E alla fine la nebbia scese, inesorabile, impalpabile, inconsistente e avvolse tutto, tornando al grigiore di sempre, al suo pacioso “tiramo a campà”…
Le armate brancaleone si sono affrontate ed hanno segnato tutto. Una ha vinto, trionfante nella sua inconsistenza politica, nel trionfo dell’incultura (intesa come incapacità di declinare nei propri comportamenti i valori in cui si pensa di credere) che segna da sempre questa sfortunata città in cui la “società dei magnaccioni”, ben descritta da una famosa stornellata romana cantata da Gabriella Ferri, ha riaffermato il suo ruolo dominante nella prassi e nella coscienza addormentata di un popolo sofferente e lamentoso. Ha vinto l’armata brancaleone della pacca sulle spalle ben rappresentata dalle tre liste “civiche” dove c’è di tutto: pezzi di destra arraffona, pezzi di centro melmoso, di centro sinistra vagamente saragattiano e pezzi di sinistra che trovano “conveniente” vincere a prescindere da ciò che, storicamente, dovrebbe rappresentare la sinistra. Tutti affratellati in un “volemose bene” senza collante diverso da quello di sopravvivere ad ogni costo dentro il miserrimo potere cittadino. Questa armata ha sconfitto l’altra quella delle urla, della contestazione ad ogni costo, della inconcludenza amministrativa che della divisione e dell’isolamento ha fatto in questi cinque lunghi, troppo lunghi, anni la sua bandiera distintiva. E così si torna alle origini, come non fosse successo nulla. Corsi e ricorsi storici, il pantano ci sommerge come l’acqua delle saline incapace di defluire in mare, incapace di un ricambio che permetta loro di avere una nuova vita.
All’interno dei risultati elettorali emerge con forza la sconfitta di Massimo Carrubba, tradito dall’elettorato delle sue liste dove oltre 1500 votanti hanno praticato il voto disgiunto a favore di Di Mare e, paradossalmente, della Di Pietro che, al di la del disastro grillino, emerge come, piaccia o no, leader di una moltitudine di senza patria raggruppati e coesi nella contestazione globale e nella difesa ad oltranza, oltre ogni ragionevole dubbio, di una esperienza, sul piano amministrativo e politico, ampiamente fallimentare.
Di Mare, caparbiamente, con pazienza e determinazione, ha costruito il suo successo in un defatigante lavoro di costruzione, di aggregazioni, raccogliendo e dando spazio alla politica dell’ascolto, in un vuoto assordante dell’iniziativa politica dei partiti tradizionali. Se questa tenacia sia positiva per la città lo dirà il futuro; oggi, giustamente, si gode un risultato personale che va oltre il voto delle quattro liste presentate, e anche qui si trova di tutto: pezzi di destra, pezzi di centro, pezzettini di sinistra. Che sia stata un’ottima strategia elettorale non v’è dubbio, che ciò produca una nuova politica basata sui contenuti, sul fare e sul voler includere lo vedremo. Per adesso va dato atto di aver rappresentato, per molti, un riferimento di speranza per una nuova stagione politica.
Carrubba esce sconfitto, piagato dalle vicende personali che lo hanno segnato e dal detto popolare che la calunnia è un venticello che colpisce sempre o meglio, per restare in sicilia, “u panaro se nun si inchi si vagna” e così, complice anche un lavorio costantemente insinuante degli avversari, non è bastata una sentenza chiara a fugare dubbi e riserve, almeno sul piano politico. L’irrilevanza della Lega non merita commenti.
Adesso si apre un’altra campagna elettorale dagli esiti incerti per sapere chi dovrà gestire la lenta agonia della città prima che diventi irreversibile e il cui futuro non è mai apparso così incerto e problematico.

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