dotare di infrastrutture fisiche e virtuali la nostra realtà territoriale, sia per potenziare i rapporti con l’esterno, sia per le comunicazioni all’interno della nostra stessa area.
Va incentivato l’uso del digitale che può consentire di collegarsi in maniera agile a territori che sarebbe difficile e costoso raggiungere con le sole infrastrutture tradizionali. La scarsità di servizi digitali, in molte zone del Sud, e in Sicilia in particolare, crea un profondo divario, non solo fra Nord e Sud, ma anche fra grandi città e piccoli borghi e fra città ed aree interne. Digitalizzazione ed innovazione possono avere quindi un ruolo fondamentale per estendere le potenzialità produttive della Sicilia, non solo per il sistema più direttamente interessato alla produzione di beni, ma anche per creare una maggiore accessibilità per un turismo sostenibile e diffuso, per intervenire sulla filiera dell’istruzione e per rafforzare il capitale umano e ridurre le diseguaglianze.
Allo stesso modo, la riduzione delle distanze attraverso le infrastrutture e il digitale, in un contesto privilegiato per la già citata collocazione centrale della Sicilia, può creare obiettivamente una convenienza in più per valorizzare l’immenso patrimonio storico, naturalistico e culturale presente nella nostra Isola (le aree archeologiche siciliane da sole rappresentano una parte assai rilevante del patrimonio archeologico nazionale, in un Paese che possiede la maggioranza relativa di tutti i beni culturali del mondo).
Sarebbe più che opportuno creare iniziative per rendere ancora più evidente questo vantaggio. Non sarebbe difficile realizzare attraverso i finanziamenti europei un Palazzo dei Congressi (a Siracusa?), di dimensioni tali da rappresentare la prima e più attrezzata area convegnistica da Napoli in giù: una tale iniziativa sicuramente contribuirebbe a indirizzare nella nostra realtà forti flussi per un turismo destagionalizzato e diffuso. Allo stesso modo, andrebbe raccolta la suggestione di promuovere qui (a Siracusa?) una Biennale del Mediterraneo; un’occasione straordinaria per creare una sede di confronto fra storie e culture del Mediterraneo, facendo da specchio alla Biennale di Venezia, che per molte ragioni storiche ha sempre rappresentato un confronto fra le molte espressioni artistiche e culturali all’interno dell’Europa più Settentrionale.
Sembra che la Regione Sicilia, attraverso il suo Governo, punti nell’utilizzo dei fondi del Recovery Fund (o Next Generation Eu) per il trasporto su ferro, per le autostrade e per l’attraversamento dello Stretto, nonché per incrementare la intermodalità. In effetti, la rete stradale siciliana oggi prevede pochi grandi assi autostradali e poggia prevalentemente su infrastrutture regionali e provinciali. Il sistema ferroviario siciliano ha solo il 16% della rete con il doppio binario (media Italia 46%);questo incide negativamente sulla intermodalità di merci (nave-ferro).Per fare ancora degli esempi: manca il completamento del doppio binario e per l’alta velocità (sono da completare gli ultimi 80 km) fra Messina e Palermo, fra Messina e Siracusa (manca il tratto Catania -Siracusa), il doppio binario e l’alta velocità fra Palermo e Trapani e fra Agrigento e Comiso; la strada Agrigento e Sciacca etc. Possiamo ancora recuperare le potenzialità offerte dal “Corridoio 5” previsto in sede UE per inserire la nostra Regione in quella che viene comunemente chiamata la ”Via della Seta”.
Oggi c’è una grande disponibilità di fondi in questa direzione attraverso le risorse del Recovery Fund. Non si tratta di progetti astratti: parliamo soprattutto di porti ed aeroporti, ma anche di grande e piccola viabilità, del digitale, di un Aeroporto Intercontinentale (c’è già un’area in parte infrastrutturata e utilizzata in tempi di guerra ad Agira, fra Catania ed Enna). Parliamo di collegamenti con il continente (l’attraversamento dello Stretto con le modalità che il Governo nazionale vorrà adottare), parliamo di tratte ferroviarie. Fra l’altro, proprio all’interno della nostra area vasta dello zoccolo della Sicilia Sud-Orientale, c’è il porto di Augusta, all’interno di un sistema portuale più grande, che già oggi è in grado di gestire, pur essendo sottoutilizzato, un volume di trasporti energetici pari al 23% dell’Italia e del 50% del Meridione.
ZES E FISCALITÀ DI VANTAGGIO
Va rafforzata la transizione economica, non solo attraverso l’uso di nuove energie e di nuove tecnologie, ma anche utilizzando nuovi strumenti come le ZES. Rafforzando le ZES, con la fiscalità di vantaggio e mettendo insieme territori non necessariamente legati agli entroterra portuali, si può accelerare la transizione ecologica ed energetica dei vari siti produttivi. Si deve rilanciare la logistica anche attraverso le varie semplificazioni amministrative, in modo che le Zone Economiche Speciali diventino luoghi di attrazione di grandi investimenti. Le ZES rappresentano oggi una grande opportunità poiché possono aiutare l’industria con elementi di forte innovazione industriale. Questo serve anche per esercitare forti azioni per un riequilibrio territoriale.
In realtà nel Sud c’è una situazione che vede spesso aree di eccellenza all’interno di contesti di profondo degrado. Naturalmente occorre anche un salto di qualità nel modo di governare le politiche di sviluppo: bisogna investire di più sulle infrastrutture, piuttosto che sui sussidi, per favorire iniziative che puntino su connettività ed innovazione. Già oggi, si pensi all’area catanese e non solo, si potrebbero potenziare con incentivi e convenienze esterne di sistema (infrastrutture, sicurezza, celerità nel sistema autorizzativo, formazione) alcune realtà in parte già operanti nei settori dell’aerospaziale, dell’energetico e dell’elettronica.
Se consideriamo che anche la fiscalità di vantaggio per il lavoro al Sud (che ha decorrenza dal 1 ottobre 2020) prevede forti tagli nei contributi a carico delle imprese e che questa fiscalità non è alternativa ad altri investimenti, c’è ragione di credere che potrebbe essere la volta buona per invertire lo storico trend negativo per il Sud. Infine, credo sia il momento giusto per parlare di un piano di infrastrutture sanitarie, un problema presente da tempo, ma che oggi assume una valenza straordinaria. Un tema oggi ben presente nel dibattito nazionale, sul quale c’è poco da osservare se non per dire che se non si interviene oggi è probabile non lo si faccia più.

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