Tutti abbiamo vissuto l’emergenza stretta del covid nella prima fase quando le saracinesche erano abbassate, le automobili quasi non circolanti, il brusio della gente per le strade scomparso, chiuse le scuole, pochi i motocicli in giro, assenti i turisti nei luoghi solitamente più visitati.
In questa Siracusa spettrale, dove ognuno si è dovuto adeguare, e c’è stato chi ha dovuto smettere di lavorare con gravi ripercussioni per un settore già toccato dalla crisi economica, anche la realtà religiosa ha dovuto affrontare questo imprevisto, e nello specifico quella cattolica dove è stato imposto il divieto di andare in chiesa, di partecipate funzioni tanto importanti per i credenti come il riunirsi per pregare o discutere della bibbia.
Tutto è stato bloccato, confinato all’interno delle proprie case. La chiusura della parrocchia, luogo di riferimento per tutti nel quartiere, ha lasciato in chi tradizionalmente la frequentava un’impressione profonda come ci racconta padre Carlo D’Antoni, parroco a Bosco Minniti.
Come fa un parroco come lei che crede nell’interazione fra le persone ad affrontare situazioni come queste? C’è anche del positivo da cogliere?
Inizierei col dire che il diritto alla salute, gli ospedali, i luoghi di cura, insomma il sistema sanitario nazionale non possono essere organizzati in vista del maggior profitto. Non può essere la gestione della salute pubblica a rispondere a requisiti economici, vantaggiosi semmai solo per chi li gestisce; la salute non può essere affidata semplicemente a manager e tecnici che sanno dove tagliare e come rendere redditizie le attività. La salute è un diritto e i malati non sono “utenti” su cui “fare i conti”. Abbiamo lasciato troppo spazio al privato lasciando il pubblico a se stesso, come anche i medici di famiglia e i presidi territoriali. Questa è una strada infame che va subito e definitivamente abbandonata.
Esistono anche gli anziani e gli ammalati terminali che conservano lo status di persone. La società deve tornare a “riappropriarsi” di queste persone, a non scartarle in quanto non produttive. Loro sono produttivi nel loro modo precipuo, sono cioè portatori di cultura, esperienze, storie di vita. Eppure, è tutto buttato nelle discariche della rottamazione (le case di riposo) perché la miopia di questa società è a due dimensioni, cioè superficiale: valuta solo in base all’efficienza e alla produttività. Questa moderna società non li sa né può comprenderli, ha dimenticato l’esistenza della terza dimensione dell’uomo che lo rende davvero umano: il mondo interiore, la profondità della mente e del cuore; è la sapienza che aiuta a rendersi conto, vedere in prospettiva, saper dare consigli. L’anziano è sempre stato visto nelle culture e nelle correnti di spiritualità quale saggio, colui che ricorda i ritmi naturali della vita, l’importanza del giusto peso da dare ad ogni cosa. Molti sono deceduti vivendo la loro morte in solitudine, senza affetti, ma direi anche: si muore ancora in famiglia? Questa pandemia ha svelato una realtà prima abbastanza invisibile: quella della solitudine nel morire, il tabù della morte. E il funerale era, ed è, un modo per esorcizzare questa realtà che rimane incontrollabile e ci sovrasta. Non aver potuto celebrare i funerali ci è sembrato uno scandalo disumano. Ma i funerali servono ai morti o a chi resta per metabolizzare la morte? Cerchiamo di essere sinceri e accorgiamoci che un certo modo di trattare i vecchi e gli ammalati terminali è un farli morire a piccoli dosi, giorno dopo giorno, e la famiglia, la casa, non possono essere più luoghi di vita bella per loro.
Riguardo ad altre realtà sociali?
I più poveri e i miserabili hanno patito di più questi mesi di pandemia. Abbiamo scoperto che esistono pure loro. In quale casa dovevano stare e non uscire i senza fissa dimora? E gli extracomunitari che svolgono i lavori agricoli stagionali e vivono per esempio nelle campagne vicino Cassibile come gli ultimi della terra, come dovevano difendere sé stessi e gli altri dal possibile contagio? Invece si sono ritrovati, come sempre, lasciati a sé stessi, a parte qualche intervento che sa di pannicelli caldi e neanche tanto caldi. Ma non era un moto di civiltà e dignità che ha mosso i nostri amministratori quanto il cercare d’evitare che entrassero nel paese di Cassibile e vivessero ancor più ghettizzati. Esiste anche questa porzione di popolazione fatta dai “senza fissa dimora” e lavoratori stranieri stagionali. Siracusa è una città che si sveglia e si scandalizza quando i problemi scoppiano, ma poi ritorna nella sua apatia rassegnata dove ciascuno bada ai casi propri, senza alcun sentimento di appartenenza alla comunità cittadina. Eppure i problemi ci sono in qualunque città e anche a Siracusa e non vanno presi solo sempre ed esclusivamente in chiave emergenziale ed episodicamente. Ci manca ed è maledettamente assente da noi una visione della città. Bene che vada siamo fatti per l’ordinaria amministrazione. Questo non è etico, e diventa criminale quando a farne le spese sono esseri umani.
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Nella celebrazione della messa vi sono vari momenti in cui normalmente esiste un rapporto fraterno di vicinanza, come l’abbraccio di pace, a volte ripetuto in questa parrocchia e tutto questo non è stato più possibile. Come si sente e come vede il comportamento dei suoi parrocchiani?
Il rapporto fraterno di vicinanza per noi è essenziale e in questi mesi di chiusure e distanziamento ci è sembrato di vivere una realtà surreale. Le persone che venivano e vengono in chiesa sono state molto corrette e attente alle misure che il governo ci ha ordinato. Un grande elogio va fatto ai ragazzi che vivono con me nei locali della parrocchia: non sono assolutamente usciti. Sempre con la mascherina quando l’hanno dovuto fare. Bravissimo pure Silvio, un bimbo di neanche 2 anni che ci tiene tutti allegri. A messa non c’è il segno di pace, ma basta un gesto con gli occhi o un inchino e continuiamo a sentirci vicini.
Non ci può essere in questa nuova situazione la riscoperta di una catechesi più ampia con i mezzi internet (video partecipazione) verso i parrocchiani che prima per loro difficoltà non era possibile avvicinare, mentre oggi si potrebbe pensare anche a registrazioni (visioni differite), appuntamenti di catechesi, preghiere col parroco di parrocchiani allettati o altri impossibilitati per altro?
Queste sono buone idee che dobbiamo meglio precisare e speriamo di farlo entro ferragosto per poi partire in autunno. Naturalmente la speranza è che si possa tornare a riunirci fisicamente. La chiesa è comunità, radunarsi, abbracciarsi. Se ci togli questo, si perde molto. Ma accanto a questo ben vengano le opportunità che le nuove tecnologie ci permettono.

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