Castello di Augusta. “Conoscenza e prudenza i presupposti di ogni intervento di restauro”

Quale tipo di restauro è auspicabile per il Castello Svevo di Augusta? Davvero la demolizione della sua parte superiore è necessaria? E dopo? Continuiamo il nostro approfondimento sull’argomento con l’intervista all’architetto Francesco Santalucia, ex dirigente Beni Culturali – Regione Siciliana, profondo conoscitore delle tecniche di restauro di monumenti storici, autore insieme al giornalista Antonio Gerbino di un saggio oggi più che mai attuale: Il patrimonio degli equivoci.

Compreso meglio in cosa consista il programmato intervento di consolidamento/restauro del Castello svevo di Augusta, di cui si sapeva ben poco, e comunque non certo che si trattasse anche della demolizione degli ultimi due piani aggiunti a fine Ottocento, si è acceso un dibattito a più voci destinato a non esaurirsi presto. Qual è il suo punto di vista?

Il presupposto di ogni intervento di restauro è la conoscenza unita alla prudenza.
E la conoscenza deve essere manifesta e condivisa: non quella dei documenti ma quella delle fabbriche, del loro essere oggi e del loro essersi formate nel tempo.
Non quella delle relazioni ma quella del confronto, con la comunità e con gli “esperti” che sono tali come diceva Cesare Brandi perché riconosciuti in quanto tali e non per auto proclamazione.
Se una cosa va criticata nel progetto di restauro della fabbrica sveva di Augusta è proprio la mancanza di prudenza che porta alla non condivisione.
Queste critiche sono già state espresse nel dibattito ma sarà bene ricordare che un carcere non è certamente un edificio che sia posseduto dalla comunità in senso positivo e quindi pensare di cancellarne la memoria può sembrare una forma di restituzione alla comunità stessa.
Il carcere di Augusta, tetro e massiccio per quanto sembri, era però luogo di sperimentazione di tecniche di detenzione innovative nei laboratori e negli orti, ma abbastanza estraneo alla comunità, che, qui come stroppo spesso nel passato delle nostre città, ha tentato in tutti i modi la cancellazione del passato, o almeno la ha attuata in nome di interessi non sempre legittimi. Ad Augusta gran parte delle opere di difesa verso terra sono state demolite o danneggiate irreparabilmente. Proprio come le strutture di difesa di Ortigia, demolite velocemente alla fine dell’Ottocento, gettando assieme alle pietre anche le porte della città.
Quello che non si vede è una prospettiva integrale di valorizzazione del patrimonio svevo che non può essere attuata portando a nuda originarietà una fabbrica.
Divagando un attimo, in quale prospettiva collochiamo le strutture forse sveve del castello di Lentini? Il castello della Targia fortunatamente integro nella sua complessità storica, da solacium dell’imperatore a grande e raffinata azienda vinicola? I resti dispersi nel territorio tra Siracusa, il sant’Andrea di Buccheri tra tutti, ed Augusta tra cui la straordinaria fondazione della basilica del Murgo, che potrebbe essere coinvolta in vicende giudiziarie di recente avviate?

Lei parlava di conoscenza accompagnata a prudenza quale presupposti di qualsiasi intervento di restauro. Vede dei rischi in un intervento di demolizione così come progettato?

Abbiamo un precedente. Le ragioni dell’ultimo intervento nella fabbrica sveva di Siracusa, piegata ad essere oggetto in cui prevale l’utilità, l’uso dopo le sfortunate vicende del G8, hanno di fatto escluso la possibilità di raccontare con chiarezza ed onestà critica le vicende della sala ipostila, conservandone le stratificazioni e producendo un progetto espositivo che ne accettasse la consistenza come pervenutaci, rendendo comprensibili gli straordinari reperti archeologici che altrimenti restano monchi del contesto e le storie che in quell’edificio si sono svolte.
Ad Augusta il problema è lo stesso: perché non intervenire seriamente sulla prima, certa e manifesta, elevazione che tanti danni ha subito ed è precaria nel suo complesso, risalendo poi alla seconda elevazione, ricercando le tracce delle murature superstiti se ve ne sono?
Se, per sfortunata evenienza, nel corso delle demolizioni, dovessero venire alla luce ‘lacerti’ svevi, e se in tempo si bloccherà il lavoro, cosa potremo fare se non proporre un involucro fittizio? Secondo quale disegno, profilo, misura?
Abbiamo già visto una situazione di questo genere generarsi a Villa del Casale a Piazza Armerina, dove il progetto del Centro regionale per il Restauro e Vittorio Sgarbi hanno generato una spettacolare scenografia che mortifica i resti dell’architettura antica, simulando muri di cui nulla sapevamo. Certamente fu più prudente Franco Minissi che integrò con opportuna tecnica archeologica, le sommità dei muri superstiti, evitandone il degrado; egli impiantò le strutture di copertura solo su quei tratti murari nuovi, utilizzò un mezzo costruttivo assolutamente estraneo all’antico ed evidente nel paesaggio tanto da non poter essere assimilato al vicino pollaio industriale del quale la attuale copertura sembra seguire le scelte estetiche: bianco come una buona architettura mediterranea deve essere, nel rigoglio del paesaggio.
Ad Augusta avremo certamente lo stesso problema: verranno per nostra fortuna alla luce tratti antichi ma di quale epoca? e dovremo decidere se conservarli e come.
Prudenza significa innanzi tutto procedere per gradi, restaurando subito e permettendo la fruizione delle parti sicuramente superstiti.

Ma si dice che la demolizione sia indispensabile a garantire la stabilità stessa del complesso gravemente compromessa…

La questione statica, di cui nella relazione di progetto non mi pare si dia conto in termini scientifici, è davvero solamente il frutto dell’appesantimento dettato dalle moderne strutture carcerarie?
Se si fosse completata la costruzione sveva, questa avrebbe presentato un carico dovuto alle murature piene ben più grave delle strutture in calce e pietra più moderne. Non mi pare che gli Svevi lasciassero al caso la statica delle loro costruzioni: ad una concezione straordinaria di equilibrio tra pieni e vuoti come a Castel del Monte e a Siracusa, si accoppiava una straordinaria conoscenza dei materiali e della loro messa in opera. A Siracusa le sconsiderate demolizioni iniziate da Paolo Paolini al Maniace, e poi interrotte di fronte all’evidenza dell’apparire di strutture sveve, in quel momento inspiegabili, quelle della probabile trasformazione manfrediana da reggia a struttura militare, avevano portato ad un indebolimento delle forti colonne circolari, localmente private di parte dei conci di apparecchio.
Ma alla base della instabilità stava certamente lo squilibrio tra le parti, quella sopravvissuta integra e quella distrutta e ricostruita in parte e senza il criterio originario della contrapposizione delle masse. Ben è stato fatto l’intervento di collegamento orizzontale tra le murature sul cortile e quelle del fronte est, esterne, con tiranti, che compensano la mancanza delle strutture di contrasto. Le colonne soffrono in conseguenza di sovraccarichi? Certamente no e più opportuna della cerchiatura sarebbe stata la sostituzione dei pochi conci la cui sezione è stata gravemente compromessa.
Non si può dire lo stesso della uniforme pavimentazione che ha definitivamente (?) cancellato la possibilità della riflessione sul progetto originario che certamente non prevedeva una soluzione complanare della sala. Ma anche lì i problemi statici non nascono da appesantimenti: non c’è seconda elevazione eppure era prevista e documentata.
Ad Augusta poco sappiamo del limite della edificazione sveva: a Siracusa l’interruzione dei lavori imposta da ristrettezze economiche, è documentata dagli aggiustamenti come la collocazione sul fronte sud della finestra portale che poteva essere collocata al secondo livello.
Ma di questi documenti o testimoni ad Augusta non ce ne sono, se non nel braccio ovest dove le scale complesse ma complete e monumentali e gli arrivi alla seconda elevazione testimoniano dello stato di avanzamento dei lavori.
Gli occupanti successivi operarono nel rispetto delle antiche orditure? A Siracusa anche i primi interventi rispettano la struttura essenziale, tanto che le mappe del ‘400-‘500 mostrano la sala ipostila completa anche se documentano una articolazione degli spazi in cui i quadrati sotto le crociere sono diventati spazi chiusi con l’elevazione di murature eseguite con conci sicuramente predisposti per la seconda elevazione, come documentato dalla presenza delle stesse sigle, marchi, di lapicidi che operavano nella fabbrica.
Di tutto questo ad Augusta non abbiamo certezza: ma appunto prudenza vuol dire conoscere a confronto e seguire la traccia che ci viene da un altro manufatto per cercare e non per dare per scontato un modello di edificio che non è forse mai compiutamente esistito e che oggi esiste solo nei resti visibili e non, e nella nostra immaginazione.
Il restauro non è invenzione architettonica ma esercizio volto a seguire le tracce e a ricomporle in una presentazione ‘museografica’ adattando le funzioni all’esistente e non il contrario.
E richiede l’umiltà che spesso agli architetti moderni manca. Viollet le Duc e le sue ‘invenzioni’ sono altra cosa e comunque sempre di invenzioni si tratta.
L’integrità del monumento edilizio non è la stessa cosa dell’integrità di un dipinto su cui si sono depositati interventi di pulitura, oscuramento di parti, ridipinture per ravvivare o adattare a nuove culture visive, restauri in passato integrativi; o di una scultura che oggi si presenta monca e per la quale si operava con integrazioni usuali nel passato, ma oggi assolutamente abbandonate.
Un monumento edilizio è innanzi tutto una fabbrica che ha avuto i suoi problemi prima di nascere, alla nascita, e nella sua vita spesso segnata da traumi: non a caso sopravvivono spesso solo le costruzioni migliori e nulla sappiamo in concreto se non quello che ci viene tramandato nelle carte, scritti o disegni o fotografie, di quello che abbiamo perso per debolezza costruttiva o per forza di distruzione.
Purtroppo sopravvive il meglio delle fabbriche antiche quando non si sia scontrato con la protervia umana che in passato rispettava quasi solo quelle che venivano definite opere d’arte.
Noi siamo migliori? Non credo perché le nostre distruzioni annullano i contesti anche quando ne siamo coscienti e potremmo risparmiarli, e, a volte, pretendono di distruggere la storia anche quando non la conosciamo e siamo coscienti del vuoto verso cui andiamo. L’oggetto perfetto non esiste per le travagliate vicende che sempre ne caratterizzano la vita.
I nostri monumenti normanni o svevi in tutta la Sicilia sono stati oggetto di integrazioni e ricostruzioni, a volte feroci, nel secolo scorso. Per non farla lunga penso che quando ci troviamo di fronte ad un edificio che ha raggiunto un suo equilibrio volumetrico, quello che sta dentro vada restaurato e non ci sia bisogno di alterare quanto la storia ci ha consegnato.
Il castello di Augusta non è né bello né brutto così come è; non può essere un giudizio estetico, poco supportato da analisi statiche strutturali e di contesto e di consistenza perché si decida di consegnare al futuro non un complesso documento ma una fabbrica depauperata, espropriata della propria storia, e ridotta allo stato di oggetto.

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