“Il Seppellimento di Santa Lucia” va trattato come opera d’arte e non come oggetto religioso” intervista allo scrittore Domenico Cacopardo

Lo scrittore e già magistrato Domenico Cacopardo – siciliano per origini famigliari e nel cuore – nel 2006 fu tra i firmatari di un appello assieme a Vincenzo Consolo, altri scrittori, critici, storici dell’arte e una pattuglia di intellettuali siracusani che allora chiesero di non riportare il quadro del Caravaggio dal Museo di Palazzo Bellomo alla Basilica di Santa Lucia fuori le mura, la chiesa per cui il Merisi l’aveva dipinto nel 1608, verosimilmente su incarico del Senato cittadino. Come ricordato in un altro articolo de La Civetta, in quell’appello del 2006 si manifestarono gli stessi concreti timori espressi anni prima dal grande storico dell’arte Cesare Brandi: ossia che l’eccessiva umidità e altre inadeguate condizioni ambientali di quel luogo, danneggiassero di nuovo il quadro che era stato salvato grazie a un lungo e complesso intervento di recupero eseguito negli anni ’70 dall’Istituto Centrale del Restauro.
Sempre attento alle vicende siciliane, Cacopardo ha seguito da lontano, dalla sua casa di Parma, la recente controversia scoppiata a Siracusa in seguito alla proposta di Vittorio Sgarbi di portare al Mart di Rovereto, per una mostra, il Seppellimento di Santa Lucia.

Due giorni fa Sgarbi ha dichiarato stizzito che rinuncia al progetto, dicendosi sicuro che tra dieci anni i problemi di conservazione e salvaguardia del capolavoro a Siracusa non saranno stati ancora risolti. Ha così replicato – per il momento – alle oltre duemila firme di siciliani che hanno sottoscritto l’istanza promossa dal professore e storico dell’arte Paolo Giansiracusa, indirizzata ai ministri degli Interni e dei Beni culturali. Istanza in cui si segnala lo stato di fragilità dell’opera e si chiede un provvedimento di inamovibilità per impedirne qualsiasi spostamento da Siracusa. Un quadro che, in passato, di viaggi in giro per l’Italia ne ha fatti parecchi. Qual è la tua idea a proposito?

Questa dei viaggi dei dipinti italiani è una vecchia storia. “Prestare” un capolavoro a un grande museo non italiano significa per il politico di turno acquisire la considerazione degli interlocutori stranieri ed essere gratificato dall’entrare in un giro culturale non domestico. La cosa non cambia se il museo ricevente è un museo italiano. Di fatto, intorno a questi viaggi si muove un sottobosco di interessi che convergono tutti sul trasferimento provvisorio dei capolavori. Una sorta di mercimonio di serie B molto sviluppato nella nostra isola, nella quale sembra utile spedire dipinti di Caravaggio o di Antonello in giro per il mondo. Quando si celebrò a Roma, nelle scuderie del Quirinale, il centenario della scomparsa di Michel Angelo Merisi, Malta non inviò un quadro ma una riproduzione 1:1 del San Girolamo su supporto digitale. Insomma, la mia opinione, suffragata dai miei vecchi rapporti con l’Opificio delle Pietre Dure, è che i quadri non debbano viaggiare. Mai. Debbono viaggiare le persone interessate a vederli e che non si accontentano delle riproduzioni consultabili online. Aggiungo che nella mia vita ho visto tante cose organizzate e realizzate da Vittorio Sgarbi. E proprio per questo sono estremamente diffidente nei confronti di qualsiasi sua iniziativa.

Nel 2006 non venne dato ascolto all’appello promosso da Consolo che firmasti pure tu. E c’è da dire che allora, a parte le responsabilità istituzionali regionali e locali, diversi a Siracusa furono d’accordo con le motivazioni “religiose” alla base della decisione di riportare il quadro nella chiesa di piazza Santa Lucia, a prescindere dai rischi potenziali per l’opera. Che ricordo ne hai?

Ricordo che già allora si sapeva che Santa Lucia fuori le mura non era il posto idoneo a ospitare il Seppellimento di Santa Lucia. Sia per ragioni di sicurezza sia per ragioni ambientali. A memoria ricordo che si parlò anche di salsedine. Credo che per varie ragioni, tra cui queste, il dipinto sia stato trasferito a Santa Lucia alla Badia.

Ci furono ragioni di restauro della chiesa con annesse vicende di progettazioni, finanziamenti, esecuzioni di lavori che si trascinano da anni. Fatto sta che nel 2009 il tormentato quadro venne spostato a Santa Lucia alla Badia, dove si trova tuttora incredibilmente appoggiato su una pala d’altare del Cinquecento. Nelle attuali polemiche è emersa l’indignazione per la spregiudicatezza e i toni consueti di Sgarbi e la legittima preoccupazione per i rischi derivanti da nuovi viaggi. Ma bisognerebbe essere più onesti e parlare anche dell’apatia – chiamiamola così – mostrata dai siracusani, in generale, durante questi 14 anni di collocazioni non certo ottimali. Durante le tue periodiche visite a Siracusa sei andato a vedere il quadro?

Sempre. Ogni volta che vengo a Siracusa – dove colpevolmente manco dal 2016 – vado a vedere il Caravaggio e la Venere Landolina. Bastano questi due capolavori per giustificare il viaggio, anche se ci sono altri mille motivi per tornare nello Scoglio. A Santa Lucia alla Badia certo il quadro del Merisi è più “visto” che alla Borgata, ma si tratta sempre di una sistemazione provvisoria, che dura però da 11 anni. La priorità, tuttavia, oggi è quella di stabilire un luogo definitivo nel quale custodire il quadro e, quindi, prima di sistemarcelo sottoporlo a un restauro importante.

Ricapitolando. Tutti sono d’accordo a riportarlo a Santa Lucia al Sepolcro, ma permane il problema di un vero restauro della chiesa per cui servono milioni di euro e non si sa quando potrà avvenire. La stessa soluzione della teca a protezione della tela avanzata da Sgarbi – soluzione già annunciata la prima volta nel 2006 dalla Regione ma subito dopo svanita nel nulla – oltre ai pareri tecnici dipende dal reperimento dei finanziamenti per pagarla. In tutto ciò a me sembra incredibile che, finora, non venga considerata la possibilità di ricollocare il Caravaggio alla Galleria di Palazzo Bellomo, restaurata dal 2009 con ambienti che offrono condizioni di sicurezza certo migliori. Che ne pensi?

Penso anch’io che la Galleria di Palazzo Bellomo sia il luogo più idoneo per la sicurezza. Non so se la climatizzazione è adeguata, ma se non lo fosse non sarà difficile realizzarla. Del resto, un dipinto come questo va trattato come opera d’arte non come oggetto religioso e quindi una collocazione “laica” che lo tuteli è nell’interesse della comunità civile.

Per un verso o per l’altro, Caravaggio, la sua vita e le sue opere continuano a far discutere ed appassionare. Qual è il tuo rapporto con quest’artista? Che ha ispirato pure un tuo romanzo, Maddalena. Femmina di Locanda uscito con Betelgeuse editore nel 2015 e – mi hai detto – tra poco ripubblicato da un’altra casa editrice.

Ho dedicato anni di studi e di ricerche a Michel Angelo Merisi. Mi sono occupato, fra l’altro, del dipinto a lui attribuito e custodito nella Certosa di San Bartolomeo a Genova. Dalle mie letture e dalle numerose mostre in Italia e all’estero – memorabile quella di Dusseldorf – dai contatti con l’ahimè sciolto Gradoc e con Ravani e Ficarra, i due fotografi torinesi specializzati nella fotografia d’arte (naturale, capace cioè di riprodurre totalmente un dipinto), alla fine è nato il romanzo Maddalena che in autunno sarà ripubblicato da Diabasis, una casa editrice parmigiana che assicurerà una distribuzione nazionale. Sono ormai un uomo anziano, quest’anno ho compiuto 84 anni, ma non domo. E Caravaggio suscita in me le medesime emozioni che suscitò quando avevo vent’anni e andai a vederne i suoi dipinti nel Museo di Messina.

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