Da “La Comitiva” di Erlend Øye al singolo “Cicciona”. Marco Castello presenta il suo primo album

Oggi ci troviamo in compagnia di un giovane emergente siracusano doc, che sta provando a scalare l’ardua montagna della carriera musicale mettendoci tutto il suo entusiasmo, la sua siracusanità e la sua freschezza. Marco Castello, 27 anni, recentemente è stato ospite a Frame, su Rai Radio Live, un programma molto seguito dagli appassionati di musica, soprattutto delle nuove tendenze. Intervistato da Monica Bartocci e Gianluca Polverari, ha presentato il suo primo album, facendo ascoltare tre apprezzati singoli, editi da Bubble Music/42 Records. Il suo è un pop brillante, arricchito da groove molto gradevoli all’ascolto e persino ballabili, visto la loro ruffiana orecchiabilità. A nostro avviso rappresenta una fresca novità nel panorama musicale, e non solo a livello locale. Nelle sue canzoni abbiamo trovato sempre una forte ma sottile identità siracusana, sdoganando termini come torpo, puppo e altri ancora che difficilmente un non siracusano conosce, ma inserendoli in un contesto leggero, sagace, sottilmente tagliente. In una parola: Intelligente!

Ma facciamoci spiegare da lui stesso la sua musica e le sue aspirazioni.

Buongiorno Marco, dicci di te.

Sono nato e cresciuto a Siracusa, e visto che suono da sempre e che per questo vizio non ho mai concluso niente, sto provando a diventare un musicista a 27 anni, età in cui è tradizione che i rockettari muoiano malissimo dopo una folgorante carriera. Io per lo meno l’ho scampata, a meno che le cose non cambino radicalmente nei prossimi undici mesi. Ho frequentato il Liceo Scientifico O. M. Corbino, che mi è costato un anno di detenzione in più, oltre che vari incubi tuttora ricorrenti. Però a parte l’aver perso un anno per una materia (“spatte” a settembre) non ho rimpianti. Non sono cattivi, la verità è che ero sempre buttato a spaccare la batteria dell’Arsonica di Ciccio Bellìa invece che sui libri. A eccezion fatta per la mia professoressa di lettere, la De Michele, lei era davvero cattivissima.

Interessato alla facoltà di architettura al Politecnico, sono poi andato a Milano. Ma il giorno dei test alla sede Leonardo, scopro che la tassa di iscrizione non era stata pagata da mio padre, o almeno questa è la mia versione, e che quindi non avrei potuto partecipare all’ammissione. È così che ripiego quasi a caso sui Civici Corsi di Jazz della “Claudio Abbado” a Milano, e per quattro anni soffio su un tubo di ferro intenzionato a diventare un jazzista, mestiere in cui è tradizione si muoia malissimo e poveri dopo una carriera di oblio. Non so se i lettori della Civetta sappiano come funzioni una tromba, in pratica per produrre dei suoni bisogna fare con le labbra delle pernacchie dentro un bocchino d’argento, una cosa abominevole, c’è persino una chiavetta che si apre per far sgocciolare per terra tutta la saliva che ci sputi dentro. Ecco questo è l’ambito in cui mi sono laureato e che ho prontamente abbandonato in preda a dubbi piuttosto profondi. Quindi tornato a casa ho lavorato qualche mese al pub Hmora e ho cominciato a scrivere canzoni per passatempo, ispirato anche dalla “torpagine” di una buona porzione di siracusani di cui mi ero dimenticato mentre stavo al nord, ma che ora mi appariva magnifica. Nello stesso periodo ho conosciuto Erlend Øye e con lui negli ultimi due anni siamo partiti in tour per il mondo, insieme a Stefano Ortisi e Luigi Orofino, La Comitiva cioè, con cui abbiamo anche registrato varie cose che stanno uscendo poco a poco.

Qual è stata (se c’è stata) la tua prima e più importante fonte d’ispirazione

La mia prima fonte di ispirazione, più che un’ispirazione, è stata una formazione, e a volte scrive in questo giornale. Si chiama Romualdo.

 

Cosa ritieni manchi o ostacoli in qualche modo la creatività musicale nella nostra realtà locale

A mio avviso non c’è niente che ostacoli la creatività locale, e il problema è proprio questo, visto che a parte due – e dico due – casi di musica originale (che io sappia), la scena musicale nostrana è totalmente composta da pianobar e coverband. Chi fa musica originale fatica a farsi notare perché abbiamo relegato la musica al sottofondo della pizza o dell’aperitivo e nessuno ha davvero voglia di ascoltare il pezzo che ha scritto un ventenne nella sua stanzetta. Ma nemmeno di ascoltare chiunque altro, dato che non siamo più abituati ai concerti veri che non siano in pizzeria o al pub. C’è piuttosto questa mitizzazione e venerazione dei dinosauri di cui si fanno le cover che conseguentemente fa passare inosservata qualsiasi cosa richieda invece più attenzione di una cosa già sentita. Il comodo salvagente è l’assolo, seppur preciso, perfetto e impeccabile. Uguale uguale a quello di *nome a caso di un dio del rock*. E quando poi c’è l’unico festival degno di nota, tre giorni all’anno, è ovvio che Ortigia Sostenibile – traumatizzata dalle coverband – stia sul piede di guerra.

Se e quanto di innovativo, ritieni tu possa portare, al panorama musicale italiano

Le parolacce, perché a parte Vaffanculo e Bella stronza, penso che non se ne siano dette abbastanza. E questo è il motivo per cui la trap ha più successo. Non preoccupatevi: Adesso ci penso io!

Chi e in che modo, secondo te, è stato determinante per la scena musicale italiana negli ultimi 20 anni, quelli cioè che vanno dai duemila

Ritengo che tutto quello che c’è stato dagli anni duemila in Italia, non è stato determinante. L’Italia – come tutto il mondo – è determinata dal gusto degli Stati Uniti, solo che lì a differenza nostra i musicisti veri restano più popolari di quelli che fanno i talent. L’unica musica veramente italiana e originale fuori da qualsiasi influenza, è il neomelodico.

Triste considerazione. Spiega allora, a chi non ti conosce, cos’è la tua musica

Non lo so manco io cos’è la mia musica, spero vivamente diventi una bella cosa, e per far ciò sto provando a fare qualcosa che sia leggero, semplice, divertente e senza nessuna intenzione particolare. Vorrei solo raccontare storie o descrivere qualcosa che mi sembra interessante, in una maniera che non faccia proprio schifo entro le mie possibilità, con lo stesso linguaggio che uso quando parlo e che credo parlino un po’ tutti. Una cosa certa è che preferisco non piacere piuttosto che compiacere. E poi è tutto suonato perché purtroppo non so fare nulla di elettronico. In generale sono quello scarso della formazione con cui ho registrato, perché Lorenzo Pisoni e Leonardo Varsalona  sono dei mostri. Ci piacciono le cose che fanno” annacare”, e siccome fare funk o neo soul ormai sarebbe cultural appropriation, fare trap “non sono cosa”, restava allora quello che si definisce indie e il reggaeton, idea che abbiamo conservato per il prossimo album, quindi facciamo le canzoni nostre tentando di metterci un po’ di quello che più ci piace.

Progetti, ambizioni, aspettative?

Non ho particolari progetti, vediamo che succede. Avevo un bel po’ di date che sono ovviamente e tristemente saltate per il Covid e di cui abbiamo recuperato solo due concerti, quelli di Milano e di Roma. Nel frattempo mi piace confrontarmi e collaborare con altri musicanti che fortunatamente bazzicano a Siracusa. Spero che compriate tutti il disco che esce a novembre, altrimenti mi cercherò un pezzo di travagghiu.

E con la fresca ironia di questa brillante e singolare promessa del panorama musicale aretuseo, chiudiamo questo nostro simpatico incontro con la consapevolezza che –  comunque andrà – abbiamo in ogni caso conosciuto un bel personaggio e una bella persona. Chiaro, schietto, determinato, intelligente. E non è poco!

ascoltalo qui https://music.youtube.com/watch?v=w8YZh85a1Vg&list=RDAMVMw8YZh85a1Vg

(foto di Antonio Caia)

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