La prima volta che l’ho vista camminava in salita trascinando a fatica un carrellino portaspesa stracarico di roba. Altre buste di plastica contenenti chissà che strabordavano da ogni lato, legate accuratamente allo scheletro che reggeva la sacca. Sembrava che là dentro ci fosse tutta la sua vita. La guardavo procedendo in discesa, mentre ad ogni passo ci avvicinavamo l‘uno all’altra. A pochi metri da lei ho incrociato il suo sguardo. Mi ha puntato sugli occhi infastidita, come a dirmi “cosa vuoi da me”. Ho abbassato il volto, quasi a volerle chiedere scusa.
Nei giorni seguenti l’ho incontrata altre volte su quella strada che percorro ogni giorno tornando dal lavoro. Camminava lentamente, tirandosi dietro il suo carrello-viaggiante. Passandole accanto avevo a tratti la sensazione di essere divenuto invisibile ai suoi occhi; altre volte invece sentivo il suo sguardo posarsi su di me, ma senza la tensione del primo incontro; come se adesso per lei non fossi più una minaccia. Così potevo guardarla, senza temere il suo muto rimprovero. Una gonna vistosa a fiori le cadeva ampia sui fianchi sino agli scarponi, entro cui muoveva i suoi passi pesanti. Qualunque cosa promettesse il cielo aveva addosso un maglione pesante, che la lasciava scoperta a mezzo braccio; al polso teneva un orologio dall’aria antica, legato ad un cinturino in pelle così logoro che dava, quello sì, il segno del tempo che passa.
Un giorno, dopo averla incrociata lungo la via, ho atteso che si distanziasse da me per diverse decine di metri e, avendo cura di non essere visto, mi sono voltato e l’ho seguita.
Temevo che si accorgesse di me e allo stesso tempo sentivo che non era giusto spiarla di soppiatto. Stavo violando una regola non scritta, ma forse per questo più viva e stringente. Eppure continuavo a starle dietro, seminascosto dalla gente che si frapponeva tra noi, fermandomi qua e là dinanzi alle vetrine per dissimulare la mia intenzione. Credo che a spingermi non fosse solo curiosità. C’era qualcos’altro a cui è difficile dare un nome: qualcosa che non nasce da una domanda in cerca di risposta (chi è, cosa fa, come vive), ma che muove da un altro luogo meno frequentato: era come se da quella vita venisse una voce che chiedeva d’essere ascoltata.
Percorso il lungo viale, a quell’ora affollato di macchine e passanti, si è inoltrata in un groviglio di stradine, costeggiate da abitazioni e palazzetti incollati gli uni alle altre o separati da muri bassi e scalcinati. Conosco bene questa parte di città: vi ho vissuto gli anni della mia infanzia, scorrazzandovi in lungo e in largo e spingendomi, con i miei piccoli compagni di gioco, anche oltre i suoi margini estremi, nella campagna di rocce e arbusti distesa sino al mare, oltre i binari della ferrovia che sfiorano l’azzurro.
Non sono certo che non si sia già accorta di me, anche se mi tengo ancora più distante da lei e cerco schermo tra le auto in sosta ai margini della strada. Camminiamo a fianco dei muri, su una via che non ha marciapiedi.
Dopo aver svoltato in uno stretto budello d’asfalto lungo poche decine metri, ci rimettiamo su una strada più ampia, dove le case d’improvviso si diradano, lasciando affiorare dai cortili e da qualche fazzoletto di terra in abbandono fronde di ulivi e di mandorli ingialliti. Adesso è lì, ferma, a pochi metri da me. Vedo che stacca la mano dal carrello. Ho paura che si volti e mi sorprenda alle sue spalle. Invece, con un gesto rapido, solleva il carrello oltre il muro basso che costeggia la strada, lo scavalca e si inoltra tra la sterpaglia e gli alberi spogli. Non la vedo più. Sento solo un frinire di cicale.
Dietro quel muro e quelle piante, nascosta da un groviglio di rovi c’è una casa abbandonata. Dalla strada si scorge a malapena. È una vecchia casa di campagna; una di quelle costruite già prima o subito dopo la guerra, ciascuna con un piccolo orto coltivato e qualche sparuto albero che nei mesi asfissianti dell’estate regalava la sua ombra benedetta. Qui allora era tutta campagna. Poi vennero le industrie. E iniziò un’altra storia. Molte di quelle vecchie case cedettero il posto a moderni condomini dai cortili asfaltati, destinati al posto-macchina. Solo alcune resistettero. A fatica. Attorniate da palazzi che allungavano le loro ombre minacciose sui tetti di tegole e canne.
Sono rimasto da solo sulla strada. Fuori, incisa su una delle due colonnine che un tempo sorreggevano il cancello, si leggeva a fatica una scritta: Villa Regina. Lei si è infilata lì dentro. Non la vedo. Ma sono certo che quello è il suo rifugio.
Villa Regina. Per anni sono passato da qui senza mai leggere questo nome. Quando giocavo da queste parti con i miei compagni, ci divertivamo a scavalcare di nascosto il muretto di cinta, perché la casa era disabitata. Il giardino intorno era per noi come una giungla. Ci arrampicavamo sugli alberi, facendo attenzione affinché non ci vedessero dalla strada. Ma non era semplice passare inosservati, perché tutt’ intorno sorgevano palazzi dagli ampi balconi che si affacciavano sulla casa e il giardino. Cambiammo presto destinazione ai nostri giochi. E di quel posto non ci occupammo più.
Mi allontano. Non molto distante da lì abita ancora il mio amico Mario. La sua famiglia fu tra le prime a “colonizzare” questo territorio. Già agli inizi degli anni Sessanta si trasferirono qui e hanno visto anno dopo anno trasformare la campagna in città. Fu alla fine di quel decennio che conobbi Mario. La nostra amicizia dura ancora.
Quando ho detto a Mario della donna e di Villa Regina, lui mi ha raccontato questa storia:
“Quando venni qui con i miei, Villa Regina era già abitata. Vi viveva da qualche anno una coppia venuta dal nord (forse dal Veneto o dalla Lombardia). Il marito era un ingegnere, o un chimico, insomma un tecnico venuto a lavorare nella nostra zona industriale; la moglie credo fosse una insegnante elementare. Avevano una bimba, che a quel tempo avrà avuto 4 o 5 anni: si chiamava Regina, e fu questo il nome che vollero dare alla loro casa. Poi accadde l’imprevisto. In una notte del ’64 o del ’65 (non ricordo con esattezza) vi fu un incidente. Un serbatoio della Sincat che conteneva acido solforico esplose; ci furono due vittime: una era un operaio di Priolo; l’altra fu proprio lui, il tecnico di Villa Regina. Non passò molto tempo che la villa si svuotò: la signora e la bimba andarono via; si disse che fossero tornate al luogo da cui erano partite. Da allora la casa è stata abbandonata. Che io sappia quella villa non è stata mai venduta e nessuno è mai venuto ad abitarvi. Tutto in apparenza è rimasto fermo, ma i vandali e il tempo hanno fatto la loro parte, così ogni cosa è andata in sfacelo e la casa si è ridotta ad un rudere.”
Tornando a casa i miei ricordi d’infanzia, il racconto di Mario e il volto della donna che avevo seguito si sovrapponevano nella mia mente, come se tutto fosse accaduto contemporaneamente. Immaginavo Villa Regina abitata nei giorni felici, con una bimba che sul suo triciclo gira per gli stretti vialetti intorno agli alberi del giardino e, insieme, la donna col suo carico viaggiante che cerca rifugio nella casa abbandonata. Pensavo a me bambino e alla mia vita adesso, come se a separarli non vi fosse che un battito di ciglia, il tempo di una vita. Pensavo a quel che sarà dopo di noi.
Mesi dopo l’ho incontrata di nuovo, mentre saliva per la solita strada, venendo chissà da dove, ma diretta ad una destinazione non più sconosciuta. Ho atteso che si distanziasse da me per diverse decine di metri, poi mi sono voltato e ho gridato “Regina!”. Si è girata a guardarmi.

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