Certo, il confronto dell’oggi con ciò che era questo lembo di spiaggia nel 2008 – un luogo poco curato, con erbacce, pietrame e rifiuti, tenuto pulito per quel che bastava dai bagnanti, comunque felici della spiaggia sotto casa – sarebbe impietoso. Ma già allora, nei nostri resoconti, sottolineavamo che lasciare (colpevolmente) al degrado i “beni comuni” non può, non deve essere il viatico per aprire le porte alle privatizzazioni. Che è obbligo della Pubblica Amministrazione gestire al meglio ciò che appartiene a tutti, garantendone la libera fruizione. Anche i fazzoletti di arenile, questo – ma anche per esempio quello nei pressi del Piazzale delle Poste che ha avuto la stessa sorte o quello da sempre di uso esclusivo dei residenti al civico 74 (il Piano Spiagge che forse avrebb
e potuto preservarli venne “approvato” solo nel 2015, con circa dieci anni di ritardo rispetto alla legge, e ci sarà stato un perché!), avrebbero dovuto restare nella disponibilità di tutti i cittadini, soprattutto di quelli meno abbienti.
Tutta la piccola insenatura, fino allo scoglio Quadarella, è ormai decisamente altra cosa rispetto alla degradata spiaggetta per cui si sono battuti fino allo stremo, con ogni mezzo, per anni, alcuni siracusani, con lo scopo di sottrarla all’uso esclusivo del Musciarà Resort (il cui progetto risale al 2000). Una battaglia quasi epica, contro l’amministratore della società L’UNA Salvatore Pallone, fatta di improperi e ingiurie, di spintoni ed esposti, di petizioni e frequenti interventi delle Forze dell’Ordine chiamate, quando si scaldavano gli animi, ora dagli uni ora dagli altri, di tentativi di blitz di ambientalisti, di carte bollate, giudici e avvocati (molto noti in città, come Corrado Piccione e Glauco Reale).
Anche i consiglieri comunali in campo, con sopralluoghi, discussioni in Consiglio ma, al di là di qualche dichiarazione di circostanza, sembrava piuttosto che l’Amministrazione fosse infastidita dai pervicaci richiami alle norme, al rispetto delle regole, alla necessità di fare controlli urbanistici (allora si avanzarono anche sospetti sulla regolarità della ristrutturazione dell’edificio trasformato in hotel), al dovere di schierarsi a fianco del cittadino e non del privato.
Prima il braccio di ferro per poter almeno raggiungere il mare, mentre si montavano telecamere per la videosorveglianza e uomini addetti alla sicurezza giravano con ricetrasmittenti e auricolari; poi la spiaggia divisa in due: da una parte i clienti dell’albergo dall’altra i cittadini costretti
da un regolamento a non usare quel minimo di attrezzature da spiaggia normalmente necessario. A separare i contendenti doppie ringhiere di ferro alte due metri… Poi, del tutto indifferenti alle norme che prescrivono l’obbligo di consentire sempre e comunque il passaggio al mare anche se sussiste una concessione, gli “estranei”, i cittadini, sono stati completamente allontanati. “Uno scontro che ha infine portato a una causa (nel 2011, ndr) “risoltasi” con una prescrizione e a un processo per ingiurie con il risarcimento danni per la signora offesa e quindi con la remissione della querela. Ci ho combattuto per anni ma per chi doveva controllare era tutto regolare. Nessuno ha visto niente” commenta l’avvocato Glauco Reale.
Ma quasi ogni anno da allora si sono puntualmente riaccese le polemiche e intanto i proprietari dell’hotel – sicuramente con tutte le autorizzazioni necessarie! – hanno proceduto alle migliorie, ristrutturando i ruderi, aprendo finestre per nuove camere di lusso, piantando alberi e creando barriere, recintando fin sugli scogli, mentre i bagnanti, come paria, sempre più numerosi, si sono stretti sugli scogli tanto da persuadere il Comune a realizzare un solarium: una piattaforma di legno al posto della sabbia.
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Un po’ alla volta il lido del resort ha preso le sembianze di un fortino: palizzate di legno, separé di ogni fattura, barriere verdi. Lavori di “fortificazione” senza termine fino all’ultima variazione di quest’anno, la fila di cabine che appare come un muro bianco sugli scogli, così impattante, e orribile, da essere forse la causa del riaccendersi delle proteste.
Solo una per tutte la domanda, quella che ha posto Lealtà & Condivisione in un suo recente comunicato: “Forse le carte sono tutte a posto. Ma tutto a posto non è. Non è a posto il diritto sancito dalla legge di godere liberamente di un bene che appartiene a tutti, come per tanti altri accessi che dovrebbero essere liberi e invece sono impediti. Non è a posto il senso comune di giustizia. Non è a posto il rispetto della stessa Costituzione… Torniamo perciò a chiedere a tutte le autorità responsabili se davvero è tutto a posto, se è così che deve essere, se e quanto ancora si vuole mortificare, in tempi come questi, la fiducia che i cittadini dovrebbero e devono nutrire verso le istituzioni e verso la giustizia”.
Nell’attesa di risposte che in realtà non crediamo arriveranno, per comprendere le trasformazioni di quest’area può aiutare una sequenza fotografica.
Dietro il muretto che costeggia via Riviera di Dionisio il Grande prima sono state piantate alte palme poi su di esso è stata posta per circa 80 metri una barriera sempre più impenetrabile, a tutela della privacy dei clienti del resort, che non solo impedisce a chi passa sulla strada la vista del mare ma soprattutto l’ha tolta alle abitazioni a piano terra, sul lato opposto, svalutandole.
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La rete metallica di delimitazione del lido privato sul piazzale dello sbarcadero è stata sostituita molto presto da una più fitta staccionata e allungata sempre un po’ di più sul molo per allontanare ancora maggiormente gli “altri” e poi – poggianti su cosa? – sono state collocate delle cabine bianche quasi a voler proteggere i clienti del resort dagli sguardi curiosi dei paria bagnanti sui frangiflutti… come gabbiani.
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Lungo tutto il muro di un vecchio edificio sono state aperte le finestre delle nuove camere, quasi oblò sull’acqua.
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Già nel 2008 il comitato costituitosi lamentava, e documentava, lavori (non si sa come autorizzati) tali sia da distruggere le tracce dell’antico porto (in pericolo anche i pozzetti in cui si preparava il garum, una particolare salsa molto usata nel periodo romano), sia da contrastare per le loro caratteristiche il progetto di massima di riqualificazione (mai avviata) del water front del Porto Piccolo che tra l’altro prevedeva (prevede) una scalinata di accesso al mare -nell’autorizzazione ai lavori dell’aprile 2008 del settore pianificazione e edilizia privata si leggeva “si dovrà coordinare l’uso di tale area con il progetto del water front del Porto Piccolo elaborato da questo Comune” (!) -.
Ma si deve dire che su tutto il Porto Lachio sembra gravare un’aria da far west: la società L’Approdo è riuscita ad ottenere dal 2002 (ma anche in provvedimenti successivi) l’ordine di demolizione, con ripristino dei luoghi, di alcune opere abusive sia dal Tribunale di Siracusa che dallo stesso Ufficio dell’urbanistica del Comune. Eppure non è accaduto nulla e suoi diritti continuano ad essere incredibilmente negati.
Anche questa una storia tutta da raccontare.

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