“Ma sì, non possiamo esimerci, mio caro”, il geometra Forzisi era raggiante.
“Dice?”
“Dico, dico. Siamo gli unici che non hanno mai fatto un po’ di movida nel comprensorio del Sud-Est, orsù… non si sente in difficoltà, per questo? Ma di che parla con gli amici?”
“Compren… del Sud-Est?”, domandò Spinoccia, che era stato una volta a mangiare il gelato a Fontane Bianche, nel 1987, gusto torrone.
“Ci vediamo stasera, allora, mi raccomando puntuale e non dimentichi la mascherina”, concluse Forzisi ridacchiando, subito dopo aver ripiegato il depliant dell’Agenzia Regionale Gran Turismo e Tavola Franca che aveva appena mostrato a Spinoccia.
“ESTATE A MARE”, questo annunciava il volantino che avrebbe dovuto pubblicizzare le eccellenze sicule, corredato da una Trinacria-smile che faceva l’occhiolino al viaggiatore, su cui alcune freccette indicavano i posti “top” per un’estate “must” nelle prestigiose “location” del comprensorio a Sud-Est.
La progettazione del fogliaccio era costata al contribuente circa centomila euro ed era stata affidata al nipote terzamediato d’un megadirigente dalle prerogative metafisiche il cui stipendio in lingotti d’oro si materializzava come dal nulla, ogni mese, in un deposito del Canton Ticino.
“Zio, con questi soldi coronerò il mio sogno”, aveva infine detto il giovanotto terzamediato.
“E cioè, Peppino?”
“Comprerò un bar a Portopalla di Capo Fischione e diventerò ricco vendendo agli ubriachi i taglieri di salumi dell’hard discount, con una ricarica del quarantamila per cento”.
“E bravo il nipote mio”.
“Ma non è che però con ‘sto corona virus mi chiudete le discoteche e mi rovinate le serate, adesso?”
“Tranquillo, gioia, non ce n’è coviddi!”
E il resto, come si dice, è storia.
Quella sera il geometra Forzisi si presentò in bermuda all’ultima moda, a stringicoscia, che gli causavano dolori lancinanti alle estremità, e una t-shirt nuova di pacca, disegnata per mettere in evidenza il fisico di uno spogliarellista.
Il ragionier Spinoccia rispondeva con una polo rosa collezione Teddy Boy 2000 con colletto rialzato e logo fosforescente sul petto, e pantaloncini a pinocchietto quadrettati recuperati dal fondo d’un baule.
Come prima tappa si diressero a Nottola Antica, dove parcheggiarono fuori dalla strisce destinate alla plebe, ricevettero due multe da due diversi vigili e ordinarono due granite al limone femminello di Siracusa, che secondo il volantino ESTATE A MARE sarebbe diventato più prezioso e ricercato dei più preziosi e ricercati diamanti.
Il cameriere dell’antico bar in cui avevano osato sedersi poggiò due enormi coppe argentate sul tavolo, da cui sporgevano le cannucce e la punta dei cucchiaini. Quindi con un contagocce depositò sul fondo delle coppe alcuni microscopici depositi cremosi e vagamente giallognoli mentre con l’altra mano fece svolazzare sul tavolo lo scontrino.
Settanta euro più servizio.
Per la sorpresa Spinoccia fece cadere per terra la goccia di granita al limone femminello che aveva appena raccolto dalla coppa.
“Faccia lei, Spinoccia, faccia lei che poi ci regoliamo”, gli disse Forzisi con l’espressione di chi sta godendo enormemente per qualcosa di profondo e inspiegabile con parole umane e per questo motivo non vuole essere disturbato.
Seconda tappa, Portopalla di Capo Fischione. Qui i due sedettero in un tavolino a cielo aperto dell’Ammutta Ammutta, un ritrovo alla moda in cui i vini sublimi scorrono sempre a fiumi per inebriar gli spirti più audaci e sensibili. Per la precisione, uno di questi audaci spirti allungò il braccio dal gabinetto, dove si era ritirato per espletarvi la quotidiana meditazione, e prelevò dal tavolino di Spinoccia e Forzisi la bottiglia di supermoscato DOC DE LUXE che i due avevano appena ordinato.
“Ma che fa, ragioniere, si fa rubare la bottiglia così?”, esclamò il geometra Forzisi osservando il braccio tatuato e peloso che rientrava nel bagno con il suo bottino.
In effetti i tavolini dell’Ammutta Ammutta erano stati disposti a macchia d’olio e occupavano ogni superficie disponibile di vie, piazze ed edifici privati, che circondavano alla stessa altezza delle finestre poste al pianterreno.
“Ma, scusi…”, osò dire Spinoccia rivolto verso il bagno da cui lo sconosciuto aveva rubato il prezioso nettare. Ma l’altro aveva già richiuso la serranda.
“Vedo che avete finito la bottiglia”, esclamò Peppino, proprio lui, l’ex grafico di belle speranze che aveva destinato i suoi sudati risparmi per acquistare l’Ammutta Ammutta, in cui svolgeva anche le mansioni di direttore di sala. Peccato che la “sala” dell’Ammutta Ammutta fosse la strada pubblica, su cui il suo locale si era disteso come una piovra decisa a occupare ogni angolo fino a trasformare quello che fino a poco tempo prima era un villaggio di pescatori in una mangiuccheria a cielo aperto. Peppino era uno di quei sognatori di sogni sbilenchi in fissa con l’automiglioramento e la filosofia delle eccellenze, molto attivo sui social, dove alternava video in cui spiegava ai comuni mortali come si risolvono i più grandi problemi che affliggono l’umanità a semplici invettive contro i migranti. Il suo localino, l’Ammutta Ammutta, era diventato nel giro di pochi mesi un ricettacolo di viaggiatori esausti e di coatti fulminati dall’esprit de finesse, che avevano però scambiato con l’illuminazione garantita da una sbronza costosa. Perché una sola cosa era certa, in quei posti nati per acchiappare turisti, gonzi e turisti gonzi, se vuoi sentirti “speciale” devi pagare; e pagare caro.
Senza dare il tempo a Spinoccia di aggiungere una sillaba, il buon Peppino portò al tavolo un’altra bottiglia di supermoscato DOC DE LUXE e un triplo tagliere di “prodotti DOP al bacio”, cioè la solite fette di salame dell’hard discount rivendute con una ricarica mostruosa.
Dopo altre cinque bottiglie e altri indigeribili taglieri, che Forzisi continuava a ordinare per fare l’uomo di mondo, Spinoccia si accorse che nessuno attorno a loro indossava la mascherina. Giunto a metà dell’ultima bottiglia e suggestionato com’era dai titoli dei quotidiani, cominciò ad accusare, oltre quelli del covid-19, anche sintomi di febbre gialla, dengue, tisi, tifo, scarlattina, malaria, cimurro, vaiolo e stipsi.
Si riebbe solo al momento di pagare i quattrocentocinquanta euro di conto, anche perché Forzisi aveva approfittato della sua confusione per defilarsi prima che Peppino portasse al tavolo lo scontrino su di un piatto decorato con un carretto siciliano smaltato.
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Terza e ultima tappa del grand tour, Marzapane a Mare, il paese più “in” della Sicilia più “cool”, stando a quello che sosteneva in squillante quadricromia il volantino ESTATE IN SICILIA.
Peppino si era offerto di guidarli alla scoperta della notte e si era piazzato in macchina, nel sedile posteriore, con un’altra bottiglia di supermoscato DOC DE LUXE che volle subito condividere con i suoi nuovi amici. Spinoccia si mise alla guida della sua Seicento in uno stato di ebbrezza paragonabile a quello di uno spettatore del concerto di Woodstock durante l’esibizione di Jimi Hendrix. La macchinetta arrivò all’ingresso di Marzapane a Mare a tutta velocità e sfondò la barriera pedonale in filo spinato, con dossi chiodati, che ogni venerdì l’azienda provinciale turismo e wrestling erigeva per arginare le tradizionali risse da strada del fine settimana. Tutte e quattro le ruote scoppiarono nello stesso istante e il filo spinato si avvolse attorno alla carrozzeria rendendo molto dolorosa l’apertura degli sportelli.
“Ah, che bella atmosfera”, esclamò Forzisi.
Spinoccia riuscì a divincolarsi sbrindellando magliettina e pantaloncini, ma per lo meno il dolore riuscì a placare la sbronza.
“Geometra”, disse al collega, “forse do… dovremmo…”
“Sì, sì, certo, muoviamoci verso il cuore della movida”.
“La notte ci attende”, aggiunse Peppino strisciando fuori dal filo spinato.
“Yuppieeeeeee…”, rispose Forzisi.
I due puntarono la folla di ubriachi che si stavano pestando in ogni angolo, via o piazza del paese. Ogni tanto echeggiava un colpo di fucile e qualche grido, l’aria era satura di fumogeni. Il ragionier Spinoccia non provò nemmeno a fermare Peppino e il geometra Forzisi, che erano scattati come centometristi verso un furgone della polizia attorniato da agenti in tenuta antisommossa. Rientrò invece in macchina, fece marcia indietro e pur con le quattro ruote a terra si avviò mestamente verso casa, a Siracusa, trascinandosi dietro il filo spinato sotto una luna gigante che irrorava il cielo e nascondeva le stelle.

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