Riportare il dibattito sul Caravaggio nei confini di una civile dialettica: il primo passo per un confronto più utile

Nella polemica, infinita, sul trasferimento, o meno, del Caravaggio al Mart di Rovereto ci sono alcune considerazioni che ci sentiamo di fare. La dialettica su una problematica come questa, che come si è potuto leggere ha profili e risvolti anche inaspettati via via che la questione viene approfondita, è assolutamente “normale”, fa parte del libero dispiegarsi delle opinioni, tutte, in un modo o nell’altro, legittime. Ma questo se mantenesse sempre il livello del confronto rispettoso delle altrui valutazioni e in questa occasione i toni a volte si sono troppo accesi, hanno travalicato i limiti andando a toccare la sfera della rispettabilità e professionalità dell’altro.
Difficile individuare in quale parola, in quale sfumatura del pensiero, sia stata la causa dell’inasprirsi del dibattito ma, tra i tanti pareri e giudizi, il lettore, oltre forse a perdersi nelle dotte disquisizioni, potrebbe non aver avuto modo di ben individuare il profilo, le caratteristiche dei “contendenti”, soprattutto dei non siracusani, proprio probabilmente per la limitata conoscenza delle persone.

A guardarla da fuori, contro il fronte sempre più compatto di chi è convinto che Il seppellimento di Santa Lucia non debba, non possa, lasciare la città pur se per poco tempo, sembra siano rimasti solo in due: Vittorio Sgarbi e Silvia Mazza. Non vogliamo parlare del primo perché fin troppo noto nella sua doppia personalità, e ruolo, di raffinato intellettuale e personaggio televisivo facile all’ira, a comportamenti spesso fuori dalle righe, se non offensivi.
Silvia Mazza è invece una collega. Una giornalista attenta e sagace, una professionista molto competente nel suo campo, in particolare quello della conservazione del patrimonio culturale; una apprezzata storica dell’arte che ha condotto complesse inchieste sui beni culturali siciliani, organizzato convegni e avanzato proposte.
Ma non è tanto questo quello che conta quanto piuttosto il legame tra lei e la città di Siracusa, le battaglie condotte nella difesa del patrimonio artistico culturale della città che le sono valse anche attestazioni di stima da parte di chi oggi (legittimamente certo) le si contrappone e che semmai a lei si è rivolto nei propri momenti di difficoltà sperando in un aiuto, o le ha espresso solidarietà, ne ha condiviso le posizioni e ha partecipato con interesse agli incontri da lei promossi.
È questo quindi che non andrebbe dimenticato, anche se nella vicenda specifica i punti di vista non convergono più.
Avanzare il sospetto (e di conseguenza suggerire una distorta lettura dei fatti a chi non la conosce) che sia colpevole di millantato credito, che non sia reale il suo rapporto contrattuale con il museo trentino di “responsabile del coordinamento tecnico delle procedure inerenti il prestito e l’intervento conservativo dell’opera (il dipinto caravaggesco, ndr)” va contro la logica (il Mart l’avrebbe denunciata) e gli atti stessi che certificano il contratto di collaborazione. Va contro la verità, e ciò è per noi stigmatizzabile così come inopportuno il considerarla estranea alle dinamiche cittadine. Una nemica che agisce per propri esclusivi interessi (anche questa accusa grave) al di là di qualsiasi considerazione sulle ricadute positive che il progetto della mostra potrebbe avere per il dipinto, l’atteggiamento che ci ha confessato essere ciò che la amareggia di più insieme al silenzio dell’Ordine dei Giornalisti.

Di Silvia, del suo interesse per il patrimonio artistico e paesaggistico locale, va ricordato in particolare il contrasto, sfociato in due querele, con la dottoressa Rosalba Panvini quando era Soprintendente a Siracusa. In ambedue i casi, vicende che hanno riguardato beni culturali della città in cui le critiche della giornalista sono state considerate “diffamatorie” dalla Panvini e invece “espressione del diritto di libera manifestazione del proprio pensiero nell’accezione del diritto di critica, seppure aspra, non avendo travalicato i limiti di continenza che la giurisprudenza ha posto nel bilanciamento tra gli interessi in gioco” dal giudice di Torino Francesca Firrao che ha disposto per due volte l’archiviazione (a Torino la sede delle due testate con cui la Mazza collabora da anni: Il Giornale dell’Arte e Il Giornale dell’Architettura).
Querele, affrontate a sue spese, che avrebbe potuto evitare “se si fosse fatta i fatti propri” ma che si accettano come quasi (ahimè!) inevitabili quando si sceglie di far bene il proprio mestiere, di mettersi dalla parte dei principi ritenuti inviolabili.

Va da sé la nostra stima nei confronti di chi si spende sull’altro fronte, la cui azione è ovviamente da ricondurre alla legittima convinzione che il trasferimento dell’opera d’arte non sia opportuno ma ci piacerebbe anche conoscere quali azioni concrete saranno in grado di attivare per reperire le risorse che verranno a mancare se si deciderà di non aderire al progetto di Sgarbi. Anche ciò che fin qui si è fatto – l’intervento degli esperti dell’ICR di Roma, la “liberazione” del Guinaccia, l’aver restituito al dipinto la giusta attenzione (non siamo davvero certi che il dipinto faccia parte dei percorsi “devozionali” dei fedeli di Santa Lucia e che da ciò scaturisca una costante preoccupazione per le condizioni del quadro) – è una diretta conseguenza della proposta del Mart, e a dimostrare il contrario servirebbero prove concrete.
Poi certo ci sono tutte le altre considerazioni, i passi falsi, il mancato coinvolgimento della città ab initio, e tanto altro, ma di questo abbiamo dato conto. E continueremo a farlo.
Il nostro auspicio, affinché il clima si rassereni, è che si abbandonino i toni più aspri e insieme quel “ricorso alle vie legali” che sempre, in ogni caso, sa di minaccia alla libera espressione. E la prima a saperlo è la stessa Silvia Mazza per esperienza diretta. Potrebbe anche essere il tempo delle scuse reciproche, del riconoscere gli eccessi e poi far parlare solo i dati oggettivi, le valutazioni “tecniche”, la correttezza delle procedure, questa sì indispensabile.

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