La solitudine dei numeri secondi

Non è vero che il secondo è il primo dei perdenti. Almeno, non sempre.

La filosofia del vincere a tutti i costi, il “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”, come ebbe a dire il Presidente della Juventus anni fa (una dichiarazione che poi è diventata un must per il mondo Juve…), cozza in pieno con quei valori, nati all’alba delle Olimpiadi moderne, espressi dal Barone De Coubertin, che sono una pietra miliare dello sport in particolare, ma anche – oltrepassando il campo sportivo e riferendoci a un territorio puramente sociale e culturale – dei vari settori e sfaccettature della vita umana, e cioè “l’importante è partecipare”. Noi ci permettiamo di asserire che la celebrazione tanto osannata e tanto pomposa del “Numero uno”, del primo arrivato, del recordman, del capocannoniere, della stella della squadra, del portiere paratutto, e cioè insomma del super atleta – che poi non è altro che una copia sbiadita del modello del super io, una sorta di suo avatar in veste olimpionica – porta ad una forma mentis del tutto fuorviante, pericolosa e diseducativa, specie per i più giovani che, affacciandosi allo sport, non seguono più quelle direttive primordiali, ma crescono dentro un processo vertiginoso di spasmodica e maniacale emulazione dell’idolo di turno, sia esso CR7, Leo Messi o Valentino Rossi. Se fosse così, se la storia la scrivessero solo i vincitori, non si saprebbe nulla di un certo Napoleone, per esempio, il cui spirito rivoluzionario morì in solitudine sull’isola di Sant’Elena. I valori della vita, dello sport, e dunque anche del calcio, stanno sì nel successo e nell’ebbrezza che dà la gloria e la vittoria, ma anche nella dignità e nel coraggio degli sconfitti, altrimenti dovremmo piegarci alla logica del più forte che ha sempre ragione.

E in quanto a dignità e coraggio, chi più di Alex Zanardi potrebbe farci e fare scuola a tutti gli uomini che si trovano ad affrontare delle dure battaglie, sportive e non? Il campione bolognese ha appena iniziato il secondo calvario della sua vita, come se non avesse già pagato caro il suo conto col destino. Come tutti tristemente ricorderanno infatti, il 19 giugno, partecipando ad una staffetta benefica lungo l’Italia con l’handbike, un pomeriggio di quasi estate, che avrebbe dovuto essere di sport, si trasforma in dramma. Zanardi sbanda in curva con il suo mezzo, picchia la testa sull’asfalto, poi sbatte contro un camion che sta salendo in senso opposto e piomba nel buio. Ancora una volta. Un’altra volta. Di nuovo lui, Alex Zanardi. Quello Zanardi! Quello che con la sua forza d’animo, col suo spirito positivo e vincente e con la sua allegria contagiosa, è stato d’insegnamento e d’aiuto per noi tutti, che ci abbattiamo al primo ostacolo, dimostrando che la voglia di vivere sa essere più forte di tutto. Pure della malasorte. Pure del destino. Alex raccontava, in una delle tante interviste che ha rilasciato dipingendo sempre il suo dramma quasi come un’opportunità, che appena essersi risvegliato dopo quell’altro terribile incidente, in cui perse entrambe le gambe in una gara automobilistica, sollevò il lenzuolo e una volta resisi conto del suo stato, si concentrò sulla parte che gli era rimasta, e non su quella che aveva perso. Immediatamente. Da subito! Questo è Alex Zanardi. Era o non era un perdente in quella circostanza? Sì, ovvio. Non aveva di certo vinto la corsa. Un altro pilota salì infatti sul gradino più alto del podio con la medaglia di vincitore al collo, ma lui ha saputo ribaltare clamorosamente il concetto, insegnandoci a cercare e a trovare sempre, dentro ognuno di noi, la nostra vittoria. Sempre!
Ora è gravissimo, le sue condizioni sono nuovamente peggiorate, tanto da essere di nuovo ricoverato, pochi giorni fa, in terapia intensiva al San Raffaele di Milano. Un’altra prova da superare per Alex, il campione di tutti. Persino Papa Francesco, attraverso una lettera affidata alla Gazzetta dello Sport, gli manda un tenero messaggio di speranza: “Carissimo Alessandro, la sua storia è un esempio di come riuscire a ripartire dopo uno stop improvviso. Attraverso lo sport ha insegnato a vivere la vita sempre da protagonista, facendo della disabilità una lezione di umanità”.

Il secondo posto – abbiamo visto – diventa dunque un traguardo importante, e in questi casi è addirittura più prezioso e più importante del primo. Il secondo posto va allora difeso con i denti, va inseguito con decisione e volontà, e non va mai considerato come una sconfitta.
E per finire un richiamo al ciclismo, lo sport più faticoso per antonomasia. Se chiedete a un francese appassionato di ciclismo chi è il suo corridore preferito, non risponderà Hinault, e nemmeno Anquetil. Dirà, senza pensarci un attimo, Raymond Poulidor. Cioè l’eterno secondo, l’uomo che non è mai riuscito a vincere un Tour de France, ma che con il suo stile battagliero, con la sua grinta, con quella sua faccia da Paladino Carolingio che vuole prendere a sberle la vita e il fato, ha saputo conquistare un intero popolo.

Lo sport, per scrivere la storia, ha bisogno di molti Poulidor. Di molti Zanardi. E di tutti i secondi.

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