Jeremy Rifkin, economista, autore di numerose pubblicazioni, afferma che “tutto ciò che ci sta accadendo deriva dai cambiamenti climatici. Negli ultimi anni abbiamo avuto altre pandemie generate spesso dall’attività umana perché abbiamo alterato il ciclo dell’acqua e l’ecosistema che mantiene l’equilibrio sul pianeta. Le catastrofi naturali (pandemie, incendi, uragani, inondazioni) si susseguiranno perché la temperatura sulla Terra continua a salire e perché abbiamo alterato il suolo. Ci sono due fattori che non possiamo non considerare: il primo è che i cambiamenti climatici causano movimenti della popolazione umana e di altre specie; il secondo è che la vita animale e quella umana si avvicinano ogni giorno di più come conseguenza dell’emergenza climatica, quindi i rispettivi virus viaggiano insieme»]. Se il clima impazzito è il fattore chiave, affrontarne origini e conseguenze dovrà essere la priorità assoluta in ogni transizione post-pandemica evitando eccessiva urbanizzazione, deforestazione, commercio di animali selvaggi e perdita di biodiversità”.
Le conseguenze sono le migrazioni dovute alla crisi climatica. I rifugiati ambientali, gli esiliati dal clima, i migranti forzati, i rifugiati ecologici e i «futuri rifugiati ambientali» aumentano, infatti è stato dimostrato che l’aumento delle richieste di asilo risponde sistematicamente alle fluttuazioni di temperatura.
In un interessante articolo di Daniele Conversi leggiamo che tra la pandemia del coronavirus e i cambiamenti climatici vi sono varie comuni correlazioni. Le cause e le concause che le hanno generate nascono dai legami e vicinanze sempre più stretti tra le persone e la natura nel suo complesso. Vi può essere la possibilità che affrontando la pandemia, l’umanità potrà meglio opporsi ai cambiamenti climatici? Può darsi, poiché forse abbiamo compreso quanto sono importanti la scienza, l’innovazione e la collaborazione internazionale e che si possono adottare anche per politiche ambientali efficaci. Ascoltare la voce degli scienziati che avvertono, già da molto tempo, la gravità della situazione, è essenziale, i segnali negativi che arrivano dagli ecosistemi sono allarmanti ed innegabili.
Fatih Birol, presidente dell’Agenzia internazionale dell’energia in un intervento pubblicato il 19 marzo ha sottolineato che anche se saranno gravi, gli effetti della pandemia saranno temporanei, mentre quelli del cambiamento climatico, se non si prenderanno contromisure adeguate, saranno in una certa misura irreversibili. Per questo ha invitato i governi a cogliere la “storica opportunità di indirizzare gli investimenti nel campo energetico verso un cammino più sostenibile e accelerare la transizione all’uso di fonti di energia rinnovabile”. Secondo Birol l’abbassamento del prezzo del petrolio di questi mesi è a sua volta un’opportunità per cancellare i sussidi per i combustibili fossili che vari paesi elargiscono.
Un sondaggio tra gli investitori della banca d’affari Morgan Stanley, avverte che la pandemia di COVID-19 potrebbe causare brevi ritardi nell’introduzione di politiche ambientaliste, ma nel prossimo decennio si continueranno a fare investimenti per ridurre le emissioni di gas serra. L’abbassamento del prezzo del petrolio, poi, lo rende un prodotto meno redditizio: anche per questo gli investimenti nel settore delle energie rinnovabili potrebbero aumentare. Secondo la società di consulenza McKinsey, il mondo «non può permettersi di non preoccuparsi del cambiamento climatico» nonostante la pandemia, e non c’è un momento migliore per investire nell’adozione di fonti di energia rinnovabili (i tassi d’interesse sui prestiti per il settore sono ancora molto bassi), che potrebbero portare alla creazione di nuovi posti di lavoro.
Glen Peters, direttore del Centre for International Climate and Environmental Research (CICERO), un centro di ricerca sul cambiamento climatico fondato dal governo norvegese nel 1990, il 16 marzo, in un intervento sul sito The Conversation, ha spiegato come la grande crisi economica del 2008-2009 portò a un calo dell’1,2 per cento delle emissioni di anidride carbonica (CO2) mondiali annuali, ma anche come negli anni successivi si registrarono sempre aumenti. Secondo Peters, «con un buon piano il 2020 potrebbe diventare l’anno dell’inizio del calo delle emissioni globali di anidride carbonica».
c’è chi non vuole farsi illusioni. Secondo gli esperti di clima ed energia Zeke Hausfather e Seaver Wang del Breakthrough Institute, un centro studi americano che si occupa di temi ambientali, la crisi della COVID-19 ci farà perdere più tempo nella lotta al cambiamento climatico di quanto ce ne farà guadagnare. Nel caso migliore, secondo le loro previsioni, nel 2020 ci sarà un calo delle emissioni di anidride carbonica compreso tra lo 0,5 e il 2,2 per cento, per cui dopo un iniziale calo delle emissioni ci sarà un grosso aumento: le misure introdotte dai governi per far ripartire l’economia saranno guidate da strategie a breve termine e da interessi nazionali, tutto il contrario di ciò che servirebbe per portare avanti politiche attente all’ambiente. Gli aiuti all’industria potrebbero rafforzare il settore dei combustibili fossili; inoltre per aiutare le aziende in questo periodo difficile potrebbero essere allentate alcune regole per la salvaguardia dell’ambiente. Le circostanze eccezionali in cui ci troviamo potrebbero anche portare alcuni governi ad autorizzare forme di sfruttamento delle risorse naturali straordinarie. Al tempo stesso i sussidi per i settori che lavorano con le energie rinnovabili potrebbero essere sospesi.
Anche l’abbassamento del prezzo del petrolio, visto dagli ottimisti come una cosa positiva, potrebbe diventare un’ulteriore fonte di problemi: i costi minori di benzina ed energia potrebbero anche spingere a un aumento dei consumi.
Il panico causato dalla crisi economica poi potrebbe cambiare l’orientamento dell’opinione pubblica a proposito dell’urgenza delle politiche ambientali. Dieter Helm, economista dell’Università di Oxford esperto del settore energetico e consigliere di vari governi britannici, si è chiesto se a causa del coronavirus l’obiettivo di ridurre a zero le emissioni nette di anidride carbonica entro il 2050 – uno degli impegni presi dalla Commissione Europea con il suo Green Deal – sarà accantonato. Infine, il fatto che la pandemia, tra le altre cose, sta rallentando le ricerche sul clima La collaborazione internazionale per intraprendere azioni contro il cambiamento climatico procede molto lentamente e questi ritardi potrebbero rallentarla ulteriormente.
Negli Stati Uniti l’Agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA) ha annunciato un allentamento dei controlli sul rispetto delle norme ambientali per le industrie, dicendo che per via della pandemia le aziende e gli stabilimenti potranno certificare da sé se la loro attività rispetta le leggi sull’inquinamento. Il governo ha anche detto che non saranno fatte multe per eventuali violazioni per un periodo di tempo non specificato contestualmente alla diffusione della COVID-19. Nel pacchetto di misure di sostegno all’economia votato dal Congresso inoltre, non sono menzionati requisiti di rispetto per l’ambiente, diversamente dalle misure introdotte dopo la crisi economica del 2008-2009.
Tuttavia Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo della Commissione europea e commissario per il “Green Deal”, ha detto più volte che le misure europee per favorire la ripresa economica dopo la fine della pandemia saranno legate alle iniziative per diminuire l’impatto ambientale dell’economia europea.

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