CONTRO IL TRAVISAMENTO DEL “SISTEMA SIRACUSA”

Ho fatto sempre soltanto l’avvocato, quindi non ho alcuna pretesa di scrivere un vero articolo, mancandomi la capacità di narrazione e di sintesi giornalistica. Tuttavia, in veste di comune cittadino a conoscenza dei fatti, mi sento in dovere di intervenire con alcune brevi notazioni. E ciò nella speranza di arginare il mal vezzo del travisamento storico, delle ricostruzioni “lacunose”.

Mi riferisco in particolare alle reazioni giornalistiche, e non solo, seguite alla notizia dell’ennesimo patteggiamento lucrato dai signori Piero Amara e Giuseppe Calafiore, artefici del mefitico “Sistema Siracusa”. Non mi soffermo sulla vergogna della comoda soluzione di tanti gravi misfatti attraverso il rimedio dell’art. 444 c.p.p.: si può obiettare che è un diritto dell’imputato, ed è vero, ma è altrettanto vero che dovere dell’imputato è restituire il maltolto e risarcire i danni, cosa che i suddetti signori si sono guardati bene dal fare. E non meno vergognoso sarebbe che, anziché essere radiati, ritornassero prima o poi nelle aule di giustizia indossando disinvoltamente la toga che hanno infangato. Del resto questi personaggi sanno bene di poter contare su una sorta di diritto all’oblio visto che gran parte degli italiani, così impegnati ad esibirsi sui social, tendono a dimenticare rapidamente.

Intendo invece precisare, ricordando brevemente la genesi e gli sviluppi di quello che è stato un autentico tsunami che ha squassato il tribunale aretuseo, che è del tutto falso affermare che il problema sia emerso grazie all’esposto degli otto sostituti della Procura di Siracusa.

La verità dei fatti è ben altra. Nell’anno 2011 (perché solo a questa data è corretto collocare il punto di partenza di una vicenda che ha poi assunto risvolti impensabili) tutto nasce dalla lodevole iniziativa di uno sparuto gruppo di avvocati siracusani e da un articolo del giornale catanese Magma cui ha fatto seguito, unica e sola espressione degli organi di informazione locali, la coraggiosa inchiesta giornalistica del periodico “La Civetta di Minerva”. Va ricordato che, all’epoca, la quasi totalità dei giornalisti siracusani ha colpevolmente ignorato il problema; successivamente, si è schierata in difesa del “potere costituito”; quindi, una volta emersa giudizialmente la verità, non ha potuto fare a meno di capovolgere disinvoltamente posizione.

Attribuire nella vicenda meriti all’avvocatura e alla magistratura siracusane è un autentico falso storico. Per quanto attiene alla prima, si ricorda che, sui circa millecinquecento avvocati iscritti all’albo, in non più di un cinquantina, ad essere generosi, si sono davvero attivati, mentre ancor meno “ci hanno messo la faccia” assumendone in prima persona la responsabilità e subendone non poche ripercussioni; tutti gli altri o non hanno reagito per assoluto disinteresse o, nella migliore delle ipotesi, si sono trincerati dietro un colpevole silenzio.

Ancor più gravi le responsabilità della seconda, la magistratura, che per anni ha finto di non vedere ciò che accadeva sotto gli occhi di tutti nella stanza accanto ad opera di alcuni colleghi della Procura. E dico ancor più gravi perché la qualità di pubblico ufficiale impone l’obbligo giuridico di denunciare i fatti che, con tutta evidenza, potevano costituire ipotesi di reati quali la corruzione (un’indegna compravendita di sentenze), l’abuso d’ufficio, l’associazione a delinquere. Per non parlare degli obblighi morali. Solo a distanza di anni, nel 2016 – e non è dato conoscerne i veri motivi, certamente non solo le esigenze di Giustizia addotte, perché, se così fosse, avrebbero dovuto attivarsi ben prima – gli otto sostituti della Procura hanno finalmente deciso di proporre un esposto.

Per quanto attiene agli organi di informazione locali, ripetesi, ad occuparsi fattivamente della vicenda a Siracusa sono stati unicamente i giornalisti della Civetta, i quali, proprio per tale loro inchiesta, sono stati insigniti dall’Ordine dei Giornalisti di Sicilia del Premio Nazionale di Giornalismo Mario Francese.

Ho seguito personalmente il travaglio vissuto dal Direttore e dal Vice Direttore della Civetta allorché sono stati indagati per estorsione aggravata, a seguito di una sgangherata e calunniosa denuncia, redatta dal signor Giuseppe Calafiore per “punire” i giornalisti rei di lesa maestà, da iscrivere nel quadro del sistema il cui deus ex machina era, regista occulto, il signor Piero Amara.

Soltanto dopo ben tre anni di indagini con accertamenti bancari, escussioni testimoniali e intercettazioni telefoniche, su richiesta della stessa Procura della Repubblica il procedimento è stato infine archiviato per palese infondatezza dei fatti. E anche altre sono state le denunce – in particolare quella per un presunto complotto ordito con politici e altri, un’associazione a delinquere quindi, nella quale è incappato anche Carmelo Maiorca per una vignetta satirica – che non sono, queste, rimaste solo vaghe minacce ma si sono concretate in processi penali, udienze, costi legali. Inutile precisare che ogni accusa si è infine rivelata platealmente infondata.

Non mi risulta che all’epoca alcun altro giornalista siracusano si sia personalmente esposto né abbia subito vendette similari, anche se non ci si può che rallegrare per la diversa consapevolezza subentrata negli anni perché gli organi di informazione dovrebbero essere sempre tutti vigili e attenti a quanto si muove dietro le apparenze.

Questa, in estrema sintesi, la verità dei fatti. Travisarla non è possibile.

PAOLO MAGNANO

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